Quando al funerale non si parla del defunto
di Diego Andreatta | 28 ottobre 2014
Certe rigidità liturgiche impediscono di cogliere il dono di una testimonianza e l'espressione sincera degli affetti

Lo sostengono tutti, i pastoralisti per primi, che i funerali rappresentano una delle rare occasioni per un lieto (secondo) annuncio in una chiesa insolitamente gremita. A volte però, purtroppo, capita di incontrare nei celebranti un atteggiamento ultrarigido rispetto alle modalità celebrative, che lascia amarezza, in particolare nei familiari.

Non sembri la solita rivendicazione laicale nei confronti dei presbiteri, solo spirito di correzione fraterna.. Dispiace - per essere concreti - che il parroco di turno s'imponga fin dal primo approccio davanti ai parenti devastati dalla stanchezza e dal lutto come "il padrone" della celebrazione, dettando regole dettagliate ("nessun intervento dopo la Comunione, al massimo uno!") perfino sulla scelta dei canti o del coro. E che spesso lo faccia all'insegna del "si è sempre fatto così", oppure "non possiamo fare eccezioni e distinzioni", brandendo la norma della buona (?) consuetudine o un impegno d'imparzialità rispetto ai defunti o alle loro famiglie che ha ben poco significato. Ma non ci diciamo sempre che una delle ricchezze della testimonianza cristiana è proprio la diversità, l'umanità che si esprime  in tante modalità diverse, tutte però manifestazioni dell'unico Signore. Ci sta bene sottolineare degli altri pregi e difetti da vivi... da morti invece dobbiamo considerarli come anonimi cristiani in fotocopia?.

Questo azzeramento degli aspetti di umanità che invece è bello cogliere anche nel momento del congedo da un amico - sia nella grandezza della sua vita cristiana che nella debolezza, pure da offrire al Signore - appare tanto più controproducente al momento dell'omelia: "non parleremo del defunto", "attenzione ai panegirici", "l'essenziale è annunciare la Resurrezione di Gesù Cristo, non altro" sostengono come principio inderogabile alcuni parroci, magari timorosi di qualche "fuori programma" dell'evento di cui si sentono unici registi oppure "scottati" da qualche intervento sopra le righe in funerali precedenti.

Ebbè? Non dobbiamo essere accoglienti e misericordiosi anche verso chi si sente di poter dire qualcosa all'amico caro o al nonno? (Talvolta gli interventi improvvisati si rivelano anche più efficaci e commoventi). Ma, soprattutto, non è proprio a partire da alcuni aspetti della vita cristiana che è facile far riecheggiare la Parola, suscitare la lode, evidenziare che nella Risurrezione quel credente laico ci ha creduto, eccome, anche nel momento della malattia, ad esempio? Intendiamoci: non si tratta di dare le pagelle o trasformare le omelie in orazioni laiche. Si tratta soltanto di vivere una comunione ecclesiale che tenga conto e valorizzi anche l'umanità delle persone, come Gesù stesso ci ha insegnato nei suoi gesti verso gli amici cari o verso le persone in difficoltà?  Compreso il pianto, in una manifestazione anche visibile degli affetti.

Talvolta, invece, in certi funerali anestetizzati dalle attenzioni del parroco, è come se il defunto non avesse mai avuto un corpo, un modo di esprimersi, un personale percorso di vita.

Per dirla tutta, poi, il sacerdote irrigidito s'impone anche sulla destinazione delle offerte  ("è previsto - la giustificazione canonica - che restino alla parrocchia") malcelando  talvolta una certa preoccupazione per la casse parrocchiali. Dall'altra parte la famiglia del defunto stenta a capire e accettare, perche una delle volontà del proprio caro era quella di destinare la colletta a qualche opera missionaria o caritativa la colletta, come estremo ed edificante messaggio di condivisione.

