La prima riforma
di Vinicio Albanesi | 20 settembre 2014
Un «canonista di periferia» scrive al Papa: un brano dal nuovo libro del responsabile della Comunità di Capodarco

«Il sogno di una Chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al Papa». È questo il titolo del nuovo libro di don Vinicio Albanesi, prete degli ultimi che da tanti anni ormai è il volto della Comunità di Capodarco. Il libro - come ha raccontato lui stesso in questa intervista ad Avvenire - è «contributo aperto e sincero» scritto da un prete di strada che ha anche studiato a fondo il diritto canonico. Dal volume - che viene presentato oggi alla 18,30 alla Comunità di Capodarco con il vescovo di Fermo Luigi Conti - proponiamo una delle pagine più significative.

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La prima riforma nell’organizzazione della Chiesa è di ordine spirituale. È diventato indispensabile rovesciare lo schema con il quale si pensa la Chiesa e, di conseguenza, il diritto canonico.
Il punto di vista oggi prevalente è quello di organizzare e determinare funzioni e compiti «degli uomini» rispetto alla sequela del Signore. Ma il punto di vista prevalente nell’ambito ecclesiale non è questo: lo scopo dell’esistenza della Chiesa è quello di diffondere il messaggio di Cristo.
La Chiesa esiste perché è strumento di salvezza. Altri motivi di esistenza e organizzazione non hanno senso. Riprendendo lo scopo finale dell’esistenza della Chiesa, ridiventano relativi «i modi» con i quali i singoli fedeli laici aderiscono al messaggio di Cristo. In altre parole questo significa che ogni «potestà» nella Chiesa non esiste in sé, ma in quanto ha la funzione di promuovere la santità.
Per questo motivo tutto il popolo di Dio, a prescindere da ogni ulteriore determinazione circa le funzioni e gli «stati», è chiamato a seguire Cristo. Tenendo conto di questa finalità – lo ripeto perché sia chiaro che questo è un punto decisivo – tutte le funzioni diventano «relative». O, meglio, possono esistere solo se utili allo scopo della santità.
Insistere sulle potestà e sulle caratteristiche degli «stati» nella Chiesa rivela una concezione umana di potere che allontana, invece che avvicinare, il raggiungimento della santità. La storia della Chiesa è piena di figure che hanno eroicamente vissuto le virtù evangeliche a partire da stati di vita completamente diversi tra loro: papi, vescovi, preti, religiosi/e, fedeli laici/e sono stati dichiarati modelli di virtù non per il proprio stato, ma per il percorso della propria vita.
L’insistenza con la quale la teologia e il diritto hanno centellinato funzioni, potestà, missioni è indice di debolezza. Continuare su questa strada non alimenta la sequela di Cristo, ma accontenta attese e desideri umani, ammantati di cristianesimo.

Con questa premessa è doveroso affrontare il primo nodo problematico, che è la distinzione, nel tempo diventata centrale, tra fedeli laici e quanti hanno ricevuto il sacramento dell’ordine.
Se non si scioglie questo nodo, ogni riforma è parziale e rimescola, in un vecchio schema, sintesi che non hanno tenuto conto della finalità ultima dell’essere Chiesa, quale sacramento di salvezza.
A rafforzare questo concetto lo stesso Concilio ha posto in primo piano il tema della «comunione» come costitutivo della Chiesa (LG 1). Chi, per mezzo della Chiesa, entra in comunione con Dio, è in comunione anche con altri fratelli e sorelle, perché Dio è fonte di comunione e la Chiesa ne è strumento. Con il battesimo e l’eucaristia si creano i vincoli di comunione: è lo Spirito Santo che costituisce la comunione spirituale (LG 13).
Solo tenendo presenti la finalità ultima della Chiesa e lo spirito di unità di tutto il popolo di Dio, si può affrontare il tema della diversità degli stati nella Chiesa.
Tra gli specialisti la discussione si è incentrata sul can. 129 del Codice di diritto canonico. Esso dichiara al paragrafo 1: «Sono abili alla potestà di governo, che propriamente è nella Chiesa per istituzione divina e viene denominata anche potestà di giurisdizione, coloro che sono insigniti dell’ordine sacro, a norma delle disposizioni del diritto». Il paragrafo 2 dello stesso canone aggiunge: «Nell’esercizio della medesima potestà, i fedeli laici possono cooperare a norma del diritto». Non sfugge all’attenzione una certa contraddizione tra i due paragrafi.
Le discussioni, a questo proposito, sono infinite e non concluse. Di fatto lo stesso Codice attribuisce facoltà inerenti potestà di santificazione, di magistero e di governo anche ai fedeli laici. Addirittura più dettagliata la discussione inerente le potestà attribuite ai superiori degli istituti di vita consacrata, chiamati a gestire il proprio istituto con tutte le potestà necessarie al loro ufficio.
La soluzione può essere individuata dando volto alle specificità caratteristiche di chi ha (anche) ricevuto l’ordine sacro e di chi ha (solo) ricevuto il battesimo.

