Narratori cercasi (ma anche giù dal palcoscenico)
di Giorgio Bernardelli | 17 dicembre 2014
Al netto dei riflettori e dell'effetto tv che cosa può insegnare sulla «Chiesa in uscita» il modo di parlare di Dio di Roberto Benigni?

Nel Paese in cui siamo tutti commissari tecnici della nazionale, era naturale che nel giorno successivo alle serate tv di Roberto Benigni con I dieci comandamenti l'Italia dei cattolici (e anche buona parte del resto) si popolasse improvvisamente di critici televisivi, biblisti, teologi. Ma in fondo è giusto così: di uno spettacolo si tratta. E se nella celebre commedia natalizia di Eduardo non piaceva persino 'o presepe, figuriamoci se non si può discutere di Benigni che parla di cose religiose...

Quindi: Benigni sì o Benigni no? Se a qualcuno interessa il mio personalissimo parere è Benigni sì; ma non credo sia questo l'aspetto più importante. Perché di un unicum stiamo comunque ragionando: due serate costruite come un evento tv in qualche modo irripetibile (qualcuno pensa seriamente che, nonostante i 10 milioni di spettatori, la Rai porterà presto di nuovo la teologia in prime time sulla rete ammiraglia?). Due serate a immagine e somiglianza di Benigni (quante delle cose che ha detto le avevamo già ascoltate, eppure improvvisamente suonavano diverse). Due serate probabilmente efficacissime nel ridestare le emozioni, come si chiede a uno show televisivo. Ma è la stessa Bibbia a metterci in guardia da un ascolto della Parola che si ferma elle emozioni (ricordate la parabola del seminatore?).

Tutto questo per dire che la domanda seria a mio avviso è un'altra: al netto delle luci, al netto delle doti singolarissime di affabulatore di un personaggio-premio Oscar, al netto della «critica televisiva», che cosa di questo modo di parlare di Dio può essere una ricchezza da coltivare per una Chiesa che oltre a essere in uscita voglia anche dire qualcosa?

Ieri vedevo ritornare parecchio sui social network il paragone tra Benigni e il catechismo. Mi sembra un accostamento un po' ingenuo: sono convinto che al terzo incontro di catechismo anche il buon «Robertino» - passato dall'altra parte - sperimenterebbe tutte le difficoltà di un rapporto educativo, che è qualcosa di decisamente più complesso rispetto al parlare da un palcoscenico. Però è vero che le due serate de I dieci comandamenti hanno sanamente mescolato le carte rispetto a un certo modo stereotipato di parlare della nostra fede. Ci hanno ricordato che è ora di sgombrare il campo dagli intellettualismi per tornare a narrare la storia dell'incontro di Dio con gli uomini. Ci hanno detto che se vuoi far capire la novità dello sguardo biblico non basta l'esegesi: devi essere disposto a raccontare come quella Parola ha scosso la tua di vita. Perché senza «le storie di Robertino» che cerca la bellezza nelle parole, anche la riflessione profonda di Paolo Ricca resterebbe una bella conferenza e basta.

Lo stile Benigni - alla fine - è il ritorno alla tradizione ebraica dei midrash, alla Parola di Dio cercata, trovata e soprattutto narrata dentro le situazioni concrete della vita. Uno stile che - guarda caso - è lo stesso delle immagini colorite a cui ricorre Papa Francesco nelle omelie di Santa Marta e che tanto fanno breccia. È la Parola che arriva senza bisogno di mediazioni complicate. È la Parola che non trasmette principi astratti ma tocca direttamente la carne, la vita. E proprio per questo riesce ad osare, ad alzare la posta in gioco, a dire che «i comandamenti non sono per chi vuole stare tranquillo», senza però con questo cadere nella retorica (vedi le parole bellissime sulla fedeltà coniugale proposte da Benigni nel suo commento al sesto comandamento).

Riscoprire la verità come narrazione: questa - Benigni o non Benigni - è la sfida che come credenti che vogliamo parlare della nostra fede oggi abbiamo davanti. E non tanto perché dal punto di vista comunicativo «funziona meglio», «buca lo schermo». Ma perché questa è la natura della nostra fede: la verità della rivelazione biblica è fatta così; non si lascia incasellare nei nostri schemi astratti. Alla fine sono i midrash, molto più delle summae sistematiche, a farci vedere come stanno insieme senza contraddizioni verità e misericordia. A farci capire che un codice di dieci parole nette e per nulla relativiste, sono in grado comunque di abbracciare ed accogliere tutte le sfumature della vita.

Narratori cercasi, dunque. E non tanto sui palcoscenici ma - appunto - nelle relazioni con i nostri ragazzi, nei luoghi di lavoro, nelle omelie domenicali, nelle pagine dei nostri giornali e blog cattolici, nelle parole che i mille volti dell'umanità ferita di oggi chiedono a ciascuno di noi...

Il grande codice etico è una storia. Grazie a Benigni per avercelo laicamente ricordato dal pulpito forse più inaspettato.

18/12/2014 11:07 Matteo Lar
Lorenzo Cuffini... ho compreso la tua logica del meglio ancora. Meglio così, grazie


18/12/2014 10:37 Fabio
Quoto Hermanin in toto


18/12/2014 00:30 Lorenzo Cuffini
Matteo Lar, questo dovresti chiederlo all'ideatore del progetto.


17/12/2014 18:22 Matteo Lar
Lorenzo Ruffini, non capisco il "meglio ancora se dichiaratamente lontani"????
Mi piace sapere il tuo parere, meglio ancora se me lo dice qualcun altro, chiaramente.



