Romero o i cristiani perseguitati?
di Giorgio Bernardelli | 22 maggio 2015
Sembrano quasi due volti diversi di questo 23 maggio che ci apprestiamo a vivere. E invece guardarli insieme potrebbe insegnarci molto

La giornata di preghiera indetta dalla Conferenza episcopale italiana per i cristiani perseguitati? Oppure il giorno della beatificazione di Oscar Arnulfo Romero? Scorrendo i riferimenti a questo 23 maggio - vigilia di Pentecoste - che ci apprestiamo a celebrare, su bacheche Facebook e siti internet cattolici sembra quasi un derby: o una o l'altra, è raro trovare post, riflessioni o comunicati che provino a tenere le due cose insieme. Del resto anche nel comunicato ufficiale della Cei che ha indetto questa Giornata di preghiera - e nello schema per la veglia suggerito dall'Ufficio liturgico nazionale - non c'è traccia del fatto che un appuntamento così importante per la Chiesa italiana cada nel giorno e (complici i fusi orari) persino nell'ora in cui a San Salvador il martire Romero verrà proclamato beato. L'unico testo in cui ho visto questo collegamento è l'adesione della Comunità di Sant'Egidio; cosa che non sorprende visto il legame con l'arcivescovo martire della cui causa di beatificazione proprio mons. Paglia è stato il postulatore.

Credo che questa dicotomia sia figlia della generale difficoltà di oggi a mettere in comunicazione le cose tra loro: ragioniamo sempre di più per compartimenti stagni e non solo nella Chiesa. In questo caso - però - credo sia un grosso peccato, perché proprio tenere insieme Romero e i martiri del 2015 potrebbe dirci tanto. Potrebbe aiutarci a capire che non sono due storie diverse, ma due volti dell'unica fedeltà al Vangelo a costo della propria vita. E magari anche ricordarci che pure oggi contro i cristiani non c'è solo la persecuzione dei fondamentalisti islamici o dei regimi totalitari; c'è anche la persecuzione di chi ha scelto l'idolatria del denaro o del potere e per obbedire a questo arriva a uccidere. Non è storia solo di venti o trent'anni fa: basterebbe citare la lunga scia di sangue del cattolicissimo Messico.

Non aveva la tuta arancione Romero, ma ha vissuto la stessa agonia insieme al suo popolo: sono ben 500 i cristiani uccisi nella guerra civile che la Chiesa del Salvador sta vagliando per una possibile causa di beatificazione. Campesinos falciati da un'altra violenza insensata andata avanti per ben dodici anni. Ed è con Romero che molti di noi sono cresciuti imparando ben prima dell'avvento dei tagliagole dell'Isis la categoria del martire del nostro tempo.

Proprio per questo sono convinto che Romero abbia molto da dirci anche sulla sfida terribile posta dalle sofferenze patite dai cristiani oggi in Medio Oriente. Ricordo una decina d'anni fa di aver incontrato proprio a Gerusalemme mons. Gregorio Rosa Chavez, oggi vescovo ausiliare di San Salvador, già stretto collaboratore dell'arcivescovo ucciso. In anni drammatici per la Terra Santa era venuto da un Paese piccolo e lontanissimo a portare alla Chiesa Madre la solidarietà di un altro popolo che aveva tanto sofferto. Ed era lì a indicare la via dell'arcivescovo Romero: quella della giustizia come via alla riconciliazione.

Mi viene allora da pensare: che cosa direbbe il martire Romero oggi, davanti allo scempio assassino di Aleppo? Ripeterebbe di nuovo quel suo grido forte: «In nome di Dio vi prego, vi scongiuro, vi ordino: non uccidete! Gettate le armi...»? Lo direbbe anche agli uomini dell'Isis? O a quelli di al Nusra, ai sauditi, agli Houthi, agli Hezbollah e a tutte quelle potenze che - per proprio tornaconto o per quieto vivere - continuano ad alimentare questa guerra mondiale a pezzi in cui alla fine perdono tutti? Non lo possiamo sapere, ovviamente. Ma di una cosa possiamo essere certi: questo dramma lui non lo avrebbe guardato da lontano; se lo sarebbe caricato sulle spalle come fece con il suo popolo. Sapendo che farsi carico di chi è perseguitato significa indicare le radici che alimentano l'odio; significa denunciare chi fa arrivare le armi; significa non spaccare il mondo a metà, ma mettersi sempre dalla parte dei più deboli, ovunque si trovino rispetto alla barricata. In una parola: significa smettere di illudersi che la pace e la riconciliazione tra gli uomini siano un tema da talk show e farle tornare una causa per cui vale la pena anche di morire.

Caro beato Oscar Romero: in questo 23 maggio ti affidiamo i fratelli perseguitati di oggi. Proprio come te vengono uccisi sull'altare, scherniti persino nella morte. Intercedi per loro. E dona a tutti noi il tuo sguardo e la tua fedeltà nell'annunciare - anche in quest'ora difficile - non le nostre risposte ma l'unica Parola che salva.

 

24/05/2015 08:54 Pietro B.
Ieri ho seguito, un pó su radio VAT, un pó su
2000. Un commento insisteva su " Ha dato la
sau vita x noi" io preferisco vederlo come un
atto di coerenza personale, come x Gesù. Poi
ho visto in prime file schiere di sacerdoti con
sombreri bisnchi, abbastanza abbioccati ( sole?).
IMO l'invito alla pacificazione ( ripetuto€ non puó
prescindere dalla proclamazione, dopo ben
35 anni, insieme a chi il popolo ha beatificato da tempo,
anche di chi lo ha perseguitato anche dop morto.
Gesù ci ha invitato alla misericordia ma anche
alla chiarezza e Verità.



23/05/2015 19:46 Alberto Hermanin
Totalmente daccordo


23/05/2015 11:04 Gerolamo Fazzini
Concordo con la riflessione di Giorgio. Aggiungo che il 24 maggio è anche la Giornata di Preghiera per la Chiesa in Cina, che qs anno sta passando COMPLETAMENTE sotto silenzio, nonostante lì le cose non vadano per nulla bene. Specie dopo l’ultima uscita del presidente, che vuole una “Chiesa nazionale”. Segnalo, sulla Cina, che è appena uscito un libro che ho curato “In catene per Cristo. Diari di martiri nella Cina di Mao” (EMI): ha avuto recensioni entusiaste su Avvenire e sull’Espresso (Magister)
Leggete qui: http://www.pime.org/index.php?l=it&idn=88&idnp=6218



23/05/2015 09:58 Guido Mocellin
Molto bello, Giorgio, molto bello


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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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