03/11/2014 10:29 ANNA ROBERT
Non facciamo per favore qui questioni di danaro, sono ben altri i problemi che ho trovato nelle lettere precedenti questa.
Un mio pensiero scritto con molta umiltà:quelli che vengono alle esequie e non sono credenti o praticanti, possono accogliere nel
loro cuore la Grazia sempre presente nella Messa e nella conseguente celebrazione eucaristica



03/11/2014 08:46 Paolo Ciotti
Al di là delle considerazioni pastorali e teologiche aggiungo solo che talvolta nei celebranti vi una aperta mancanza di "intelligenza emotiva", in particolare di capacità di autoconsapevolezza e controllo dei propri sentimenti, empatia e capacità di prevedere le conseguenze sugli altri dei propri comportamenti.
Inoltre concedetemi una considerazione pastorale: se il defunto arriva in chiesa come primo contatto e non ci sono stati altri incontri, telefonici o visite per una benedizione e una preghiera, è più facile che accadano cose simili.
Un'ultima considerazione: messaggi strappalacrime o saluti intimi? Dovrebbero comunque essere concordati in precedenza, ma questo non si può fare se non si costruisce prima una relazione, da entrambe le parti.



31/10/2014 17:19 Massimo
Sono perfettamente d'accordo con Diego Andreatta, anche - ma non solo - per essere passato da una esperienza deprimente. Meno di un anno ho c'è stato purtroppo il funerale di mio padre. Mi sono premurato a chiamare subito la parrocchia (che ha oltre 13000 abitanti, e in cui è quindi impossibile che il parroco conosca tutti, o anche solo tutti i praticanti "semplici", come era mio padre) per evitare che lo facessero le pompe funebri, e quindi per stabilire un contatto diretto con la parrocchia (dove io non abito più da anni). Ciononostante nessuno si è informato minimamente di chi fosse mio padre, e il parroco ha fatto una omelia che sarebbe andata bene anche per un marziano. Dopo la comunione mi è stato consentito, perlomeno, di leggere un breve ricordo di mio padre: per breve intendo 8 righe in tutto, in cui ho solo espresso la speranza che fosse consolato da Dio delle sue sofferenze (concetto nemmeno sfiorato nell'omelia). Nonostante ci fossimo tutti presentati in Chiesa in anticipo, al termine della messa (durata pochissimo) il parroco ci ha messo una fretta maledetta perché doveva andare a celebrare in un'altra chiesa. Quindi arrivato al cimitero ha benedetto la bara senza nemmeno aspettare mia madre (!), ed è scappato via. E sì che siamo arrivati al cimitero tutti di corsa, vista la fretta che ci aveva messo. La celebrazione non poteva essere anticipata di mezz'ora, vista tutta questa premura? Mi chiedo che partecipazione alle vicende umane ispiri la Chiesa in circostanze del genere, che non credo siano toccate solo alla mia famiglia, anzi. Unica magra consolazione: il parroco è appena andato in pensione, Deo gratias.


30/10/2014 10:39 pietro
Maria, io trovo che restare invischiati nella colpa spesso
impedisca di lodare Dio..
Addirittura, uno strizzacervelli lo sa ben spiegare, può diventare
una forma di autocelebrazione..
Alle porte della Morte io ci metterei luce e speranza.



30/10/2014 10:18 Maria
Da meditare la commovente cerimonia che si teneva alla Cripta dei Cappuccini di Vienna quando moriva un membro della CASA IMPERIALE ASBURGICA.
La salma dell'Imperatore veniva accompagnata davanti alle porte della CRipta da UN SOLO cerimoniere e senza il codazzo di tutti i partecipanti al funerale.
Alle porte della Cripta un frate cappucino chiedeva "Chi chiede di entrare"?
Il cerimonieri sciorinava TUTTI I TITOLI UFFICIALI del defunto: Imperatore delL'Impero Austro Ungarico Francesco
Il frate rispondeva : Non lo conosco.
allora il cerimoniere bussava ancora e alla domanda del frate Chi chiede d'entrare? questa volta rispondeva con i soli nomi di famiglia:
Francesco Giuseppe Asburgo ecc.
Il frate rispondeva: non lo conosco.
Per la terza volta il cerimoniere bussava e alla domanda del frate
chi chiede di entrare? questa volta rispondeva: UN POVERO PECCATORE.
E a questa risposta il frate apriva le porte della Cripta dei cappuccini.