Osservando attentamente le norme, si nota una contraddizione violenta. Da una parte si vuole definire ciò che è «laicale», escludendo ciò che è «clericale», dall’altra si attribuisce a chi ha ricevuto l’ordine sacro (i chierici) anche funzioni laicali.
Gli esempi sono infiniti: basti pensare alla rappresentanza «civile» dei vescovi e dei parroci. Le diocesi e le parrocchie devono avere una personalità giuridica e i legali rappresentanti sono i vescovi e i parroci, con tutte le conseguenze che ne derivano: di responsabilità civile, penale, amministrativa, finanziaria… Tutto ciò coperto dalla potestà di «governare». Una funzione di governo nella Chiesa implica in modo necessario, per chi ne è titolare, funzioni che sono prettamente laicali?
Fino a oggi, nel sistema previsto dal Codice, la domanda non è stata posta. È dato per scontato che nelle questioni di ordine temporale si seguano le leggi civili del Paese, salvo lasciare a chi ha ricevuto l’ordine sacro di «occuparsi» anche di questioni «laicali».

La conseguenza è che la titolarità di attribuire tali funzioni spetta a chi è preposto alla guida degli organismi ecclesiali, senza essere altrettanto coerenti nel negare al chierico funzioni che non gli sono proprie.
L’impianto generale delle organizzazioni ecclesiali risulta così clericale, perché vengono assegnate funzioni e potestà che contraddicono quanto, in termini generali e dottrinali, è disposto. Una vera e propria rivoluzione è dunque necessaria nel definire le funzioni riguardanti i fedeli laici e quelle di quanti hanno ricevuto il sacramento dell’ordine.
Una serie di considerazioni spinge a una netta separazione tra funzioni proprie degli stati nella Chiesa. La prima è di ordine teologico. Occorre ridare volto alla spiritualità caratteristica del messaggio evangelico. Coniugando da una parte la specificità dei tre munera, da vivere in comunione, è possibile tracciare i termini della partecipazione di tutto il popolo di Dio alla vita della Chiesa, ciascuno a partire dalla propria condizione. Con coerenza e con coraggio. Soltanto così si possono superare le contraddizioni caratteristiche di una Chiesa che da una parte è clericale e dall’altra lamenta la solitudine dei chierici dal proprio popolo. Una particolare attenzione va posta proprio sulla figura del chierico. È la persona che si occupa delle cose del Signore. Occorre che sia liberato da ogni forma di impaccio e di mondanità. Il rischio altrimenti è che viva (e diventi un «funzionario») con pieni poteri di un ufficio. Va recuperata la funzione di «uomo dello Spirito», abbandonando tutto quanto riguarda la dimensione terrena, pure necessaria al funzionamento delle cose materiali.

Dall’altra parte il «laico» non può essere ridotto a «collaboratore» di una Chiesa appartenente al chierico. Ma è parte viva di un popolo che salva e che mette a disposizione tutte le capacità per diffondere il Vangelo, ivi comprese le incombenze sue proprie.
Un lavoro di riordino delicato e difficile, perché in molte materie ritornano funzioni e ministeri caratteristici sia del chierico sia del laico. Ma un riordino è possibile non a partire dalle discussioni sulle origini e sulle distinzioni dei poteri, ma dalla dimensione organizzativa della Chiesa protesa a diffondere il Vangelo.
Le formule giuridiche sono possibili perché la chiamata a santificare, insegnare e governare è attribuita al chierico con la «cooperazione » dei fedeli laici (can. 129 § 2). Fra l’altro, in questa cooperazione la dottrina non fa distinzione tra uomo e donna: averla introdotta è frutto di forzature umane.

