«Donaci lo spirito del dialogo»
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 16 ottobre 2014
La divisione tra i cristiani è uno scandalo destinato a finire: alcune recenti parole di papa Francesco e un evento tenutosi a Trento ce lo ricordano

Una bella coincidenza, probabilmente involontaria, ma significativa della presenza dello Spirito nel mondo.

Proprio all'indomani del 30° anniversario di uno storico avvenimento ecumenico nel duomo di Trento, papa Francesco all'udienza di mercoledì 8 ottobre ha parlato sullo stesso tema.

"Ci sono tanti fratelli che condividono con noi la fede in Cristo, ma che appartengono ad altre confessioni o a tradizioni differenti dalla nostra. Molti si sono rassegnati a questa divisione - anche nella nostra Chiesa cattolica si sono rassegnati - che nel corso della storia è stata spesso causa di conflitti e di sofferenze, anche di guerre, eh! Questa è una vergogna! Anche oggi i rapporti non sono sempre improntati al rispetto e alla cordialità ... Ma, mi domando: noi, come ci poniamo di fronte a tutto questo? Siamo anche noi rassegnati, se non addirittura indifferenti a questa divisione? Oppure crediamo fermamente che si possa e si debba camminare nella direzione della riconciliazione e della piena comunione?".

No, non siamo rassegnati, anzi. La divisione tra i cristiani è uno scandalo destinato a finire: Cristo non può essere lacerato e strattonato qua e là, come di fatto è stato per secoli. Non è questo l'annuncio di cui il mondo ha sete anche oggi.

Sarà che la nostra diocesi ha ricevuto da papa Paolo VI nel 1964 uno speciale "mandato", ma a dialogo ecumenico siamo cresciuti in famiglia, nelle comunità, a scuola nelle ore di IRC, in tanti eventi tra l'ecclesiale e il civile. Come quello del 7 ottobre 1984 nella cattedrale di san Vigilio.

Al termine del 3° Incontro ecumenico europeo, promosso da CCEE e KEK (Riva del Garda 3-7 ottobre) sul tema "Confessare insieme la nostra fede fonte di speranza" - una riflessione teologica sul Credo niceno-costantinopolitano (381) presenti oltre 100 delegati da ogni parte d'Europa sotto la guida del card. Basil Hume di Westminster - un momento di preghiera insieme tra le navate che erano state testimoni della maggior parte delle sessioni del Concilio.

"Convocata per assodare verità, correggere costumi, provvedere a urgenti riforme e comporre incomprensioni e dissensi, questa Assise divenne invece per circostanze avverse e comuni responsabilità simbolo di ulteriore divisione nella Chiesa e perfino di inimicizia tra fratelli" riconosceva mons. Alessandro Maria Gottardi, allora nostro arcivescovo, prima della corale richiesta di perdono.

Sgomberata la cattedrale dai monumentali banchi, così da renderla più a misura dei tanti ospiti che avevano potuto collocarsi su due file e potersi vedere di fronte, sotto lo sguardo del medesimo Crocifisso che aveva seguito i lavori del Concilio, la recita - per la prima volta insieme dallo scisma d'Oriente e dalla Riforma - del Simbolo di fede antecedente ad ogni divisione. Pronunciato prima in greco (lingua madre della Chiesa) e poi ciascuno nella propria, il Credo diventava una "iniezione di speranza", perché rappresentava già un legame tra le chiese separate.

E all'invito allo scambio di un segno di pace pronunciato dal vescovo anglicano di Oxford è stato tutto un abbraccio: oltre 10 minuti tra gli applausi dei trentini che gremivano ciò che restava libero tra le navate. Nessuno poteva dimenticare la storia, ma la storia si può leggere diversamente, come recita il recente documento cattolico-luterano dal titolo che è tutto un programma "Dal conflitto alla comunione". Alle controversie teologiche si era preferito l'incontro personale all'insegna di una volontà di dialogo capace di costruire un futuro diverso, e migliore, del passato.

