Altro che scherzo di Carnevale....
di Diego Andreatta | 14 febbraio 2015
Domenica scorsa a Messa prima di sedersi per ascoltare la Parola di Dio il prete ci ha invitato ad ascoltare per cinque minuti il vicino di banco. Uno choc

Al nostro "don" piace molto vedere la comunità viva attorno all'Eucaristia. Talvolta ci sorprende con qualche gesto espressivo - alla recita del Padre Nostro un giorno ha invitato i figli a mettersi accanto ai loro papà - e spesso ci richiama al significato dei segni e dei riti suggeriti dalla liturgia.

Ma domenica scorsa ci ha proprio spiazzati, con uno scherzo da... prete impossibile da prevenire anche se era la domenica di Carnevale. Prima di invitarci a sedere per le letture, ha detto più o meno: "A questo punto in ogni Messa ci dedichiamo all'ascolto della Parola di Dio, con la solita attenzione. Oggi proviamo a fare esercizio e prestiamo ascolto dialogando con i nostri vicini". E ci ha invitato - così su due piedi - a metterci a dialogare con la persona che si trovava nel nostro banco, a destra e a sinistra. "Fate pure, vi interromperò io fra qualche minuto..." ha aggiunto avviandosi a far due parole con i giovani del coro.

Com'è andata? Lo choc iniziale, tipico della scossa improvvisa, si è sciolto presto grazie al buon esempio dei più estroversi. Alcuni papà non hanno avuto difficoltà a legare fra loro, le mamme hanno subito preso i figli piccoli come oggetto della conversazione. Molti anziani - la nostra è un'assemblea dai capelli grigi - si sono sentiti rivolgere per la prima volta la parola, un conoscente lontano ha ripreso forzatamente un dialogo con la signora del condominio di fronte interrotto qualche anno fa. C'è anche chi è rimasto solo - sempre più nascosto dietro la colonna - forse pensando cosa gli fosse venuto in mente al parroco. Complessivamente il calore dell'invito del parroco ha fatto centro rispetto al freddo dell'indifferenza o della timidezza: 8 su 10 si potrebbe dire, con una percentuale da tabellone del basket.

Non avevamo mai visto però, durante la Messa, una chiesa così animata in pochi minuti: non piazza, non mercato, certo, ma luogo di vita in cui il popolo di Dio era chiamato a guardarsi negli occhi, a darsi ascolto, in modo molto più esigente e coinvolgente rispetto ad un ripetitivo segno della pace prima della Comunione.

L'effetto della contemporaneità poi era davvero efficace, come in un flash mob dove tutti perseguono lo stesso obiettivo eseguendo gioiosamente un comando.

Immaginate i commenti a fine Messa (e forse anche quelli che arriveranno qui sotto), ma il parroco aveva chiarito in anticipo che si trattava di un una tantum simbolico. Non era però uno scherzo di Carnevale, molti vi hanno trovato una lezione preziosa.

Oltre all'effetto sorpresa - simbolico per un cammino di fede che spesso vorremmo sempre piatto e poco coinvolgente - c'era il richiamo a sentirsi fratelli, capaci di ascolto, coraggiosi nel rompere quelle barrire convenzionali in cui spesso l'anonimato cittadino ci custodisce: a Messa e poi via, ognuno per la sua strada. Quei 4 o 5 minuti imprevisti, quel dialogo fra poveri cristi prima di mettersi a dialogare con Dio, ci hanno ricordato quanto siamo chiamati alla relazione. L'esercizio è riuscito, come ha colto il chierichetto più furbo: "Facciamolo ancora, don!".