23/09/2014 17:14 pietro b.
fab.. fa un discorso da…
1) TUTTE le Chiese sono 'scemate'.. guarda la vicina Francia!
2) Cerrrto che ci sono laici ben peggiori..
Mai partecipato ad un consiglio Parrocchiale o Decanale??
Ad es. TUTTI i Gesuiti che ho incontrato.. chapeau!!
3) quindi vanno perlomeno SCELTI.
Faccio un esempio. Quando ero nel Cons.Decanale proposi di affidare
la Pastorale nei vari campi a laici. In una cittadina di 35.000 abitanti
esisteva UNA persona con gli attributi x il campo scolastico, una sola
per il settore 'salute, UNA x il sociale, ecc. UNA, ma esisteva!
Mi bocciarono: Fecero COMMISSIONI varie, con a capo, il va sens dire,
ognuna un Prete. Risultati? ZERO.
Concludo: se si vuole si fa. Ma come si deve..



23/09/2014 16:26 fab
Provo a fare l'avvocato del diavolo in mezzo a tanti applausi.
Un esempio di realismo: L'olanda era un paese dove la presenza cattolica non è mai stata numerosa, ma la chiesa cattolica è sempre stata vicace, fornina tanti missionari (il fondatore di "Aiuto alla Chiesa che soffre" è olandese) insomma una chiesa viva. All'indomani del Concilio, nell'euforia rinnovatoria di quegli anni, nella "illuminata" olanda si fece proprio questo: si demandarono le funzioni "di governo" ai laici. Risultato: nel giro di un paio di decenni la Chiesa cattolica olandese praticamente non esiste più.
Bisognerebbe riflettere... non voglio fare il clericale ma di certo qualcosa non ha funzionato in quel tragico esperimento.
Quando noi uomini cerchiamo di metterci lo zampino e non lasciamo agire lo spirito.... ecco cosa succede. Financo la proposta di "delaicizzare" i chierici non è esente da rischi.



23/09/2014 13:29 Yolanda
E' totalmente condivisibile quanto dice Gualtiero . Chi è disposto a farlo? Non so, ma certo per cambiare è necessario che le conoscenze siano più ad ampio raggio, con il contributo di modalità di pensiero e conoscenze diverse nell'ambito delle religioni cristiane e senza trascurare quelle non cristiane. Perché la VERITA' o è valida per tutti o non è verità. Generalmente non si è educati alla ricerca della verità ,anzi al contrario ad accettare passivamente quanto proposto in modo statico ed acritico, come per i dogmi.


23/09/2014 12:39 Gualtiero Mangino
"Fra l’altro, in questa cooperazione la dottrina non fa distinzione tra uomo e donna: averla introdotta è frutto di forzature umane".

basta soffermarsi su queste ultime parole per intuire la profondità delle ragionamento fatto.

Ma siamo noi chiamati a seguire Cristo o si sta verificando il contrario?
Gesù Cristo si è fatto uomo e ha condiviso la nostra povera umanità per farci capire che la nostra via per la salvezza inizia proprio in questo mondo e in questa carne mortale.

Forse la Chiesa ha davvero paura, che un radicale cambiamento come proposto nell'articolo, possa provocare un azzeramento di tutto e che rifondare tutto in Cristo chiederà a noi cristiani una profonda rimessa in discussione della nostra vita.

Chi è davvero disposto a farlo??



21/09/2014 19:16 morgan
Avverto la portata dell'argomento, ma non ho preparazione ed esperienza per parlarne.
Penso tuttavia sia chiaro a tutti che qualcosa deve cambiare.
Dovremmo essere tutti lavoratori per il Regno, ma parliamo di noi come laici e clero.
Dovremmo aver a cuore ciò che è Suo, ma ci preoccupiamo di ciò che è nostro.
Non so quanti laici ci siano disposti a spendersi per il Regno come membri di una comunità (il prete fa comodo, sembra lì apposta per essere usato!). Non credo siano molti nemmeno nel clero (soprattutto tra chi ha un ruolo di potere/responsabilità).
Se la Chiesa non cambia, ci penserà il tempo. Non ci sono "vocazioni" e l'età media dei sacerdoti è preoccupante.
Ci ritroveremo in quattro gatti, ma erano pochi anche all'inizio... :)



