E Paolo VI disse ai campesinos:
«Voi siete un sacramento»

di Giorgio Bernardelli e Lorenzo Rosoli | 19 ottobre 2014
Da un nuovo libro dedicato ai suoi viaggi internazionali una pagina fortissima di Montini proclamato oggi beato

Alla figura di Paolo VI proclamato oggi beato è dedicato un nuovo libro di Giorgio Bernardelli e Lorenzo Rosoli che prova a concentrarsi su un aspetto specifico del suo Pontificato: i viaggi apostolici, che Montini ha letteralmente inventato. Pochi in realtà ricordano che ne compì ben nove e in tutti e cinnque i continenti. «Paolo VI. Destinazione mondo» - fresco di stampa per l'Editrice Emi - prova a raccontarli, aiutando a riscoprire un volto del beato Paolo VI che rischia sempre di rimanere un po' sullo sfondo. Dal volume pubblichiamo un brano del capitolo dedicato al viaggio in Colombia, compiuto nel 1968.

Destinazione mondo

 

La mattina del 23 agosto il viaggio in Colombia vive il momento che più resterà impresso nella memoria: Montini si reca al Campo San José - nella pianura di Mesquera, a trenta chilometri da Bogotà - dove lo attendono oltre 250 mila campesinos, i braccianti più poveri, l'icona della negazione di quella «destinazione universale dei beni» che la Populorum Progressio ha riaffermato. Il Papa arriva in elicottero e la terra - ancora una volta protagonista - si solleva intorno, creando una nube: le autorità pronte ad accogliere l'illustre ospite scappano indietro e probabilmente Montini stesso vede ben poco appena si apre il portellone. Ma appena la polvere si posa lo spettacolo che gli si presenta davanti è quello di una moltitudine avvolta nei poncho e nelle ruana.

Chi sono davvero questi uomini e queste donne? Così li racconta in un ritratto di magistrale efficacia Giuseppe Josca, sulle colonne del Corriere della Sera: «Il reddito medio di un campesino latino americano è di quindicimila lire al mese - annota -. In genere non possiede la terra, né riesce a godere dei suoi frutti. Si nutre con metà delle calorie necessarie a un adeguato livello dietetico, non sa leggere, non ha mai sentito parlare del golf o del bridge. Mangia a lume di candela, non per creare un'atmosfera romantica, ma perché non ha la luce elettrica. E la sua unica abbondanza sono i figli, benedizione, spesso, di una unione non necessariamente consacrata da un prete».

Paolo VI passa in mezzo a loro a lungo, stando in piedi su una jeep bianca. «La massa era come una macchia scura e compatta - continua il suo racconto Josca -. Ma se fosse stato possibile isolare uno per uno i volti, si sarebbero certo riconosciuti gli uomini e le donne che in questi ultimi quindici o venti anni sono stati i protagonisti o le vittime di alcuni degli avvenimenti più inquieti e drammatici della recente storia colombiana. Le vittime del sistema feudale per cui in Colombia un tre per cento di privilegiati possiede ancora il sessanta per cento delle terre coltivabili, nonostante gli sforzi per varare un programma di riforma agraria che è senza dubbio uno dei più avanzati del continente. Si sarebbero riconosciuti i destinatari della propaganda castrista e rivoluzionaria, i testimoni della violencia scoppiata per dispute politiche nel 1948, dopo l'assassinio a Bogotà di Jorge Gaitan, e sconvolse poi in particolar modo le zone rurali e i gli sperduti villaggi di montagna, mescolandosi e confondendosi con il brigantaggio, le vendette personali, le faide di paese, e provocando un ecatombe di vite umane: trentamila secondo i risentiti rapporti ufficiali, duecentomila secondo le stime più accreditate».

A questa umanità Paolo VI propone un filo rosso decisamente forte. Perché nel suo discorso pone l'Eucaristia - ciò che il Congresso di Bogotà sta celebrando - in relazione diretta con la loro condizione. «Voi siete un segno, voi un'immagine, voi un mistero della presenza di Cristo - dice Montini ai campesinos -. Il sacramento dell'Eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un'immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina. (..) Voi - aggiunge ancora - siete Cristo per noi. Noi vi amiamo con un'affezione preferenziale; e con noi vi ama, ricordatelo bene, ricordatelo sempre, la santa Chiesa cattolica».

Ma il Papa però non si ferma qui; avverte che chi lo ascolta vuole ascoltare da lui anche un giudizio sui problemi che frenano uno sviluppo che sia realmente amico di tutti. «Oggi - continua - la questione si è fatta grave, perché voi avete preso coscienza dei vostri bisogni e delle vostre sofferenze, e, come tanti altri nel mondo, non potete tollerare che codeste condizioni debbano sempre durare e non abbiano invece sollecito rimedio. Allora noi ci domandiamo che cosa possiamo fare per voi, dopo aver tanto parlato in vostro favore».

E la risposta sta in quattro grandi impegni che Montini prende di fronte ai campesinos: il primo è quello di continuare a difendere la loro causa, con particolare attenzione ai diritti «all'equa retribuzione, alla conveniente abitazione, all'istruzione di base, all'assistenza sanitaria e alla partecipazione ai benefici e alle responsabilità dell'ordine sociale». Ma il secondo è ancora più chiaro: «continueremo - promette Paolo VI - a denunciare le inique sperequazioni economiche tra ricchi e poveri». Su questo punto scende parecchio nel dettaglio: chiede ai governi e a «tutte le categorie dirigenti ed abbienti» di affrontare «con larghezza e coraggiose prospettive le riforme necessarie per un più giusto e più efficiente assetto sociale, con progressivo vantaggio delle classi oggi meno favorite e con più equa imposizione degli oneri fiscali sulle classi più abbienti, specialmente su quelle che, possedendo estesi latifondi, non sono in grado di renderli più fecondi e redditizi, o, se lo possono, ne godono i frutti con esclusivo profitto». È un Papa che affronta il tema della riforma della terra e che denuncia i comportamenti speculativi quello che a Bogotà si rivolge ai campesinos.

