ROBE DI RO.BE.
La rivincita di «Oh happy day»
di Roberto Beretta | 05 gennaio 2015
La colonna sonora apparentemente «laica» e politically correct del Natale è quella che (attraverso la Pasqua) richiama i contenuti più potentemente cristiani

Forse mi sbaglio, ma mi pare di aver colto nelle festività di quest'anno un maggior successo della canzone «Oh happy day». Filmati augurali su YouTube, app, esecuzioni televisive... Grazie alle sue caratteristiche spiccate di semplicità e allegria, l'orecchiabile ritornello ha fatto da colonna sonora al Natale - anche quello «laico» - forse più di altri anni.

Peccato che non si tratti affatto di un motivetto natalizio, anzi - a leggerne le parole in traduzione - si capisce subito che semmai siamo di fronte a un canto «pasquale», che richiama il sacrificio del Calvario perché il«giorno felice» è proprio quello in cui «Gesù lavò via i miei peccati»... Infatti la storia insegna che l'inno venne elaborato a metà XVIII secolo dal predicatore inglese Philip Doddridge, il quale su musica di William Mc Donald ne scrisse il testo a partire dal brano dell'eunuco convertito dall'apostolo Filippo (Atti 8); è costui il personaggio che celebra «il giorno felice che ha confermato la mia scelta», ovvero il giorno del suo battesimo: infatti l'inno viene tuttora eseguito in tali occasioni nelle Chiese battiste americane.

Il gospel - termine che deve significativamente la sua origine all'inglese «God's spell», Parola di Dio... - venne poi ripreso e rielaborato dal cantante americano Edwin Hawkins nel 1969, e di lì partì un incontenibile successo che l'ha condotto ai vertici delle classifiche internazionali, con 7 milioni di copie vendute, un centinaio di cover da parte dei maggiori interpreti della canzone mondiale e il 63° posto nella lista dei brani più belli del Novecento, oltre ad essere il primo gospel entrato nel circuito della musica pop (peraltro con nessuna approvazione iniziale delle Chiese protestanti, che vietarono anzi alle radio di trasmetterlo...).

Il legame col 25 dicembre si è poi stretto soprattutto per opera della solita Coca Cola (principale responsabile anche dell'attuale immagine globalizzata di Babbo Natale, del resto), che lo usò come jingle nelle sue pubblicità natalizie; cui in Italia si aggiunsero dal 1983 gli spot di una marca di spumanti. E da allora è diventata un'abitudine ascoltare «Oh happy day» eseguito da coretti col cappelluccio rosso e bianco in testa mentre la neve scende in sottofondo... Confermando con ciò il paradossale capovolgimento per cui in tutta la cristianità il vero «giorno felice» è quello dell'Incarnazione e dei regali, non quello della Resurrezione, sì, ma dopo la croce.

Proprio paradossi del genere hanno stimolato la riflessione che mi ha condotto a raccontare questa storia e che adesso, avendo consumato quasi tutto lo spazio consueto, sunteggio così: «Oh happy day», oggi percepito (grazie al suo stesso successo) come una colonna sonora «laica» e politically correct del Natale, non solo ha invece origini strettamente religiose, ma in realtà richiama addirittura contenuti potentemente cristiani come il sacrificio di Cristo per il perdono dei peccati, la Pasqua e il battesimo, funzionando in tal modo quasi da messaggio subliminale del significato teologico più profondo del Natale. È come se ciò che la cultura consumista ha fatto uscire dalla finestra a bordo della slitta di Santa Claus, rientri inconsciamente grazie alla suoneria di un telefonino trovato sotto l'albero... Un bello scherzo, tutt'altro che infrequente nel metodo evangelico, e che dovrebbe farci riflettere sui criteri che usiamo per definire qualcosa «cristiano» oppure no.

 

07/01/2015 17:09 fab
nessun messaggio subliminale, purtroppo. L'anestesia collettiva rimane sorda: contro il cuore indurito, anzi, ottenebrato da linguaggio mondano, non c'è subliminazione che tenga.