Ecco con le cerimonie odierne si fa esattamente il contario: si enfatizza tutto quello che il "defunto" è stato in vita quasi si trattasse di un essere eccezionale e particolare e non un povero peccatore COME TUTTI!



29/10/2014 15:31 Lanfranco Gianesin
Condivido spesso le posizioni di Diego, ma qui mi trovo in disaccordo. Trovo giusto che la ritualità delle esequie mantenga la sua forma stereotipata, con poche e misurate parti creative. Non è facile sfuggire al modello del reality show, che cova nel nostro immaginario. La celebrazione comunitaria, nella sua sobrietà, è funzionale anche umanamente all'elaborazione del lutto, soprattutto da parte dei familiari più stretti. Le persone che vanno a fare interminabili interventi al microfono dopo la comunione rischiano di celebrare se stesse e la propria personale elaborazione della perdita, dando la stura alle emozioni da cui si sentono schiacciate. Ma si preoccupano del sovraccarico emotivo che fanno sopportare ai familiari della persona defunta? Ancora una volta rischiamo di far prevalere l'ego autoreferenziale e narcisista sul "noi". Di fronte all'indicibile della morte, possiamo abbandonare il linguaggio verbale (che enfatizza l'individualità) e dare spazio a quello non verbale (un grande abbraccio comunitario), abbandonandoci alle parole ai gesti, ai silenzi della liturgia, in cui ci sentiamo un corpo solo in Cristo. Il ritmo della celebrazione favorisce emozioni meno shock e più contemplative, che ci aiutano a interiorizzare il dolore e a condividerlo fraternamente, aprendo il cuore alla speranza. La creatività e l'overdose di emozioni non è necessariamente liberante sempre e per tutti. Per lo meno non in queste circostanze.


29/10/2014 15:25 Leo
"Quindi, anche in questo caso, credo che dietro al problema contingente si riproponga quello ben più grave di trovare il modo di offrire ai laici una formazione adeguata, perché la loro partecipazione alle celebrazioni sia il più possibile fruttuosa". Parole parole parole...
I laici non sono nemmeno sfiorati dal problema "formazione" che va a toccare una fascia ristrettissima di volenterosi che quando sono formati (salvo qualche raro eletto) vengono guardati con sospetto/invidia e lasciati parcheggiare negli "scantinati ammuffiti" della chiesa come "oggetti inutili".



29/10/2014 14:47 Blas
Quando arrivi la mia ora spero che chi mi porti lo faccia come quello che sono un povero peccatore che chiede misericordia. Non vorrei che si parli della mia vita perche il poco bene che ho fatto lo ho fatto per Grazia di Dio ed il male che ho fatto spera sia dimenticato per misericordia.


29/10/2014 11:30 Alberto Hermanin
Mah! Mi è capitato di assistere a funerali nei quali ero il solo in Chiesa a rispondere alle formule della liturgia. In un caso sapevo con certezza che la defunta non era religiosa o credente. Non lo era letteralmente nessuno dei presenti. Ciò che racconta Andreatta è certo increscioso, ma mi vien fatto di chiedermi perché mai quelli hanno chiesto un funerale in Chiesa: non sarà per avere un bel pulpito a disposizione? Perché dopo la comunione, le lingue si sono sciolte, beninteso sempre senza la minima attinenza con alcunché che riguardasse Dio, Cristo, Chiesa e vita dopo la morte, per carità. Va bene che “hanno pagato” ma non so poi chi ci faccia la figura migliore. E quanto poi ad annunciare solo la Resurrezione, di cos’altro deve mai parlare il prete se non ha mai visto letteralmente nessuno, né il morto né i congiunti? Con l’aggiunta della rinfrescante sensazione di celebrare senza che nessuno risponda. Immagino che non sia molto piacevole, almeno dopo la riforma liturgica del Vaticano II, e un certo irrigidimento è abbastanza inevitabile. A non dire delle sciocchezze new age gabellate da fede cristiana in altre orazioni. Non ho nulla contro la propaganda di altre fedi, ma devi venirla a farla nella Chiesa? Sarebbe come pretendere di celebrare la Messa in Moschea.
E non parliamo poi della sguaiataggine di alcune maratone oratorie interminabili, purtroppo diffuse anche fra i credenti. Insomma non sempre e in ogni caso sono i preti a dover cambiare atteggiamento, non vi pare?