Ma c'è anche un terzo impegno che Montini ha ben chiaro: per far uscire i lavoratori agricoli dalla miseria serve anche una cooperazione tra Stati, perché i mercati più forti non soffochino i più deboli. Promette dunque di perorare la causa dei Paesi più bisognosi, perché ottengano aiuti senza che questo leda né la loro dignità né la loro libertà. Ma chiede anche ai Paesi ricchi di «aprire al commercio più facili vie in favore delle nazioni ancora prive di sufficienza economica». Perché la ricchezza, anche quella delle nazioni - spiega Montini - deve rispondere al suo «scopo primario di servizio all'uomo», frenando «il suo facile godimento egoistico, o il suo impiego in spese voluttuarie, o in esagerati e pericolosi armamenti».

Infine il quarto impegno, quello che chiama in causa direttamente la Chiesa: «Cercheremo noi stessi, nei limiti delle nostre possibilità economiche, di dare l'esempio, di ravvivare sempre di più nella Chiesa le sue tradizioni di disinteresse, di generosità, di servizio, sempre più richiamandoci a quello spirito di povertà che il divino Maestro ci predicò». Durante il viaggio Montini elogerà espressamente le diocesi dell'America Latina che hanno messo loro per prime a disposizione dei contadini più poveri i loro terreni.

Conclude citando la beatitudine evangelica dei poveri: «Lasciate che noi, pur sempre adoperandoci in ogni modo per alleviare le vostre pene e per procurarvi un pane più abbondante e più facile, vi ricordiamo che "non di solo pane vive l'uomo" e che di altro pane, quello della Parola e della Grazia divina, noi tutti abbiamo bisogno». E insieme - proprio nel Paese di Camilo Torres - ribadisce l'invito fermissimo a non riporre la propria fiducia nella violenza e nella rivoluzione. «Ciò è contrario allo spirito cristiano - ammonisce il Papa - e può anche ritardare, e non favorire, quell'elevazione sociale sociale a cui legittimamente aspirate».

20/10/2014 10:10 Marisa Carmela Sfondrini
Non tutti hanno guardato a Papa Paolo VI vedendolo soltanto come uomo triste, problematico, tormentato… Sono rientrata da praticante oltre che credente nella Chiesa a causa della Populorum Progressio ed Evangelii Nuntiandi, due documenti che hanno scosso definitivamente via la crosta che mi impediva di stare nella Chiesa a mio agio, con amore. Forse soltanto persone timide come me potevano capire un'altra persona timida, ma forte, aperta, che sapeva amare come Paolo VI. E forse i timidi non sanno gridare le proprie intuizioni e convinzioni, quindi è rimasta sul papa "Sapiente" la "crosta" della tristezza, problematicità ecc. Gli psicologismi sono una rovina specialmente se usati malamente. Paolo VI è stato secondo me il più grande fra i papi del XX secolo, il solo che abbia compreso l'impatto drammatico fra chiesa e mondo, fra tradizione e modernità… Sono stata piena di gioia all'annuncio della sua ufficiale beatificazione, poiché per me era già beato e con me tantissime altre persone soprattutto secolari consacrati cui Paolo VI ha indirizzato parole che nessun altro papa ha saputo trovare se non citandolo.


20/10/2014 07:30 pietro
mi sono fatto qs.idea:
Maritain, Fuci, tante belle idee, passioni:
la prima parte del suo pontificato.
Quel discorso-denuncia uguale a quello che dice padre
Zanotelli da anni oggi: ad una assembkea Onu a bucaresti(?)...
Poi la presa di coscienza di GRIDARE al vento, di non avere
le armi x portare avanti il sogno.. e le sofferenze del mondo (80%)
sono diventate le sue, fino a portarlo alla morte.



20/10/2014 01:23 Ale
Oggi, mentre ascoltavo la parte di omelia papale dedicata al nuovo beato, mi domandavo come mai anche in ambito cattolico certe persone, osteggiate e poco apprezzate durante la vita, vengono sempre "riscoperte" e rivalutate solo dopo morte.
Paolo VI era definito il papa triste, il papa problematico, tormentato, anche conservatore, con scarso appeal negli anni duri della contestazione globale. E ora se ne riscopre ogni lato positivo, come testimonia anche questo libro.
Non che questa riscoperta sia esecrabile, tutt'altro: ma non sarebbe stato più "cristiano" guardare a lui con maggiore obiettività durante la sua vita?
Ciò che oggi viene messo in evidenza esisteva anche allora: e perché non lo si è voluto vedere? L'ideologia dominante di tempo in tempo è così forte da rendere ciechi anche coloro che, in virtù della fede professata, dovrebbero invece saper guardare il cuore, l'essenza delle persone oltre l'apparenza?



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Giorgio Bernardelli

Giorgio Bernardelli, giornalista della rivista Mondo e Missione e del sito mondoemissione.it, ha lavorato per dieci anni alle pagine di informazione religiosa di Avvenire, quotidiano con cui tuttora collabora oltre che con il portale internazionale di informazione religiosa VaticanInsider. Porta nel cuore Gerusalemme, città a cui ha dedicato diversi libri e che racconta nella rubrica La porta di Jaffa sul sito www.terrasanta.net.

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