05/01/2015 16:53 Yolanda
Interessante riscoperta di un canto che ho sempre associato ad altro. Peccato che l’abbia sempre sentito in inglese ,che non so. Si dà per scontato che tutti siano colti e plurilingue. Ma non è così. Molto spesso quel che colpisce e coinvolge è la musica, la melodia, il ritmo. Il testo ha poca importanza. Del resto succedeva anche per i canti in latino, quando il latino ben pochi lo conoscevano . Ma tutti conoscevano e cantavano dei canti tradizionali di Natale, non a caso di grandi autori. Ora sono cambiati i gusti musicali e ci si adatta. Si traducono e cambiano i testi anche di quei canti tradizionali, non sempre con buoni risultati per senso e contenuto. Mi è sempre sembrato più corretto proporre i canti in latino o di altre lingue con accanto la traduzione letterale in mano ai fedeli, per una maggiore comprensione e non buttando a mare una tradizione ampia e ricchissima per musica e testi di grande valore. Come in tanti altri settori si rottama con facilità, superficialità e incompetenza, non favorendo affatto la conoscenza anche alle nuove generazioni di un patrimonio immenso . Questo non vuol dire che non ci debba essere del nuovo ma che soprattutto nei tempi forti debbano essere sapientemente dosati entrambi gli stili .Per far questo ci vogliono persone competenti sia in campo musicale che teologico e liturgico. E chi sceglie i canti generalmente non lo è perché nelle normali parrocchie decide l’organista o il direttore del coro, che raramente unifica le tre competenze per mancanza di formazione pluridisciplinare. Il suo gusto e livello è la legge , supportato da un clero che valorizza lo spettacolo più che il senso di quel che si fa , spesso con grande superficialità e ignoranza in campo musicale. L’importante è che lo spettacolo ci sia , e la partecipazione alla liturgia dei fedeli si riduce ad assistere , dimenticando che essere e sentirsi protagonisti in un rito non è questo ma ben altro.


05/01/2015 10:36 Alberto Hermanin
Interessante: io l’ho sentito diverse volte cantare in Chiesa, peraltro, quindi mai ho avuto dubbi sul suo carattere cristiano, che soltanto chi non vuole sentire (ricordate hanno orecchie e non odono?) può ignorare. Ma questa del carattere “laico” (cioè non religioso) di questa o quella opera è una questione interessante. Ricordate l’abortita “costituzione europea” che nel suo preambolo storico indicava fra gli antenati dei comuni valori europei la civiltà classica e l’età dei lumi, rifiutandosi i suoi colti estensori di menzionare anche il cristianesimo, che pure era stato “addolcito” in retaggio “giudaico cristiano”: però, manco questo andava bene. Un bell’esempio del sacrificio cruento al dio del laicismo, la cui vittima sacrificale in questo caso è stata la più elementare delle nozioni di carattere storico. Beh, ridiamoci sopra, direi.


05/01/2015 10:23 Maria Teresa Pontara Pederiva
Ringrazio Roberto per aver ricordato l’origine di un canto che anche con il nostro coro parrocchiale di famiglie abbiamo ripreso quest’anno a Natale con arrangiamento di E.R. Hawkins). Negli scorsi anni l’avevamo sostituito con l’Amen (arrangiamento di Norman Luboff): tutt’altro che motivetti, se realizzati a dovere con solista e voci soprani/contralti, tenori/bassi ...
Si tratta comunque di due canti gospel diffusissimi negli Stati Uniti dove abbiamo ascoltato (e gustato) diverse esecuzioni. Che sia un canto pasquale, e che leghi l’Incarnazione alla Croce e alla Resurrezione, come indica il post, è vero basta leggere i testi, ma nella nostra parrocchia c’è una sintonia in più: da anni il grande crocifisso che sovrasta l’altare trova sempre un collegamento (un drappo, un filo ...) con il presepio.
Che siano stati utilizzati anche a livello laico poi, non costituisce un problema, anzi.



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Roberto Beretta

Roberto Beretta, giornalista e saggista. Ha scritto 25 libri, quasi tutti di argomento religioso, di «destra» (Storia dei preti uccisi dai partigiani , Il lungo autunno, controstoria del Sessantotto cattolico ) e di «sinistra» (Chiesa padrona , Le bugie della Chiesa). Gli ultimi lavori sono: Fake pope. Le false notizie su papa Francesco (San Paolo), Fuori dal Comune. La politica italiana vista dal basso (Edb), Oltre l'abuso. Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa? (Ancora) Ha due figli e ancora una gran voglia di dire la sua.

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