17/12/2014 18:11 Lorenzo Cuffini
Ma la spettacolarizzazione, in sé, non è necessariamente negativa.
Specie se è di buona qualità sostanziale, come in questo caso, e non semplice pretesto per fare audience. Benigni farebbe probabilmente il botto anche se mettesse in piedi un " evento" per raccontare l'elenco telefonico, d'accordo, e molte delle cose che dice, sono le stesse che, con lievi variazioni, ricircolano dalle letture dantesche e da quelle della Costituzione....ma comunque dietro c'è tutto un lavoro di documentazione spessa che non fa mai scadere nel banale il tono e il merito di quello che si dice. Insomma, tutto fa spettacolo, vero: ma se questo spettacolo serve a mettere in una luce diversa, piu' stimolante, anche solo più spiazzante temi e argomenti e storie,ben venga, secondo me.
Anzi, benissimo venga.
Naturalmente, senza confondere poi Benigni col parroco, col vescovo e col Papa! Cosa che fa ridere a prescindere, ma non è poi così balzana nel minestrone mediatico dove tutto è posto sullo stesso piano, modalità mosaico.....



17/12/2014 17:55 Loredana Zolfanelli
Allora, forse, per lei la risposta è:" Benigni no". Il nodo é proprio la spettacolarizzazione della Parola.Una cosa é cambiare codice comunicativo, introducendo un linguaggio meno clericale, altra cosa è fermarsi sulla soglia del sensazionale, tanto per fare audience. Ci sono bravissimi comunicatori anche in mezzo ai meno noti, che da anni raccontano con la grammatica dell' amore le parole dell' Amore.Solo che si chiamano nessuno, e per la cultura "laica" sono troppo bacchettoni...


17/12/2014 17:43 Lorenzo Cuffini
Nel filone di una " narrazione nuova"- che significa prima di tutto accostare gli uditori ( e possibilemnete uditori nuovi) in un modo nuovo,e raccontare con un linguaggio diverso "storie" che siamo abituati ad identificare con i recinti della religione o della storia sacra, cavandone stimoli nuovi e nuova freschezza di provocazione, consiglio a tutti il libretti della Collana/Progetto SCRITTORI DI SCRITTURA ideata dalla pastorale della Cultura della Diocesi di Torino. Scrittori laici, meglio ancora se dichiaratamente lontani- hanno accettato di " ri-scrivere" una pagina della Bibbia, Antico o Nuovo Testamento. Ogni librino ha la pagina originale della Scrittura, in una traduzione curata appositamente, il commento del biblista, e poi il racconto ( o ri-racconto ).
Finora sono stati pubblicati otto librini, ma il progetto va avanti, e sul tutto si può verificare ficcanasando su

www.scrittoridiscrittura.it

Vale la pena almeno farci un giro-
ps, a chi interessasse, i racconti sono bellissimi, diversissimi tra loro e tutti in ugual modo stimolanti. Per chi crede e per chi no.
E, dulcis in fundo, costano pochiiiiiiissimo.
:)



17/12/2014 17:02 Alberto Hermanin
Complimenti a Matteo Lar; e sono daccordo con Bernardelli: laicamente importa poco il colore del gatto, purchè acchiappi i topi.


17/12/2014 16:20 Matteo Lar
ps solo per testimoniare che non si tratta solo di pie aspirazioni, le vacanze estive con famiglie e narrazione biblica serale le abbiamo fatte e sono riuscite benissimo. Eravamo in 40, abbiamo affittato una baita intera e abbiamo narrato - la sera - le storie di Giuseppe, figlio di Giacobbe, e di Davide. Riuscitissime!!!
Ma ancora c'è da camminare, questa attitudine non fa parte della nostra indole.



17/12/2014 16:17 Matteo Lar
sono d'accordo. E soprattutto dobbiamo riscoprire la narrazione biblica dei padri verso i figli. E' una tesi per cui mi batto da anni, in famiglia prima di tutto (vedi dopo) e - per quanto me lo consentono le forze - in ambito ecclesiale: campi di famiglie con narrazione serale di storie della bibbia raccontate dai padri, percorsi pastorali in parrocchia.
Ultimamente ha dato voce autorevole a questa intuizione che non riesco ancora a vedere fiorita, il gesuita Jean Pierre Sonnet

http://www.vitaepensiero.it/scheda-libro/jean-pierre-sonnet/generare-e-narrare-9788834322468-232747.html

il testo è un po' complesso e articolato, diciamo che fa parte della letteratura scientifica e non di quella divulgativa, ma vale veramente la pena di leggerlo.

In famiglia, per l'avvento, sto raccontando tutte le sere ai miei figli la storia di un personaggio del presepe. Ogni personaggio incarna un carattere, c'è il pigro, c'è l'esploratore, c'è il soldato, il pastore, il commerciante... e tutti - per un motivo o per un altro - si trovano dentro al presepe... racconto ai bambini il perché di ciascuno, poi si canta una canzone di avvento, una preghiera e si va a letto. Loro non vedono l'ora ogni sera. Mia moglie ed io anche.



17/12/2014 15:01 UNA
Mi fanno sorridere le solite minestre riscaldate somministrate dai soliti "acculturati" predicatori proposti in alcune diocesi/vicariati/parrocchie che raccolgono l'interesse dei pochi cristiani praticanti.
Ieri abbiamo assaggiato "un cibo prelibato" e ce n'era davvero per tutti. Tutti abbiamo colto il gusto della Parola sapientemente sminuzzata e triturata anche per chi ancora non ha imparato a masticarla.
Grazie a Benigni
Una dei 10 milioni di ascoltatori



17/12/2014 13:01 Massimo Menzaghi
"Ma perché questa è la natura della nostra fede..."

dovrebbe...



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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