Quello che li aiutava a casa loro
di Giorgio Bernardelli | 28 aprile 2015
Tra tutte le parole su Giovanni Lo Porto è mancato l'unico esame di coscienza che ci chiama in causa sul serio: quello sul suo sguardo aperto al mondo

Le polemiche sugli americani dal grilletto facile? Fatto. Quelle sul premio Nobel per la pace con la passione per i droni? Pure. E poteva poi mancare lo scandalo di un'aula del parlamento italiano vergognosamente vuota al momento in cui il ministro degli Esteri riferisce sull'uccisione di un cooperante italiano in Pakistan? Non ci siamo fatti mancare nemmeno questo. E bene hanno fatto i media a dare voce alla dignità con cui i familiari di Giovanni Lo Porto hanno espresso tutto il loro sdegno.

C'è però un aspetto di questa vicenda che abbiamo svicolato, ed è il tema più generale della cooperazione allo sviluppo nel nostro Paese. Al di là di tanti altri risvolti ancora tutti da chiarire, infatti, questa morte è in qualche modo un simbolo potente dei passi indietro che l'Italia ha compiuto in questo campo; in Pakistan Lo Porto c'era andato per Welt Hunger Hilfe, una ong tedesca. Quasi a rappresentare una fuga dei cuori, oltre a quella dei cervelli.

L'Italia del «dobbiamo aiutarli a casa loro» è lo stesso Paese che per anni ha tagliato a mani basse nelle politiche pubbliche di sostegno alla cooperazione internazionale. E anche la recente inversione di tendenza - con l'approvazione qualche mese fa della legge di riforma di questo ambito - è ancora più un auspicio che un percorso consolidato (tanto per fare un raffronto: la Gran Bretagna recentemente ha fatto diventare una legge dello Stato la destinazione dello 0,7% del Pil alla cooperazione internazionale, quell'impegno che noi continuiamo a prendere solo a parole).

Il piano politico - però - non è il più rilevante in questo discorso; perché in Italia è soprattutto la cultura della cooperazione allo sviluppo ad aver fatto grandi passi indietro. Ed è un discorso che vale in maniera particolare per il mondo cattolico. C'è stato un tempo in cui eravamo particolarmente profetici in questo ambito; anni in cui erano i giovani delle nostre parrocchie i primi a scegliere questa strada. Alcuni di loro sono ancora là, ai quattro angoli del mondo, magari coi capelli bianchi. Altri si sono fermati solo qualche anno e poi sono tornati, portando nelle nostre comunità il respiro del mondo.

Ma oggi? Possiamo davvero dire che è ancora così? Di giovani che vorrebbero partire ce ne sono molti più di quanti pensiamo. Ma siamo altrettanto disposti a sostenerli in questo tipo di esperienze? Siamo ancora capaci di allargare lo sguardo al mondo? O invece - sotto sotto - pensiamo anche noi che uno che va a «nutrire il mondo» in Pakistan un po' «se la sta andando a cercare»?

Mi ha molto amareggiato che nessuno in questi giorni abbia osservato che l'italiano Giovanni Lo Porto è morto proprio alla vigilia dell'Expo 2015, il grande appuntamento internazionale di cui tutti parlano. Oggi ci verrà presentata la Carta di Milano, il documento di impegni che vorrebbe indicare le strade per ridare slancio alla lotta alla fame. Vedremo. Da parte mia temo sempre più l'abbuffata delle parole vuote in questo Expo 2015. E allora dico: mettiamoci un po' di retorica in meno e ricordiamoci piuttosto di Giovanni Lo Porto. Il nostro connazionale che - proprio in questo 2015 dei grandi proclami e degli impegni mancati sugli Obiettivi del Millennio - ci ha detto con la sua morte che «nutrire il Pianeta» è una sfida per la quale occorre avere il coraggio di mettere in gioco fino in fondo la propria vita. A costo anche di perderla, come il chicco di grano.

03/05/2015 23:43 giovanni
Aiutare il Paksitan? A far cosa? A perseguitare meglio i cristiani o a comprare altre bombe atomiche?


28/04/2015 14:22 F .
Negli ultimi anni sono cambiate molte cose ed è cambiata la percezione di cosa siamo noi e cosa è oggi la chiesa italiana. E' difficile che i giovani si sentano ancora figli di un Occidente ricco e cristiano chiamato a portare una testimonianza e un aiuto ai popoli più poveri: la crisi ha colpito duro anche da noi e, anche se rimaniamo molto più ricchi e fortunati di tanti altri popoli, si avverte anche qui il bisogno di "una mano", si avverte anche qui la possibilità di intervenire per occuparsi di situazioni di povertà, sofferenza, precarietà, difficoltà di trovare lavoro e di arrivare a fine mese.
E vogliamo parlare di cosa succede nelle nostre parrocchie? Mancanza di vocazioni sacerdotali e religiose, soppressione di parrocchie, unità pastorali sempre più vaste, sacerdoti stranieri, indifferenza religiosa... Le suore di madre Teresa nelle nostre città! C'è l'aria di un cattolicesimo in affanno e, a volte, la percezione di essere noi italiani bisognosi di una nuova evangelizzazione. Chi ha qualcosa da dare dovrebbe iniziare proprio da qui.



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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