Cultura digitale: non basta un mouse
di Fabio Colagrande | 08 novembre 2010
Usare Facebook, Twitter o You Tube con le parole di cinquant’anni fa non serve. Per «inculturare» la fede nella modernità servono anche contenuti nuovi

«Salvezza, conversione, giustificazione. Tre parole molto familiari ai teologi; ma per chi teologo non è - e cioè per la maggioranza dei mortali - cosa significano? Salvare un documento word; convertire un file in un altro formato elettronico; giustificare un testo word sulla pagina, impaginandolo simmetricamente a sinistra e a destra».

L’esempio, calzante e acuto, è stato offerto giorni fa nella Sala Stampa della Santa Sede da Richard Rouse, responsabile del Dipartimento «Comunicazione e linguaggi» del Pontificio Consiglio della Cultura presentando la prossima plenaria del dicastero diretto dal neo-cardinale Gianfranco Ravasi. Questa assemblea, in programma per metà novembre in Vaticano, ha come tema appunto «Cultura della comunicazione e nuovi linguaggi» e come ambizioso obiettivo quello di affrontare le famigerate difficoltà comunicative della Chiesa. «Siamo capaci veramente di comunicare ai ragazzi che sono lì fuori, in attesa della Buona Novella? Ecco, questa è la motivazione della nostra plenaria» ha spiegato semplicemente il dott. Rouse, ponendo con non-chalance sul tavolo una questione che, come un macigno, pesa da tempo sulle reali possibilità di una «nuova evangelizzazione» che contrasti davvero l’incipiente «secolarizzazione».

Si parte dalla costatazione che ormai il linguaggio teologico non trova più riferimento nella maggioranza della popolazione credente-praticante, quella che la domenica ascolta un’omelia, ma normalmente usa altri linguaggi: quello televisivo, quello di internet, quello quotidiano. Con il paradosso che proprio il messaggio della fraternità e dell’amore evangelico sia annunciato attraverso una lingua ostica, spesso lontana dalla gente. Insomma la Chiesa ammette di non riuscire più a comunicare e cioè di non avere più gli strumenti adatti per compiere una delle sue mansioni centrali, evangelizzare. La scelta di fare un po’ di autocritica, mettere in discussione il proprio modo di comunicare, soprattutto a partire dalla Curia vaticana, sembra da incoraggiare e promuovere.

Finalmente nella Chiesa si profila la consapevolezza che forma e contenuto hanno la stessa importanza e sono spesso indistinguibili. Non  basta possedere dei contenuti di grande valore, la Bibbia, la tradizione, il magistero, la teologia. Se non si sa come comunicarli a un mondo che è cambiato è come non averli. E, per comunicarli, non basta imparare ad usare il mouse e la tastiera, bisogna attuare un profondo cambiamento culturale, modificando in parte anche i nostri contenuti, i nostri messaggi. Strumenti e dispositivi non sono infatti soltanto mezzi, ma plasmano anche la cultura, influiscono sulla comprensione e condizionano la recezione. Usare quindi Facebook, Twitter o You Tube con le parole di cinquant’anni fa non serve. Per «inculturare» la fede nella modernità, attraverso nuove forme, è necessario cercare anche nuovi contenuti. Operazione quanto necessaria quanto delicata, che potrebbe apparire irrispettosa, quasi a rischio di eresia. Ma qui non si tratta di mettere in discussione i dogmi della fede cristiana o ridisegnare i principi della morale o della dottrina sociale. Piuttosto di compiere un’operazione simile a quella di San Paolo che passando da una cultura semitica a quella dell’ellenismo, alla cultura romana, non si limitò a tradurre gli insegnamenti di Gesù in un’altra lingua, ma creò una dottrina comprensibile ai «gentili».

Noi - ha ammesso in un’intervista alla Radio Vaticana lo stesso Ravasi - abbiamo un linguaggio che tante volte è autoreferenziale. Diremmo noi «ci parliamo addosso». «Per questo motivo è necessario, senza perdere i propri contenuti, cercare di fare quell’operazione di cui parlava il sociologo canadese Marshall McLuhan. Far entrare il mezzo nel messaggio che comunica. E, certo, questo vuol dire anche qualche mutamento nel messaggio». Un altro esempio viene dal Concilio di Calcedonia - ricordava il presidente del dicastero vaticano – dove nel 451 avvenne un profondo mutamento nella comprensione della figura di Cristo, nella cristologia, adottando categorie che non erano quelle della Bibbia, ma della cultura greca. Insomma serve uno sforzo in più. Non per svalutare, annacquare la purezza dell’annuncio cristiano, ma anzi per ridargli il fascino primigenio, incarnandolo nel mondo del duemila.  

La tecnologia ha rivoluzionato la comunicazione e le nuove generazioni si innamorano attraverso mezzi in apparenza freddi - come internet o un sms - e non più solo guardandosi negli occhi. Eppure si innamorano ancora. Perciò il cuore è rimasto lo stesso e anche il desiderio di relazioni. Se, com’è probabile, sono rimasti anche il desiderio di trascendenza e la domanda religiosa, la Chiesa deve imparare in fretta ad intercettarli. Insomma, scendere dal pulpito per stabilire vere relazioni. Abolire i monologhi, o peggio i soliloqui, per dialogare con il prossimo. 

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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