29/10/2014 11:26 Matt
Giusto, se i parenti vogliono ricordare degnamente il loro defunto, Baglioni alla comunione e Venditti al canto finale!!!
Sacerdoti irrigiditi e parrucconi, se non l'avete mai visto in vita vostra, attrezzatevi, inventatevela la vita del defunto!!! E basta con queste stole viola, tristi e senza senso: meglio le sciarpe giallorosse o nerazzurre, a seconda dei fedeli!
Bravo, mi sembra una scelta condivisibile.



29/10/2014 09:32 Stefano
Perfettamente d'accordo con la tesi esposta, mi sono trovato purtroppo più volte ad assistere alla situazione cotnraria. Persone che evidentemente non mettevano più piede in chiesa dal giorno della prima comunione o, per i coniugati, da quello del loro matrimonio che, assolutamente passive e mute nella celebrazione eucaristica, hanno messo in scena una serie di testimonianze che sono durate più di tutta la celebrazione. Ecco, forse bisognerebbe trovare un equilibrio, che capisco essere difficile. Bisognerebbe poter almeno vagliare se quelli che prendono la parola nella celebrazione hanno un minimo di consapevolezza del luogo e della circostanza, ma questo darebbe luogo a "discriminazioni" che in una parrocchia sono ancor più difficili da gestire (perchè a lui sì e a me no?). Quindi, anche in questo caso, credo che dietro al problema contingente si riproponga quello ben più grave di trovare il modo di offrire ai laici una formazione adeguata, perché la loro partecipazione alle celebrazioni sia il più possibile fruttuosa.


29/10/2014 09:31 Federico Barisione
da noi in parrocchia le offerte nei funerali vanno SEMPRE alle missioni, e lo stesso parroco all'omelia cita la vita del defunto, consolando la famiglia.
al termine della celebrazione, se i parenti o amici vogliono farlo, possono leggere un breve ricordo...
si tratta quasi sempre di persone impegnate in prima persona nella comunità, o che hanno parenti impegnati... dispiace invece vedere certe esequie di persone lontane, che non sono partecipate, e in cui il presbitero è l'unico che tenta di dare un ricordo del defunto



29/10/2014 00:05 Blas
Mi sorprende come Holywood abbia cosi tanta influenza negli italani.


28/10/2014 13:11 pietro
chioso sulle offerte:
una precisa volontà dell'Arcivescovo Carlo Maria Martini era
che in qs.celebrazioni NON si dovessero raccogliere offerte.
Disatteso, mmmolto spesso.
Non conosco il suo xchè, ma credo che sapendo che buona
parte dei partecipanti ad un funerale non si ritengono
'appartenenti' alla CC.. quella questua fosse fuori luogo,
in una parola: antipatica.
Visto che la funzione è pagata dai parenti, oltretutto!



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Diego Andreatta

Diego Andreatta, classe 1962, laureato in sociologia a Trento (dove è nato, vive e va in montagna), dal 1987 è giornalista professionista. È direttore del settimanale diocesano Vita Trentina e dal 1996 corrispondente di Avvenire. Sposato con Chiara, ha cinque figli che gli offrono preziose informazioni  sulla vita e sulla fede oggi. 

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