20/02/2015 19:58 Francesca Vittoria
Io credo che la liturgia sia necessaria per far dialogare la Chiesa di tutto il mondo con un unico linguaggio, la Messa è la più importante, il rosario lo è anche, così come la “via crucis”, sono tutti meeting di fedeli che in luoghi diversi ma simili, chiesa in muratura, tenda nel deserto, capitello nei campi o un semplice tavolino montato in due minuti nel deserto, ecco Gesù ha detto che anche lui è li. Ecco allora che nella società moderna così stressata per correre dietro al tempo dell’orologio, può capitare che ci si senta soli, senza amici, senza quei contatti anche nell’ambito parrocchiale che servirebbero ad animare una conoscenza reciproca, o un dialogo ravvicinato…”manca il tempo? Ci sono preoccupazioni? Un Dio che non si fa vedere!!!, di cui non si percepisce la vicinanza!!naturalmente per colpa di come siamo di quanto ci coinvolgono le cose di tutti i giorni e si fa anche fatica a credere, a sperare , abbiamo bisogno ma il Dio che preghiamo con buona volontà non si vede……Ecco allora che questo parroco che ha avuto l’idea di suggerire un piccolo gesto ha fatto molto bene, le pecore sono del suo gregge e per quanto gli è dato di conoscerlo magari ha ravvisato proprio la necessità di far sentire a ognuno che non è solo, e proprio attraverso la persona accanto in quel momento ha presentato una possibilità di comprendere che Dio è in ognuno di noi e che desidera comunicare servendosi proprio degli uni con gli altri; a far scoprire sentimenti che non appaiono ma che esistono come esiste LUI.- La Messa non è un rito e basta, non può essere solitudine, deve in ogni tempo servire dare qualcosa a chi partecipa da portare con se quando esce dalla Chiesa; oltre alla Parola che è di non facile interpretazione quando la si vuole raggiunga il cuore per un prete che così vorrebbe, quindi può anche essere che sia un gesto, un suggerimento la c osa da portare via per rompere la solitudine, una malattia di oggi…
Francesca Vittoria



17/02/2015 02:07 Ale.
A proposito di questo argomento mi permetto di suggerire la lettura di un piccolo, divertente ma istruttivo libretto, scritto da un giovane, valido sacerdote docente presso una Facoltà Teologica: "Liturgia creativa" di Riccardo Pane, edizioni ESD (Edizioni Studio Domenicano).


16/02/2015 21:37 stefano
Qui la questione non è tanto il "si può, non si può" quanto l'opportunità di introdurre una sciocchezza indipendentemente dal parere di un vescovo o dalla libertà interpretativa di un liturgista! Non basta saper articolare una omelia, cogliendone il significato, per colpire il malcostume? Senza sconti?
Ma quando mi capita di incontrare un sacerdote che si permette di infilare 'ste mondanità in chiesa? La parola libera l'avrei usata altrimenti! A meno che questa iniziativa non sia stata propiziata proprio perchè il sacerdote si aspettava una reazione che non c'è stata. E quindi: peccato per chi non ne ha approfittato!



16/02/2015 20:24 Maria Teresa Pontara Pederiva
"Abuso liturgico" direi che è un termine gratuito: adattamenti sono consentiti da parte delle conferenze episcopali e anche dei singoli vescovi locali che ne hanno piena autorità (e se il parroco è pure un liturgista ...).


16/02/2015 17:40 Federico
Tempo fa venni a sapere di un parroco che, volendo superare le divisioni dei propri parrocchiani (tensioni, litigi e via dicendo) aveva "sospeso" per alcune domeniche lo scambio della pace: sosteneva che tanto sarebbe stato inutile, ipocrita e puramente esteriore darsi la mano avendo nel cuore ben altri sentimenti nei confronti del prossimo.
Al di là delle buone intenzioni, in questo caso, come in quello descritto da Andreatta, c'è stato un "abuso liturgico".
E si pone la domanda: il sacerdote PUO' disporre a proprio piacimento della liturgia? Non ci sono altri spazi e altri momenti per promuovere iniziative (pur lodevoli) di questo genere?



16/02/2015 17:22 fab
i preti possono fare della liturgia quello che vogliono. a prescindere dalle loro buone intenzioni
educative, catechetiche, antropologiche, evangeliche. Chi va a messa ha il diritto di sentire
una omelia sulla parola di Dio. E chi amministra il rito ha il dovere di attenersi a quanto
il rito prescive. Altrimeni scadiamo nel soggettivismo e se ogni prete fa come gli pare, addio
eucarestia. Allora perchè non andare a una lezione di catechesi, a un incontro di carismatici
piuttosto che a una messa?