21/09/2014 12:47 Yolanda
Ho la sensazione che si abbia molto timore di approfondire la fonte della nostra fede e il contenuto perchè tocca la struttura della chiesa i suoi ordinamenti, tradizioni e poteri. Contestualmente tocca la libertà dell'uomo , il suo libero arbitrio nel contesto della sua vita concreta e reale.Ma o fede e vita si integrano fra loro o si respingono a vicenda. In quest'ottica nelle parole del Papa sia sul clericalismo, tentato da legalismo farisaico ,che oggi da Tirana, nella sua omelia ,nel riferimento a Dio , alla sua bontà e fedeltà e alla speranza per volare alto per essere capaci di amore reciproco e di pace, ritrovo i temi approfonditi da Kung nel libro "ritorno a Gesù" . Difficile entrare nel tema proposto in quest'articolo perchè non sono così ampie le conoscenze sul codice di diritto canonico a cui si fa riferimento e troppo stratificati sono i pregiudizi sul clero nei laici e nel clero sui laici.
E' solo un aspetto da cui partire secondo l'autore, sul ruolo clero -laici già tante volte ripreso.Altro aspetto era quello sui dogmi che apriva ad un approfondimento sulla fonte del nostro credere e non solo alla sola difesa a oltranza e conseguente esclusione da parte dei soliti super cattolici di voci e culture e approfondimenti fuori dai recinti. Ma tutti abbiamo oggi informazioni che non possiamo eludere e che lasciano traccia e domande inevase. Quel che manca è proprio il dialogo, il confronto e l'approfondimento.



20/09/2014 21:26 pietro
Paix, non so in che mondo vivo io, ma da almeno 30 anni
i preti che conosco vorrebbero essere sollevati da
mansioni gestionali e 'terra terra' che li distolgono da
quelle 'spirituali'.



20/09/2014 16:56 Paix
Devo dire con sincerità che il contenuto di questa pagina, per quanto "significativo", non mi è del tutto chiaro, probabilmente perchè risulta estrapolata da un discorso assai più lungo. L'idea dell'uomo di chiesa totalmente "dedito alle cose dello spirito" mi lascia veramente, profondamente perplessa, soprattutto in un'epoca dove è frequentissimo lamentarsi (a volte giustamente) perchè i sacerdoti non sono abbastanza vicini al "mondo reale". Ma soprattutto, se questa strana forzatura ha lo scopo di chiedere un maggiore spazio gestionale per i laici, l'intera impalcatura del discorso mi sembra un po'... superflua? In che senso le funzioni di governo della Chiesa, poi, sarebbero "prettamente laicali"? Cosa si intende per "laicale"? L'impressione è che in questo testo "laicale" valga per antitetico a "spirituale", il che è piuttosto assurdo.
Infine, vorrei brevemente far notare lo strano andamento del discorso, che parte da:
"Insistere sulle potestà e sulle caratteristiche degli «stati» nella Chiesa rivela una concezione umana di potere che allontana, invece che avvicinare, il raggiungimento della santità."
Per poi invece, poche righe sotto, sostenere:
"Una serie di considerazioni spinge a una netta separazione tra funzioni proprie degli stati nella Chiesa."
Insomma, io le idee non le ho proprio chiare su questo scritto, ma a quanto pare non sono l'unica. ;)



20/09/2014 11:43 pietro b.
Di tutto il discorso focalizzo il punto centrale:
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Gli esempi sono infiniti: basti pensare alla rappresentanza «civile» dei vescovi e dei parroci. Le diocesi e le parrocchie devono avere una personalità giuridica e i legali rappresentanti sono i vescovi e i parroci, con tutte le conseguenze che ne derivano: di responsabilità civile, penale, amministrativa, finanziaria… Tutto ciò coperto dalla potestà di «governare». Una funzione di governo nella Chiesa implica in modo necessario, per chi ne è titolare, funzioni che sono prettamente laicali?
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Da qui discende la corsa alle unione di più parrocchie sotto
UN SOLO Prete e tante altre storture.
Da ex-mgr ho vissuto il passaggio delle strutture organizzative da
verticali gerarchiche a matriciali, circa negli anni "70 ( negli USA i
soliti ventanni prima..). Passaggio indispensabile quando la struttura e' complessa e intorno tutto cambia rapidamente.
E la CC quando lo capirà.. dopo i 200 anni di Martini…
In fondo solo uno zero in più.. ;)



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