La scoperta dell'Albania
di Fabio Colagrande | 24 settembre 2014
Sappiamo raccogliere i frutti umani e spirituali di questa storia dolorosa che, quasi inavvertitamente, ci scorre tra le dita?

Ci si imbarca alle 23 da Bari e la mattina dopo alle 8 si è a Durazzo. Solo una notte di sonno ci separa dall'Albania. Da più di vent'anni il Paese delle Aquile, uscito dalla dittatura comunista, si è riaperto al mondo esterno. Eppure lo scopriamo solo oggi che Papa Francesco lo ha scelto significativamente come meta del suo primo viaggio in Europa.

Nei primi anni Novanta fummo probabilmente annichiliti dall'enorme flusso migratorio albanese che si riversò sulle nostre coste. Nacque allora il mito del migrante invasore, brutto, sporco e cattivo, che veniva a delinquere e a toglierci il lavoro. E forse, andare controcorrente, visitare quella terra che sembrava travasare nello stivale tutti i suoi abitanti, era impresa ardua. Se scappano ci sarà una ragione, pensavamo. Chi si arrischiò ad attraversare quel braccio di Adriatico che ci separa dalle coste albanesi, come tanti missionari italiani, trovò un Paese devastato dal regime ateista, privo di servizi e infrastrutture, con un tessuto sociale sfibrato da pessimismo e diffidenza. Ma allo stesso tempo una terra verde e affascinante, una popolazione spesso rafforzata dalla sofferenza che - pur con tutte le sue contraddizioni - conservava una dignità e una capacità di reazione straordinarie.

Scopriva dalle prime testimonianze, a mezza bocca, un popolo martirizzato, che attraverso la negazione della libertà religiosa aveva saputo rafforzare una capacità di convivenza interreligiosa forse unica nel mondo. E giustamente ora additata ad esempio da Francesco.

Raffaele Lanzilli, sacerdote gesuita che ha trascorso 22 anni in Albania, tra le diocesi di Tirana e Durazzo, racconta che dagli albanesi, sia musulmani che cristiani, ha imparato la capacità di resistere alle difficoltà della vita, la capacità di restare umile e di guardare alla storia con occhi penetranti, per riconoscere la presenza del Signore e incarnare il motto ignaziano che invita a trovare Dio in tutte le cose.

Luciano Levri, missionario marianista, da 12 anni impegnato nella città di Lehze, nel Nord-ovest del Paese, soprattutto nella scolarizzazione dei bambini rom, racconta che in Albania ha imparato come in periferia i missionari debbano andare con le bisacce vuote. Bisacce da riempire e non da svuotare. Perché non c'è maggiore prepotenza di colui che pensa di poter solo dare e di non aver nulla da ricevere.

Dieci anni fa, arrivato per caso in Albania con Luciano, ho incontrato bambini affamati di vita e amicizia, padroni della lingua italiana grazie alle antenne paraboliche. Grati solo per la nostra presenza di volontari. Anziani dai volti scavati e diffidenti. Adolescenti orgogliosi di contribuire alla ricostruzione del loro Paese.

Fu una fortuna. Come tanti altri avrei potuto continuare a vivere ignorando che la storia dell'Europa, il suo passato sanguinario e il suo futuro di benessere e speranza, con le sue luci e le sue ombre, si stava svolgendo a pochi passi da noi. A una notte di distanza. Salvo poi scoprirla oggi l'Albania, per il viaggio del Papa.

E allora mi chiedo se anche oggi, nell'era della comunicazione digitale globalizzata, ci accorgiamo di come la storia ci passi accanto. Magari in un siriano che dorme a terra alla stazione di Milano o in quell'africano che si cuce la bocca in un centro di identificazione di Roma. Se sappiamo raccogliere i frutti umani e spirituali di questa storia dolorosa che, quasi inavvertitamente, ci scorre tra le dita.

Non aspettiamo il prossimo viaggio papale per accorgercene.

 

24/09/2014 16:34 Fabricianus
Egregio Fabio, fatta eccezione per pochi uomini e donne di buona volontà, cattolici e non cattolici, dell'Albania "il mondo" se ne frega. Lo dico con sofferenza, mi creda.

(Ovviamente lei, bene ha fatto a scriverne, sul Paese delle Aquile).

Stia bene.



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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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