16/02/2015 11:52 Francesca Vittoria
Il segno della pace che è stato introdotto da qualche anno avrà pure avuto come obietti vo il riguardo a vedere il prossimo, guardare l’altro, l’accorgersi di un prossimo che è lì ma anche fuori dalla chiesa , che spesso proprio fuori dalla chiesa finisce questo gesto- messaggio che il dare la mano può significare. Infatti se è messaggio tra fedeli, magari a i medesimi non in tutti i Paesi può questo gesto famigliare per essere segno “di vedere che esiste l’altro” , quindi perché non introdurre invece qualche cosa di più realistico. Un gesto che diventa parte di un rituale può nel tempo perdere quel significato di messaggio di apertura al prossimo, e diventare invece gesto di – “ti conosco, sei mio amico, ho ciao ci vediamo, ti penso, ti riconosco!!! Che sembra ovvio NEL RAPPORTO QUOTIDIANO. Fuori dalla chiesa dopo la messa, se si saluta con un “buon giorno” una persona non conosciuta può capitare di avere l’impressione di aver violato la sua privacy, e si prova imbarazzo per aver detto “buon giorno”. Forse non succede in provincia dove tutti si conoscono e ci si fida che non è un “attacar bottone” ma nelle grandi città , il pensare “la prudenza non è mai troppa”, e poi anche non si sente la necessità di sentirsi salutati! Comunque il “dare la mano” ha la sua autenticità quando lo si realizza in altri modi non comandati, quando è la nostra libertà e spontaneità a renderlo vero, autentico, quando come ha detto il Santo Padre, si guarda negli occhi l’altro, lo sconosciuto, e si legge un sentimento come il non essere “ombre” nella strada, qualsiasi possa essere sinonimo del “dare la mano” è cristiano sia da parte di un credente che non credente, produrrà effetto anche nel tempo, si esce all’aperto per una società aperta fatta di rispetto verso l’altro fatta di una “libertà buona e rispettosa”come insegna la Parola di Dio e come sta diventando necessario oggi con i molti problemi alle porte che tutti ci toccano. Perché, inutile fingere che non ci siano, ignorarli significa rimandare sempre più decisioni importanti e ci verranno poste domande per avere risposte a come secondo il nostro pensare devono essere prese decisioni dove di governa siano esse in campo religioso che civile. le guerre intorno a noi, vicine anche , come pensare a risolvere ;di questo ci si dovrebbe interrogare, e non dipendere da partiti o dai media che influenzano a loro volta,. Parlare in comunità esprimersi in comunità. È anche un “dare la mano come persone facenti parte di una società, assumersi impegni e esprimere orientamenti che non siano diversi dal pensare cristiano, anche contro propri interessi, dimostrare che possiamo davvero non essere “ombre” o gruppetti particolari, ma costituire nell’ essere uniti unA realtà che conta che può influire nel momento in cui vengono prese decisioni governative. Qui oggi ognuno singolarmente è chiamato a dare la sua risposta che se diventa collettiva , questa risposta cristiana influirà per il “bene comune”. Una risposta cristiana .come davanti all’altare , una risposta davanti a Colui che ci pone la domanda “Chi credete che io sia?.
Francesca Vittoria



15/02/2015 22:54 diego andreatta
Per L. piccola precisazione: ho scritto "rispetto ad un ripetitivo segno della pace", non per sminuire il significato di questo gesto eloquente, ma per evidenziare che può essere eseguito in modo abitudinario e povero di significato. Come molti altri, peraltro. Grazie comunque dell'attenzione e delle integrazioni.


15/02/2015 21:59 stefano
Non mi sono spiegato bene.
Il problema con il vicino di casa lo si risolve fuori dalla chiesa, con la Grazia donata da Dio: questo il significato della mia frase. Certo non vi è nulla che può esser detto in chiesa che non possa anche esser detto all'esterno della stessa. Se non ingiusta la trovata, è quantomeno inutile nell'economia liturgica e sono alquanto dubbioso sugli effetti pratici reali.
A me dà l'impressione di una imbiacata "quasi obbligatoria" a dei potenziali sepolcri. Just my opinion...