Uno degli obiettivi dell'allora delegato, don Franch, era quello di "far uscire l'ecumenismo dalla tenda a ossigeno delle disquisizioni teologiche raffinate, per immergerlo tra il popolo di Dio", in linea con il mandato di Montini: "Al tempo del Concilio la città di Trento, scelta per facilitare l'incontro, per far da ponte, per offrire l'abbraccio della riconciliazione e dell'amicizia, non  ebbe questa gioia e questa gloria. Essa dovrà averne, come noi, come tutto il mondo cattolico, sempre il desiderio. Essa dovrà assurgere a simbolo di questo desiderio, oggi ancora, oggi più che mai, vivo, implorante, paziente, pregante. Essa dovrà con la fermezza della sua fede cattolica non costituire un confine, ma aprire una porta; non chiudere un dialogo, ma tenerlo aperto; non rinfacciare errori, ma ricercare virtù; non attendere chi da quattro secoli non è venuto, ma andarlo fraternamente a cercare".

Se oggi assistiamo ad una nuova stagione di dialogo ecumenico - fatta non più di costruzione di qualche ponte, ma di tanti ponti per gli innumerevoli rivoli (solo da noi 19 chiese pentecostali) - la riflessione è sull'urgenza di un impegno che non viene meno. In testa quello educativo.

Siamo capaci di educare le giovani generazioni al dialogo? All'interno delle famiglie, a scuola, nelle nostre parrocchie? Siamo in grado di far crescere persone che sappiano in primo luogo "ascoltare" le ragioni del prossimo e, in secondo luogo, mettersi nelle loro scarpe?

E' l'insicurezza il nemico da sconfiggere: solo chi ha un'identità non teme di mettersi in gioco e dialogare senza dover ripetere slogan, che in primo luogo devono convincere se stesso.

Non è irrilevante la formazione: se è vero che ancora troppi nel nostro Paese ignorano che quando si parla di "cristiani" nel mondo, molto spesso si legge ortodossi, anglicani, luterani ... In alcune zone il termine protestante evoca ancora astio, quando non viene pronunciato a titolo di offesa ("ma il cristiano non offende" ci ha ricordato Bergoglio) eppure il Vaticano II ha parlato a chiare lettere di "fratelli separati". E non possiamo dimenticare che non solo secoli orsono, ma 30 anni fa i cristiani si ammazzavano ancora tra loro in Irlanda del Nord ...

"Le ragioni che hanno portato alle fratture e alle separazioni possono essere le più diverse ... Quello che è certo - concludeva papa Francesco - è che, in un modo o nell'altro, dietro queste lacerazioni ci sono sempre la superbia e l'egoismo, che sono causa di ogni disaccordo e che ci rendono intolleranti, incapaci di ascoltare e di accettare chi ha una visione o una posizione diversa dalla nostra".

Domenica 12 ottobre la festa del Ringraziamento in val di Fassa si colorava di bandiere e gonfaloni: al cimitero austro-ungarico presso la chiesa di Santa Giuliana la rievocazione della Grande Guerra che 100 anni fa mieteva già tante vittime sul fronte orientale della Galizia". "Signore allontana da noi "il mal da campanile", ogni nazionalismo, ogni egoismo, rendici operatori di pace, capaci di stringere la mano con quanti incontriamo, senza divisione alcuna".

"Signore, dacci oggi il nostro spirito quotidiano di dialogo", diventa allora la nostra preghiera "nella certezza che noi siamo in gran parte responsabili dell'unità dei cristiani, come dell'avvenire d'Europa", scrivevano 30 anni fa i testimoni nel loro Messaggio e lo ripete oggi il papa (EG 246).

Significa diventare uomini e donne di dialogo (ma anche bambini, ragazzi, giovani) nel concreto delle nostre giornate. Senza deleghe.

