In carcere dalla parte dei perdenti
scelto da Luigi Accattoli | 20 luglio 2014
"Sono padre Davide, domenicano, cappellano di Solliccianino e in altre patrie galere da quasi venticinque anni. Ho avvertito il bisogno di stare con i perdenti: è in carcere che si tocca con mano ogni povertà dell'uomo"
di Davide Colella

"Sono padre Davide, frate domenicano, attualmente cappellano di Solliccianino, ma nelle patrie galere da quasi venticinque anni, di cui diciotto passati interamente nella Casa di Reclusione di Gorgona. Ho avvertito il bisogno di stare con i perdenti. E' in carcere che si tocca con mano ogni povertà dell'uomo": si presenta così il domenicano Davide Colella, 63 anni, della comunità di Pistoia che pubblica la rivista "Koinonia". Solliccianino, o Casa circondariale "Mario Gozzini", è un carcere a custodia attenuata, nel quale il padre Davide si fa amico dei carcerati cantando e suonando la chitarra. Ma il fiero domenicano non si accontenta di coltivare un orto privilegiato e tiene d'occhio l'intero inferno carcerario: "Ci sono carceri che scoppiano da troppo tempo, l'aumento allarmante di detenuti suicidi, malati di Aids e tossici che dovrebbero stare dappertutto meno che in galera, l'incredibile numero dei minorenni nelle nostre galere in barba alla prevista chiusura dei carceri minorili, i troppi extra-comunitari che non avendo riferimenti esterni non possono accedere ai permessi premio e si fanno due volte la galera. Ho visitato l'ex carcere di massima sicurezza di Pianosa e ho provato dolore per le offese gratuite recate al genere umano. Tutto sistematicamente murato sul pavimento: letto, tavolo, sedia, i detenuti venivano sorvegliati 24 ore, anche quando stavano nel bagno. Saranno anche dei bastardi, non lo nego, ma sfido chiunque a uscirne migliore dopo un trattamento simile. Non sarebbe giusto fosse lo Stato in primis ad avere il dovere di dare lavoro al detenuto, dentro e soprattutto fuori dalla galera?" Di un ragazzo di Solliccianino morto di overdose il padre Davide dice: "Non siamo riusciti a fargli capire che la vita è molto più di una pena da scontare". Mando un abbraccio di gratitudine al combattivo domenicano che si è fatto amico dei perdenti. Le parole che ho riportato le ho prese da "firenzepost.it" dell'11 marzo 2014 e da "Avvenire" del 19 luglio 2014.

 

24/12/2018 17:50 Giulio Stefano Augusto Corti
Carissimi Padre Davide Colella e Luigi Accattoli
Le parole da un carcere contano molto di più delle parole di un uomo libero, anche se sentiamo come nostra la sofferenza di chi sta dentro. Lei descrive in modo commovente, caro Padre, il dramma della loro vita, che arriva fino al suicidio. Questa era l’unica libertà di cui si sentivano padroni, e non credo neanche che la libertà di delinquere fosse per loro più ambita delle libertà di Bene, pe sé e per gli altri, bastando dare loro l’occasione di esercitarle. Vorrei rilevare che la stessa, ireparabile, nefasta libertà se la prendono anche un certo numero di disperati fuori dalle sbarre. Sono tutti da curare con lo stesso amore. Il successo di queste cure si vedrà dal sorriso che vedremo sui loro volti. Un sorriso è disarmato oltre che disarmante.



27/07/2014 11:43 davide mario colella
Sono padre Davide e per caso m'è capitato di leggere il suo e mio articolo. Sono io che devo ringraziarla perchè parla dei carcerati, uomini in nulla dissimili a noi per umanità... Se poi vuole venire a trovarmi, a trovarci a Solliccianino ... un abbraccio


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Luigi Accattoli

Luigi Accattoli già giornalista della Repubblica (1976-1981) e poi del Corriere della Sera (1981-2008), ora collabora al Corriere della Sera, a Liberal. Scrive per la rivista Il Regno da 37 anni. Modera il blog www.luigiaccattoli.it

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