15/02/2015 21:27 Dolvaso
Dire che un episodio come questo sia un abuso è ingiusto. Come è stato scritto, è stato un episodio una tantum ed aveva uno scopo ben preciso, diverso dall'animazione o dalla socializzazione. Secondo me, ha fatto prendere coscienza alle persone dell'assemblea di essere lì insieme, di non essere singoli isolati tra loro che costitutiscono una massa amorfa, ma un'assemblea che, presieduta dal celebrante, partecipa alla liturgia. Questo è importante, perchè chi si limita ad andare in chiesa solo la domenica ha sperimentato di essere parte di un popolo che insieme "rende grazie" a Dio. I momenti di silenzio, di cui ha parlato qualcuno, sono importanti perchè non è un vacuum, è silenzio attivo, in cui si ascolta, si prega, si assimila ciò che si è ascoltato, ecc. (si legga l'Institutio generalis del Messale per questo). La liturgia non si conclude in sè stessa, perchè ognuno di noi è chiamato a prolungarla nella sua vita, offrendo sè stesso come sacrificio spirituale, santo e gradito a Dio (san Paolo).
Il prete non obbliga, semmai esorta a vivere la carità. Ad esempio, l'omelia serve anche per questo motivo.



15/02/2015 21:05 Yolanda
"In Chiesa si va ad incontrare Dio, non a risolvere i problemi con i vicini di casa ". Trovo significativa questa frase .Dio e i vicini di casa teniamoli ben distinti , soprattutto se ci sono problemi. E se Dio ti parlasse attraverso i vicini problematici? Forse non è con un regalo privato che si risolve ma con una seria revisione dei propri atteggiamenti più o meno consoni per un cristiano.La pace non si compra, si costruisce. Altra cosa che mi lascia perplessa è il dover riempire con un rosario il prima e il dopo la messa. Personalmente mi da un poco fastidio. Quei 5 minuti prima io li vorrei di silenzio per il mio momento personale di preghiera ma poi no . Poi tutto deve ricordarmi con segni , gesti, parole che sono parte di un popolo in cammino, che crede nello stesso Signore, che va verso una stessa meta , che in ciascuno opera lo stesso Spirito, che riflettiamo sulla stessa Parola che incide in ciascuno in modo diverso, nel quotidiano sempre problematico, che quell'eucaristia è pane spezzato per tutti.
La trovata del don è molto buona per un volta o più. Ma non basta . Forse è più utile, come ho visto fare a un parroco tempo fa, rispiegare a tappeto per tutta la comunità le domeniche di una quaresima tutta la messa , valore e significati di segni e tempi .Ne risultò chiarissimo il va e vieni della preghiera del celebrante e della comunità nel rito e il senso della condivisione in tutti i suoi aspetti alla presenza del Signore. E il suo invito a creare in quella comunità un piccolo angolo di paradiso, dove si condivide con amore . E poi comunicava con esempi come ciò stava già avvenendo ed era possibile con grande discrezione.



15/02/2015 20:34 Maria Teresa Pontara Pederiva
Tutto dipende dall’assemblea: se il parroco ritiene che un gesto, se pure una tantum, si possa fare, la stragrande maggioranza dei fedeli sarà con lui.
Ieri sera al termine della lettura del Vangelo il nostro ha invitato i chierichetti (18) ad andare lungo le bancate a intervistare le persone su cosa fossero oggi i lebbrosi da emarginare e, dopo, 5 minuti, ha chiesto loro di riferire. Stranieri, ex carcerati, malati di AIDS, evasori fiscali, amministratori corrotti … e l’omelia è partita da lì con piena soddisfazione degli oltre 150 fedeli, in gran parte famiglie con figli di ogni età, compresa quella che chiamiamo la "curva est" composta da una trentina di ragazzi del gruppo delle superiori.
Come dire: nessuno vieta di andare in chiesa a pregare o stare in silenzio, ma non è questa la celebrazione eucaristica. Se è l’assemblea che celebra, non può certo stare alla finestra a guardare.
E se poi un parroco è pure docente di liturgia (e ne conosce il significato meglio di altri), allora lasciamolo sperimentare se questo serve per costruire una comunità più unita e partecipe.



15/02/2015 20:22 L.
Assuntas,
grazie del riscontro!
Entrando nel merito, ti invito rispettosamente a notare che:
1) non io, ma l'articolista, ha scritto: "ripetitivo segno della pace prima della Comunione";
2) io invece ho scritto: "inflazionato e dilatato oltre ogni decenza liturgica".
Mi pareva, quindi, non di aver criticato il segno, ma il suo abuso (anche perché questo è ciò che penso).
Ma visto che l'equivoco si è creato, accetto la TUA correzione fraterna, perché nasce da una bella testimonianza di vita.



