La memoria che sa accogliere
di Giorgio Bernardelli | 17 giugno 2015
A Milano il Binario 21 - da dove gli ebrei partirono per i campi di sterminio - apre le porte ai profughi. Un segno importante per tutti

La notizia è di ieri pomeriggio: a Milano la Fondazione Memoriale della Shoah ha deciso di mettere a disposizione una parte dei propri spazi al binario 21 - il sotterraneo della Stazione Centrale da dove partirono gli ebrei e i prigionieri politici per i campi di sterminio - per dare asilo per la notte fino a 30 donne con bambini nell'ambito dell'emergenza profughi. Una nota spiega che «la decisione tiene conto dell'offerta da parte della Comunità di Sant'Egidio - socio della Fondazione - di mettere a disposizione i propri volontari a supporto della gestione operativa dell'accoglienza».

«Partecipare a una situazione di emergenza umanitaria di tale portata è sicuramente un gesto dal quale non possiamo e non vogliamo sottrarci, anche nel nome e nel segno del valore simbolico di questo luogo, emblema per eccellenza della necessità di accogliere la diversità», ha commentato Roberto Jarach, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano.

Credo che dobbiamo dire un grazie speciale alla comunità ebraica di Milano e alla Comunità di Sant'Egidio per questo gesto coraggioso. Un'iniziativa che va al di là del semplice fatto di mettere a disposizione degli spazi in una situazione difficile.

Ospitare i profughi al Binario 21 significa testimoniare che la memoria non è fatta solo di parole, lapidi e musei: memoria è una responsabilità precisa nei confronti di chi - ancora oggi, nonostante tutti i «Mai più» -, si trova ancora a dover fuggire da guerre e dalla persecuzioni. È un modo per ricordare che - di fronte ai drammi dell'umanità migrante di oggi - a ciascuno è chiesto di scegliere da che parte stare.

Ma è anche una lezione più generale sul modo di guardare alla storia. Troppo spesso siamo tentati di fermarci al culto delle pietre, dei libri e degli edifici; ma è l'uomo vivente l'unico tesoro che vale la pena di custodire. Anche quando ha il volto ferito e umiliato di queste persone a cui nessuno oggi sembra più disposto ad aprire la porta.

I racconti dell'epoca dicono che nella Milano degli anni tra il 1943 e il 1945 molti non volevano vedere i treni che partivano dal Binario 21. Settant'anni dopo, proprio quel luogo prova a diventare l'inizio di un'altra storia. A tutti noi il compito di non lasciarla cadere.

18/06/2015 13:41 Francesca Vittoria
E’ proprio nelle situazioni drammatiche che si vede quanto l’uomo diventa grande o quanto può diventare piccolo. Stiamo vivendo un tempo dove le situazioni drammatiche ci stanno intorno, vicine; uomini e donne bambini, che sbarcano fuggitivi da guerre, da orrori, pieni di speranza di poter alcuni aiutare chi è rimasto ad aspettare ancora, e sono qui a cercare aiuto. Cosa trovano ce lo dicono le notizie dei meda ogni giorno: prima accoglienza , un abito e cibo per vivere, ma poi anche il rifiuto , sono rifiutati, non come pensavano di trovare – una accoglienza , . Le foto televisive che magari anche hanno visto su qualche schermo, l’Europa sembra immagine di benessere, di chi ha tutto, casa e lavoro, acqua, prati verdi dove si coltiva , un mercato, fabbriche, scuole, ospedali. Ma c’è anche il rovescio della medaglia, quello che non viene trasmesso; non c’è posto per loro, perché già nei Paesi Europei i problemi non mancano, non c’è lavoro per tutti e così ci si rifiuta anche di offrire quel possibile che c’è. La cosa strana poi è il rifiuto di guardarsi da persona a persona: Manca la fiducia reciproca di un contatto come il presentarsi con nome e cognome, il dialogo di come capirsi da persona a persona, il parlare di cosa si può offrire e anche accettare! – Abbiamo paesi abbandonati – non abitati, è poca cosa ma intanto …tutto può servire per cominciare a sperare nel meglio. Se non si entra in contatto reciproco non è possibile né comprendersi a vicenda né assumersi delle vicendevoli responsabilità!!Il dialogo serve a non chiudersi nell’incomprensione a non inasprire gli animi già esacerbati, a fugare malintesi che possono sfociare in reazioni e atti di frustrazione non accettabili. Perchè non si possono tenere – questi scampati da drammi feroci, in recinti, in ricoveri provvisori, per tanto tempo!! Non basta dare vestiti e cibo , se non per un certo limitato tempo . Arrivano con speranze e se queste trovano porte chiuse fanno esperienza non solo amara ma più disperata di quella lasciata. . Un uomo resta tale se la sua dignità non viene oltraggiata, e questo esige il dialogo innanzitutto. La Chiesa sta dando esempio ma in una misura che richiede altro apporto di aiuto impegni governativi nel territorio, iniziative governative da parte di ogni Stato Europeo, non i i soldi per vestire e nutrirsi, e poi niente altro, ma proposte per renderli partecipi di vivere la stessa quotidianità. Creare amicizia perché le guerre ci sono già….gli odi sono pericolosi anche per noi .
Francesca Vittoria



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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