Raccontare la famiglia? Vivi la famiglia
di Diego Andreatta | 24 gennaio 2015
Il messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali diffuso ieri va ben oltre la famiglia come oggetto da comunicare o sul quale combattersi

Chi fra gli operatori della comunicazione si aspettava per questa festa del patrono San Francesco di Sales un messaggio di rilancio del Sinodo dei vescovi, di ripresa delle politiche familiari o di critica dei media nel "comunicare la famiglia" (il titolo già annunciato) non è rimasto deluso, ma probabilmente spiazzato sì. Questi temi d'attualità, infatti, sono accennati ma restano sullo sfondo, perché Papa Francesco ha preferito insistere su "quale famiglia" comunicare.

Non "un modello astratto da accettare e rifiutare, da difendere o attaccare", chiarisce senza mezzi termini, stigmatizzando la tendenza massmediatica di presentarla come "un'ideologia di qualcuno contro qualcun altro". Ed è un'osservazione che diventa un giudizio severo, rispetto ai tentativi di strumentalizzazione di cui - da più parti - la famiglia è stata e sarà ancora oggetto.

E allora su cosa puntare se "la famiglia non è un oggetto sul quale si comunicano delle opinioni o un terreno sul quale combattere battaglie ideologiche"? Tutto il messaggio è un invito a non fermarsi a chiedersi come "produrre o consumare informazioni", bensi ad accettare la sfida di "reimparare a raccontare la famiglia". E per raccontarla bisogna viverla, indagarla nel concreto in ogni sua fase, lasciarla esprimere, anche nel silenzio.

E cosa si scopre? Una famiglia - provo a elencare le apposizioni distribuite nel messaggio - come "primo luogo dove impariamo a comunicare", come "un grembo di persone diverse, in relazione", come "il contesto in cui si trasmette quella forma fondamentale di comunicazione che è la preghiera", come "scuola di perdono". E attingendo alle moderne acquisizioni della psicologia neonatale ma anche alle innate consuetudini della vita domestica, il Papa si sofferma con tenerezza sul dialogo intimo dentro il grembo materno fra mamma e bambino (la visita di Maria ad Elisabetta è la felice icona evangelica) valorizzando appieno il linguaggio del corpo, mentre per sottolineare la dimensione religiosa della comunicazione ricorre all'immagine serale della mamma e del papà che "quando fanno addormentare i loro bambini appena nati, molto spesso li affidano a Dio".

Ma non c'è spazio per la retorica casalinga - sempre in agguato nel comunicare la famiglia - perché altre tre sottolineature del messaggio riguardano la comunicazione che si logora (ma che nel perdono può riannodarsi), il limite della disabilità (che può diventare uno stimolo all'apertura, se viene condiviso), il rischio dell'isolamento dovuto ai social media, che pure può essere superato quando si capisce la centralità dell'incontro fra le persone, "inizio vivo" che viene prima di ogni tecnologia.

"Raccontare - precisa il messaggio - significa comprendere che le nostre vite sono intrecciate in una trama unitaria, che le voci sono molteplici e ciascuna è insostituibile".

"Raccontare la famiglia? Vivi la famiglia", può essere la formula imperativa che un comunicatore o un educatore raccoglie dalla conclusione del messaggio del Papa, tesa a ribadire che la prima comunicazione non è quella scritta, twittata o amplificata in vari modi, bensì la testimonianza di vita, anche silenziosa: "La famiglia più bella, protagonista e non problema - ribadisce il Papa - è quella che sa comunicare, partendo dalla testimonianza, la bellezza e la ricchezza del rapporto tra uomo e donna, e di quello tra genitori e figli". Prima ancora di come comunichiamo, ci possiamo allora chiedere come viviamo la famiglia: una verifica favorita dal messaggio di questo 24 gennaio.

 

 

26/01/2015 09:37 Teresa Benedini
Grazie ! Credo convintamente nelle sue parole: "come viviamo la famiglia" ?
Detto questo vorrei tanto poter dialogare sulle famiglie ( tante ) ! che non si vivono e che rischiano di non vivere. Che facciamo? La proposta di papa Francesco è molto significativa, ma le famiglie che non rientrano ( per incapacità o per mancanza di preparazione )in questo quadro, come le "viviamo" ?



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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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