15/02/2015 20:17 Lorenzo M.
Non so se effettivamente l'intenzione di Diego A. fosse solo quella di farci discutere di gesti durante la liturgia, quelli che il messale prevede e quelli che chi presiede la celebrazione può proporre. E questa discussione sarà pure utile per noi che partecipiamo alla celebrazione eucaristica.
Magari qualcuno di noi fa catechismo e quei gesti deve anche spiegarli. Sicuramente, se siamo laici, quei gesti non li possiamo "decidere".
Ma perché non provare ad allargare la riflessione su come vivono le nostre comunità. Nella liturgia, ma anche prima e dopo, come ci ricordava Diadhuot.
Papa Benedetto, ripreso anche da Papa Francesco, diceva che la Chiesa cresce per attrazione. Ma se non siamo capaci di relazione, come saremo capaci di attrazione? Come saremo capaci di annunciare una buona notizia?



15/02/2015 18:43 Pietro Buttiglione
Per molti preti è impensabile che uno vada in Chiesa
per pregare-------
Trovo questa frase di una prevenzione ottusa e cattiveria unica
Pietro



15/02/2015 18:27 Maria
Questo deriva dal fatto che ormai il gruppo dei fedeli riuniti in chiesa è considerato dai preti attuali uguale a qualsiasi altro gruppo di persone che ha bisogno di un "animatore" che gli dica cosa deve fare.
per molti preti è impensabile che una persona vada in chiesa per pregare in ginocchio il Signore. O per stare in silenzio davanti al Santissimo
C'è una specie di horror vacui per cui ogni secondo della celebrazione deve essere riempito di parole, rumori canti gesti, qualcosa da fare..
Appunto il prete si riduce alla funzione di "animatore" da villaggio turistico e i fedeli a qualsiasi altro gruppo di persone che fa il "trenino" se l'animatore gli dice di fare il trenino o batte le mani o
parla col vicino...



15/02/2015 15:07 Pietro Buttiglione
Stupore,fastidio, traspare che per mmmolti qui
NON esiste alcuna dimensione "comunitaria"
della Messa!!!Maci rendiamo conto della
e n o r m i t á. di un simile atteggiamento??
Cristiani che provano fastidio s strigere la mano
al fratello😪



15/02/2015 14:47 assuntas
@L.
Il segno della pace nel contesto della celebrazione Eucaristica ha salvato il mio matrimonio.
Lo scrivevo qui in modo neutro
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=1017
ma è una storia vera. Quando parlo di Eucaristia lo racconto sempre alle famiglie, ed auguro a ciascuno di trovarsi, al momento di questo gesto, seduti accanto a qualcuno con cui non siamo in pace, o ci sta antipatico. La pacificazione del cuore è opera dello Spirito, ma il Signore sa che noi siamo di carne, e lo Spirito ci raggiunge di norma attraverso gesti e segni.
Quindi, ti prego, non generalizziamo. Quello che per te è muto per altri risuona, convoca e provoca.



15/02/2015 12:42 stefano
Recitando il Rosario prima e dopo la funzione, in Santuario, il disturbo proveniva sempre da quelli che si incontravano, avvicinavano, nei banchi in fondo...
In Chiesa si va ad incontrare Dio, non a risolvere i problemi con i vicini di casa oppure a chiaccherare di come ha funzionato il fluimucil sui bambini della mamma a fianco.
Grazie alla Parola di Dio: si esce, si compera un piccolo pensiero per il vicino di casa "odiato" e glielo si porta, bussando e portando, con un piccolo gesto, nel nascondimento, la propria pace in quella casa.
Questo è originato dal cuore: non un "obbligo" proposto dal parroco per cui veniamo apprezzati o meno.



15/02/2015 11:54 Agnese T.
Anche secondo me la trovata de parroco trova il tempo che trova...Nel senso che chi ricorre a simili espedienti che tuttavia vogliono essere un cercare "nuove efficaci strategie comunicative" raggiungono certamente un obiettivo e cioè di stupire per la novità della situazione. Ma al di là dello stupore che per altri è fastidio: che cosa altro c'è? Qualcuno dirà che è già tanto stupire le persone ; ma la categoria dello stupore in ambito teologico pastorale non è esattamente questo...purtroppo viene così interpretato da chi (la maggioranza) poco è in grado di "trasmettere" o meglio "far risuonare" una Parola che prima di proclamarla agli altri ha afferrato e continua ad afferrare la mia persona /vita.


