I talenti che non sforniamo
di Giorgio Bernardelli | 04 giugno 2015
Bella la trasmissione di Sortino su Tv2000. Ma perché a raccontare la fede così lo si impara più alle «Iene» che nei media cattolici?

Avevo perso la prima puntata per un altro impegno e - a dire il vero - la lunghezza del programma mi aveva scoraggiato dall'aprire il file su YouTube per guardarlo in differita. Lunedì sera, però, la seconda puntata di «Beati voi» - la trasmissione di Alessandro Sortino sulle Beatitudini in onda su Tv2000 - l'ho guardata lo stesso con molta curiosità. E devo dire che ne valeva la pena. L'ho trovata un esempio efficace di quella «comunicazione in uscita» che oggi dovremmo tutti imparare a coltivare un po' di più.

Però non c'è niente di più stucchevole che stare a raccontare un programma televisivo a chi non l'ha visto: per cui provate a guardarlo anche voi e vedete se vi piace. Ma c'è lo stesso un aspetto sul quale mi piacerebbe riflettere insieme a partire da «Beati voi» ed è il tema del talento nella comunicazione in casa cattolica. Perché a me nulla toglie dalla testa che un programma del genere - così nuovo dal punto di vista dei linguaggi per una trasmissione che mette al centro un tema che ha a che fare con la fede - si è avuto il coraggio di farlo solo perché a proporlo è un conduttore cresciuto «fuori» dal mainstream delle «parabole mediatiche» (tanto per usare un'espressione fino a poco tempo fa molto in voga negli uffici per le comunicazioni sociali delle nostre diocesi).

La domanda allora diventa: ma se non fosse passato attraverso le interviste delle Iene, ma negli ultimi quindici anni avesse lavorato come tanti di noi con la forma mentis dei nostri media cattolici, Alessandro Sortino un programma come «Beati voi» l'avrebbe mai ideato? È lo stesso pensiero che mi viene puntuale ogni volta che vedo comparire in casa cattolica il nome di Giacomo Poretti, il popolare comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Altro personaggio estremamente interessante per la sua capacità di fondere umorismo e pensieri non banali. E ce ne siamo accorti ormai in tanti, dal momento che per un'altra delle leggi della comunicazione cattolica questi personaggi - una volta sdoganati - diventano richiestissimi nei nostri eventi (a proposito: Sortino, preparati...). Ma - se non ci fossero stati la Gialappa's Band, il grido «Non ci posso credere!!!» e i film campioni di incassi - avremmo avuto Giacomo Poretti in piazza Duomo a parlare della Bibbia? Del resto - su un altro registro - anche il buon Alessandro D'Avenia, che oggi portiamo come fiore all'occhiello dei nostri bravi insegnanti, l'ha comunque scoperto Mondadori...

Spero sia sufficientemente chiaro che non ce l'ho affatto con un mondo cattolico che finalmente si guarda un po' intorno e valorizza chi è cresciuto attraverso altre esperienze. È una ricchezza di cui abbiamo bisogno. Ma per accoglierla sul serio secondo me dovremmo porci anche un'altra domanda: perché dai «nostri ambienti» non emergono talenti così nella comunicazione della fede? Perché crescono molto meglio in contesti laici? E come mai - tuttora - tra i giovani che si avvicinano alla comunicazione religiosa il primo pensiero sembra restare quello di fare i bravi esegeti di papa Francesco?

Non si tratta di puntare il dito contro qualcuno. Però credo che ci servirebbe molto un esame di coscienza su quanto nel mondo cattolico crediamo davvero alla creatività come qualcosa di importante. Su quanto siamo disposti a scommetterci nella comunicazione. E su quanto avere dei conduttori, degli artisti, degli opinionisti che si pongono loro stessi delle domande, lo riteniamo più importante della prontezza di riflessi con cui snocciolano le nostre risposte.

Ci avviamo verso il convegno di Firenze 2015 che avrà per tema «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo». Firenze e l'umanesimo. Cioè il massimo di una cultura e di una Chiesa che lasciavano spazio alla creatività nel comunicare la fede in una cultura popolare. Onorarla - nel 2015 - può significare solo ripetere per l'ennesima volta quanto fosse bello quel modello? O non vuol dire - piuttosto - interrogarsi su come far sì che anche i tanti Sortino, Poretti e D'Avenia che rimangono talenti inespressi nelle nostre comunità trovino finalmente spazio?

Coltivare i talenti è un'espressione evangelica. Eppure la guardiamo con sospetto: abbiamo mille paure in proposito, molto meglio «importarli». È più sicuro. Ma ci mettiamo anche molto meno la faccia.

 

 

08/06/2015 22:57 Germano Turin
Se rileggiamo il canto introduttivo della Divina Commedia di Dante, scopriamo che i due peccati che lo hanno fatto "rovinare in basso loco" sono la superbia e l'avarizia.
Credo che la superbia, in particolare, sia una delle tentazioni per le quali Satana si debba sforzare poco, tanto tale vizio è presente in mezzo a noi tutti. Compresi tanti componenti del Clero, quindi.
E pensare che un proverbio dice che "Dio ci ha dato una bocca e due orecchie per ascoltare il doppio e parlare la metà".
Ma molte persone, compresi quindi molti componenti del Clero, questo proverbio non lo conoscono o fingono di non conoscerlo.
Peccato.
Germano Turin - Torino



05/06/2015 10:17 Pietro Buttiglione
Condivido tutto. Darei qs.titolo " occasioni mancate".
A cominciare da Gutenberg fino a internet.
Tutte grandissime occasioni x trasformare la CC in "comunità che condivide", dal basso vs.l'alto e viceversa. Occasioni perdute. Perchè??
IMO una sola risposta possibile: lo schema di una Chiesa clericale accentrata arroccata cui non interessa x niente vivere in una "comunità che condivide".
Mussolini comunque era più bravo in "comunicazione" ... pfuiiii! Come mai?? Non interessa.
E nn bastano certo due bei blog di cattolici a salvare l'Istituzione.



