Alcisa, testimone d'inquietudine
di Diego Andreatta | 20 maggio 2015
Volontaria laica in Africa, laureata alla Sorbona, è morta 19 anni fa in un incidente sulle strade della missione: pochi giorni fa, un ricordo corale

Alcisa Zotta

 

"La vita di Alcisa narra le uniche parole che meritino di essere scritte, quelle che rimangono anche dopo, vergate con il colore sanguigno della carità". Così don Ivan Maffeis, all'epoca direttore di Vita Trentina, aveva concluso nel 1996 il "coccodrillo" per la morte di Alcisa Zotta, "fiduciaria" del settimanale diocesano, travolta da un camion sulle strade del Camerun dove a 61 anni stava per tornare al servizio dei poveri. Una tragedia della strada non così rara per i missionari - fra i martiri che ricorderemo il 23 maggio dobbiamo includere anche gli incidentati - che nel caso di Alcisa diventa però anche un segno emblematico della sua esistenza: venerdì scorso l'abbiamo ripercorsa insieme ai suoi familiari e ai suoi compaesani nella biblioteca di Castello Tesino.

Da quest'altopiano del Trentino orientale, terra di ambulanti in giro per l'Europa a vendere stampe, lei era invece partita per l'Africa rispondendo ad una vocazione esigente. Aveva lasciato le capre di famiglia sul Lagorai per studiare da puericultrice, poi aveva imparato l'inglese in Gran Bretagna e il Francese a Parigi, dove frequentava i corsi per gli stranieri alla Sorbona: di notte e all'alba faceva le pulizie alla biblioteca dell'Università dove poi ha conseguito una laurea in lingue, spesa nell'Alto Volta, in Burkina Faso e in Costa d'Avorio a insegnare francese, facendosi sorella di mamme e bambini poveri. Ispirata da un insopprimibile desiderio di conoscere e capire, aveva percorso lunghi viaggi in autostop sui camion transahariani (all'inverso delle rotte di oggi), si era fermata con le donne tuareg (al momento di salutarla, una di loro, si era sfilata un bracciale d'argento e glielo aveva donato), era entrata nei villaggi e nella cultura animista delle tribù Dogon prendendo nota dei loro riti e registrando anche, con ammirazione, non con distacco etnografico, alcune audiocassette dalle quali abbiamo sentito l'altra sera alcuni toccanti canti corali funebri.

Una ricerca esistenziale che ci viene ora "narrata" dalla pubblicazione curata dalla sorella Odilia Zotta ("La sua Africa", Editrice Il Margine) dei suoi oltre 37 quadernetti di appunti di viaggio, scritti talvolta in inglese, lingua della confidenza. Da dove emerge l'insopprimibile desiderio di rispondere ad una chiamata a lungo indecifrabile: "Bisogna porsi al servizio del prossimo e cercare di capire - scriveva ai familiari nel 1976 dalla missione di Tingrela, Burkina Faso - gli africani ci vedono come bianchi, stranieri, dominatori. Bisogna conquistare l'uguaglianza. E, come missionari, diventare testimoni di Cristo e porsi come cristiani fra altri che non lo sono. Oggi soltanto attraverso la condivisione il comportamento si può mostrare il Cristo, non con le parole. Queste sono come il vento, se non c'è esperienza profonda da trasmettere".

Riflessioni a caldo che, nella loro radicalità, suonano attualissime per suscitare qualche vocazione laica alla "partenza" e che poi porteranno Alcisa ad animare missionariamente la sua comunità del Tesino quando rientrerà per assistere la mamma anziana.

Molto critica verso scelte ecclesiali ancora conservatrici (dovrà anche accettare di non poter fare nel suo paese il ministro straordinario dell'Eucaristia), Alcisa interviene con coraggio, sui giornali locali, su temi allora di frontiera (come la valorizzazione della donna nella Chiesa) ma che oggi ritroviamo appieno nel magistero di Papa Francesco. La sua "santa indignazione" soprattutto per le scelte economiche trovava pace nella sua ricerca contemplativa (in Africa aveva conosciuto l'esperienza di Charles De Foucauld), ma la sua inquietudine negli ultimi anni fu condivisa dagli altri missionari trentini, assieme ai quali ricevette il mandato in Cattedrale nell'ottobre 1995 .

Volle partire prima con la sua "127" sgangherata per la Terra Santa - ci arrivò, ma poi dovette abbandonare l'utilitaria, ormai inutilizzabile - fino all'ultimo salto verso la Repubblica Centrafricana dove avrebbe voluto concludere nel servizio la sua lunga parabola. E' finita prematuramente, ma questi suoi diari oggi la prolungano: quanto è prezioso "narrare" e rileggere la testimonianza di cristiani anonimi come Alcisa.

 

 

20/05/2015 11:59 Ale.
Pietro, è singolare constatare come una stessa immagine si rifletta in modo diverso, sovente deformato, nello specchio delle singole menti, che giungono a credere vera l'immagine deformata dal proprio specchio senza porsi alcun dubbio circa la sua corrispondenza col reale.
Il laico che tu mi attribuisci di propugnare - un essere praticamente acefalo - non corrisponde assolutamente a ciò che io esprimevo e che altri hanno ben compreso.
Ma, come tu dici, "intelligenti pauca", e vedo che tu ti ritieni tale, ragione per cui mi fermo qui.
Nel caso di questo post, Alcisa aveva una tale ricchezza di esperienze di cristianesimo vissuto nella carità "universale", che posso ben comprendere come non si capacitasse della "chiusura" che riscontrava in chi di tale ricchezza era privo.
Ora che le "aperture" sono tante, e consentono allo Spirito di librarsi come vuole, non mancheranno certo gli effetti concreti anche per ciò che riguarda la "valorizzazione della donna nella Chiesa" che Alcisa caldeggiava.



20/05/2015 09:47 gilberto borghi
Possiqamo stare tranquilli, con buona pace di chi non lo vuole: lo Spirito non lo fermeremo mai!


20/05/2015 08:29 Pietro B.
Ale leggiti questo:
"Molto critica verso scelte ecclesiali ancora conservatrici (dovrà anche accettare di non poter fare nel suo paese il ministro straordinario dell'Eucaristia), Alcisa interviene con coraggio, sui giornali locali, su temi allora di frontiera (come la valorizzazione della donna nella Chiesa) ma che oggi ritroviamo appieno nel magistero di Papa Francesco"

Il laico che tu propugni invece DOVEVA, come bandieruola al vento, ossequiare prima per poi contestare dopo.... ? Intelligenti pauca



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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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