15/02/2015 08:42 L.
Emotivamente mi sento molto più vicino ai 2 reprobi su 10, che hanno rifiutato la trovata del parroco.
Non trovo giustificazioni, se non nella istituzionalizzazione dell’abuso, che è diventata la normalità autorizzata.
Donde viene e dove va questo sistematico ricercare, in modo compulsivo, sempre nuovi / sempre vecchi espedienti?
Viene dall’impossibilità (generalizzata e autorizzata) di lasciarsi alle spalle – o, meglio, di convertire alla Liturgia - le comuni modalità di socializzazione?
O viene dalla “non volontà”, vale a dire dalla volontà (generalizzata e autorizzata) di ridurre la Liturgia “nei limiti della sola socializzazione”?
In ogni caso, a lungo andare, “andrà male” o, se non andrà male, accadrà per motivi del tutto indipendenti dalle compulsive trovate dei parroci e non solo di loro.
(E non starò certo a piangere sulla fine ingloriosa dello “scambio della pace”, in mezzo secolo inflazionato e dilatato oltre ogni decenza liturgica: è stato solo uno degli esemplari tipici di quella “coazione a trovare”, inopportunamente e incongruamente esaltata dal post).



14/02/2015 12:48 Giuliano P.
Ottima intuizione di questo Don, chapeau!
Penso sia meglio, nel senso che è più concreto, di quel "scambiatevi un segno di pace" che ormai dice poco o nulla.



14/02/2015 12:47 Pietro Buttiglione
Occorre maggiore intervento di laici al Rito.
Che nn siano formule stantie...
Ad es. dopo OGNI lettura:
Pausa, rimurginamento, echi dai laici
e l'omelia a sintesi ed eventuali correzioni.
Ce n'è di lavoro da fare...



14/02/2015 10:04 Diadhuot
Un gesto molto importante e che tocca da vicino la mia. Vivendo all'estero molto difficile partecipare ad una Messa e sentirsi parte di una comunità che non conosci, con tradizioni diverse e con la barriera di non capire nemmeno il linguaggio usato (da qui il mio sostegno alla traduzione in lingua corrente della Bibbia). La mia parrocchia (scelta anche per questo) ha sempre qualcuno che ti ti da un bevenuto sulla porta e propone ogni settimana the e biscotti dopo Messa. Un'occasione per incontrarsi, fare comunità e amicizia che mi ha portato in pochi mesi a sentirmi accolta molto più che nella parrocchia di infanzia dove partecipavo con famiglia e amici. A mio parere questo non dovrebbe essere un una tantum, ma parte integrante di ogni celebrazione perché altrimenti si rischia l'ipocrisia di chiamare comunità un gruppo di individui e di ignorare i deboli del gruppo.


14/02/2015 08:41 Yolanda
Semplice, chiaro, significativo per attivare la comunicazione in un rito. D'altra parte però la dice lunga su come i riti siano diventati asettici e distanti dai significati profondi dell'essere comunità che insieme loda e prega.


14/02/2015 00:38 Lorenzo M.

scriverò male perché se mi impegno a scrivere bene va a finire che non scrivo più.
Mi avevano colpito le immagini del Papa che entra alla baraccopoli e recita il Padre nostro. Le ho trovate bellissime e mi chiedevo quale fosse il loro segreto.
La mia spiegazione è in due verbi: incontrare - annunciare.
Il Papa incontra le persone, le guarda, le abbraccia e, insieme, annuncia il Vangelo, attraverso la preghiera del Signore.
Alla Chiesa, nel suo pellegrinaggio quotidiano, può capitare di disgiungere le due azioni: incontrare senza annunciare, o annunciare senza incontrare.
Incontrare senza annunciare si riduce a intrattenere, come può capitare in alcune attività. Annunciare senza incontrare, che vuol dire preoccuparsi apparentemente della sostanza, la qualità della semina, ma senza metterci il cuore e quindi sprecando tutto.
Alla fine quello che ci ha raccontato Diego A. si può leggere con lo stesso binomio. Poi è del tutto evidente che questo binomio non esaurisce la vita cristiana; mancano altri verbi altrettanto importanti: testimoniare, servire, ...
PS
Tempo fa ho ricordato su VN quello che mi è capitato in una chiesa all'estero, dove prima della messa siamo stati invitati a presentarci vicendevolmente con i vicini di banco.




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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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