04/06/2015 19:14 Paix
Le considerazioni di Lorenzo sono entrambe affini alle mie riflessioni sul tema proposto dal post. Però vorrei rilanciare alcuni aspetti: prima di tutto, io non squalificherei così in toto i blog cattolici. Naturalmente dipende un po' dove si va a pescare, ma devo dire che è proprio in rete che io trovo una comunicazione cattolica dinamica, intelligente, competente e ricca di sfumature, molto più che nella stampa cattolica. Soprattutto credo che si possano trovare esempi virtuosi nella categoria dei "blog di cattolici" più che in quella dei "blog cattolici" (anche se la differenza può parere sottile). Pagine come Berlicche, De Libero Arbitrio, Preghierecorte o Nihilalieno, nella loro estrema diversità di contenuti, di stile e di livelli (si va dal semplicissimo e quotidiano all'impegnato e impegnativo) sono secondo me tutte modalità di presenza cattolica online estremamente positive, oltre che spazi di dialogo a volte serratissimo ma mai fine a se stesso con il "fuori". Ed ho citato solo alcuni esempi.
Per quanto riguarda la seconda considerazione di Lorenzo, che sposo in toto, mi viene anche da aggiungere che non metterei la mano sul fuoco che certe voci di origine "laica" che ora parlano anche in casa cattolica sarebbero divenute voci dell'importanza che hanno se si fossero presentate come cattoliche fin dagli inizi della carriera. E questo immagino abbia un suo peso.



04/06/2015 17:22 Lorenzo Cuffini
Sono possibili anche altre considerazioni..
La prima:diamo una rapida occhiata non solo ai "professionisti", ma anche ai fruitori della comunicazione. A noi, in una parola.Becchiamo come esempio uno qualunque dei blog cattolici o cattolicoidi, e diamo una letta, seppur rapida, ai temi, ai titoli, ai post, e , SOPRATTUTTO, ai commenti.
L'ecclesialese, nelle sue varianti piu' capricciose, impera SOPRATTUTTO Li.Il che significa tagliare le gambe, e anche peggio, al 90 % della efficacia di quello che si vuole dire.
Prima morale: banalmente, impariamo a parlare "come magnamo", specie se parliamo di cose di fede e di Cristo. I cattolici, a differenza dei loro colleghi non credenti, sono tuttora incapaci di comunicazione rapida e diretta.Con una pericolosissima deriva verso la citazione, il riferimento da addetti ai lavori,il lessico insopportabilmente "marchiato".E una buona dose di autocompiacimento nell'utilizzare tutte e tre le cose.
La seconda:bene Sortino, Giacomo e compagnia a briscola.Quello che mi chiedo, però, è: come mai per parlare di fede e di Cristo, hanno aspettato di essere nei comodi recinti di TV2000 e di piazza Duomo?La vera rivoluzione comunicativa sarà quando, come dovrebbe essere solo naturale,di questi temi si riuscirà a " parlare" facendo le Iene o in tre uomini e una gamba......
:)



04/06/2015 14:25 Maria Teresa Pontara Pederiva
Il problema c'è ed è reale.
E' un po' quello che accade per gli insegnanti di scuola cattolica o laica. Lavorando all'esterno si è costretti a mettersi in gioco perché l'ambiente è davvero plurale e le modalità e i linguaggi ancora di più.
Altro elemento non indifferente è la capacità di cambiamento. In ambito cattolico la lentezza, che se la leggiamo come riflessione è una virtù, diventa talvolta disarmante. Cambiare mentalità, modo di lavorare, l'uso delle nuove tecnologie spesso una fatica.
Nelle redazioni laiche (come anche nelle scuole) si chatta, ci si trova a discutere via Skype, Face Time, si risponde alle mail, agli sms in tempo reale, ci si confronta lampo per un pezzo da scrivere, un test da somministrare ... provate a scrivere ad un editore, alla redazione di un giornale (in un ufficio di curia ...) e i tempi si ingigantiscono.
E' il modo di lavorare "diverso" e stare al passo non è facile. Così quando arriva qualcuno abituato ad altro stile ce ne accorgiamo eccome.
L'abate di San Paolo Nardin (morto nel 1990) diceva: "san Paolo avrebbe fondato un giornale, viaggiato in aereo .. e adesso come Chiesa ci accontentiamo di andare ancora con la triremi ..".
Forse, come auspica il post, almeno porsi il problema sarebbe come dire, meglio tardi che mai.



04/06/2015 10:38 Yolanda Beatriz De Riso
Il talento è altro rispetto alla massificazione imperante, anche nelle strutture ecclesiali. E' creativo per antonomasia, unico e personale e perciò ,pur essendo evangelico ed espressione della creatività dello Spirito,è guardato con sospetto, emarginato, il più delle volte escluso se non ha l'imprimatur clericale. C'è poco da fare. E' così radicato come atteggiamento che sembra quasi un sacrilegio anche soltanto porre la questione. Bravo Bernardelli a sollevare l'argomento che per altro nel quotidiano delle parrocchie è evidente e se ne è accennato tante volte anche quì.


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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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