 

 

 

23/10/2014 16:45 Maria Teresa Pontara Pederiva
Grazie Alberto per quanto hai scritto che condivido, ma non preoccuparti del numero dei commenti. I post vengono spesso ripresi da altri blog o rassegne stampa (com'è stato per questo): può bastare, ma non credo sia la cosa più importante, che invece è quella di indurre una riflessione.
Lo spunto dell'anniversario dello storico abbraccio ecumenico nella sede del Concilio era occasione per chiederci, più in generale: "Siamo capaci di educare le giovani generazioni al dialogo? All'interno delle famiglie, a scuola, nelle nostre parrocchie? Siamo in grado di far crescere persone che sappiano in primo luogo "ascoltare" le ragioni del prossimo e, in secondo luogo, mettersi nelle loro scarpe?".
Senza dialogo "interno", nella Chiesa o nella società, non può nascere un dialogo verso l'"esterno" ed è questo il vero nodo da sciogliere, a partire dalle giovani generazioni che a scuola siedono insieme a quanti vengono da lontano, hanno altre fedi o semplicemente la pensano diversamente, ma che dovrebbero attrezzarsi in famiglia, a catechesi, nel tempo libero al dialogo.



17/10/2014 17:33 Alberto Hermanin
Senza troppo stupore noto che l’articolo sull’ecumenismo non riscuote un alto interesse; in questi giorni le occasioni di attenzione sono ben altre, con la magnifica opportunità di lanciarsi addosso le accuse più diverse. Io lo trovo interessante e da apprezzare, forse perché io stesso sono un frutto ecumenico dalla nascita, essendo figlio di cristiani di confessione diversa.
Vorrei aggiungere però qualche considerazione. Pur restando vere le affermazioni sul nostro (comune) egoismo e la nostra superbia, resta vero che non solo di questo si tratta ma anche di solide ragioni che vanno nel profondo della fede, quando si parla della divisione dei cristiani.
È vero invece che perché l’ecumenismo sia efficace si deve farlo uscire “dalla tenda a ossigeno delle disquisizioni teologiche” per immergerlo nella consapevolezza comune. A tale scopo, si tratta intanto di informare di più, l’ignoranza in questo campo è il peggiore dei mali. E insieme naturalmente anche di “formare” alla tolleranza e al rispetto evidenziando il molto che abbiamo in comune piuttosto che il relativamente poco che ci divide.
Sia peraltro detto senza volontà polemica: sono molto più alcune comunità cristiane protestanti a fare opera di proselitismo aggressivo nei confronti di fedeli cattolici che non il contrario, almeno oggi, e senza stare a rimestare colpe storiche secolari a tutti attribuibili. Questo è un fatto, che certo non deve alimentare voglia alcuna di rivalsa o peggio, ma va pur conosciuto.
Quanto al citato caso dell’Irlanda del nord, esso è certo assai più attribuibile a problemi di natura politico sociale e “nazionale” che non a motivi religiosi, almeno negli ultimi decenni, anche se è vero che all’origine ci furono eccome motivazioni religiose: i cattolici essendo stati privati per secoli di alcuni fondamentali diritti civili.
Discorso del tutto opposto invece a proposito dei rapporti con le Chiese orientali dove invece le meno importanti divisioni teologiche sono largamente ingigantite dai ricordi storici anche remoti e tuttavia ben presenti nella psicologia collettiva di quelle comunità: impressiona sempre il ricordo dello “slogan” (con linguaggio moderno) della Chiesa greca all’indomani della caduta di Bisanzio: meglio il turbante del turco che la tiara del Papa.
Certo, io non ho mai potuto constatare alcun impegno particolarmente significativo nelle parrocchie da me frequentate in direzione dell’ecumenismo: ben vengano quindi tutte le esortazioni del caso; senza confondere naturalmente l’ecumenismo con il relativismo: la parola sarà tabù su Vino Nuovo, ma io l’adopero lo stesso.



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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