Noi cristiani d'Europa
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 19 maggio 2014
Troppi cattolici italiani non hanno ancora avuto modo di ascoltare il messaggio dei vescovi europei sulle sfide dell'imminente voto europeo

Abbiamo troppo da perdere se il progetto europeo subisse un deragliamento, scrivono i vescovi accreditati presso la UE con un appello al voto. Ma noi ne siamo altrettanto convinti?

"Il messaggio Cristiano è un messaggio di speranza. E' nostra convinzione che il progetto Europeo sia ispirato da una visione nobile del genere umano. Singoli cittadini, comunità e anche stati-nazione devono essere capaci di mettere da parte l'interesse particolare alla ricerca del bene comune. L'esortazione papale Ecclesia in Europa promulgata da papa Giovanni Paolo II nel 2003 è stato un testo di speranza, ed è con ferma convinzione che la Chiesa si accosta alla sfida europea. La temperanza è una delle virtù naturali poste al cuore della spiritualità Cristiana. Una cultura di moderazione deve dare forma all'economia sociale di mercato e alle politiche ambientali. Dobbiamo imparare a vivere con meno, ma nello stesso tempo fare in modo che coloro che si trovano in una condizione di reale povertà ottengano una parte più giusta".

Vorrei tanto sbagliarmi, ma temo che troppi cattolici italiani non abbiano avuto modo di ascoltare queste parole. Eppure è il Messaggio dei vescovi accreditati presso l'Unione Europea (COMECE) che dal 20 marzo rimbalza nelle parrocchie e nei gruppi dell'intera Europa. Ma non da noi, nonostante uno dei quattro vice-presidenti COMECE sia il vescovo di Piacenza-Bobbio (almeno sul sito della diocesi, tra i suoi documenti si riporta un articolo sul tema pubblicato sulla rivista di attualità pastorale Settimana 10/2014).

"Importunate i vostri pastori" ci ha detto papa Francesco: potrebbe essere un'idea, un'ottima idea. Ma ciò non toglie che, ascoltando l'invito di mons. Galantino ad essere "cristiani adulti", non si possa trovare occasione per parlarne e diffonderlo con le nostre forze di laici. Del resto non è la prima volta, chissà perché, che in Italia i loro documenti trovano cassa di risonanza solo in qualche rivista e poco più.

E non è una sfida da poco quella che ci aspetta il 25 maggio e lo sanno bene i vescovi che "avvertono l'odore delle loro pecore" e tutti coloro che si sentono parte di una comunità viva, parrocchiale o di gruppo, movimento che sia. E temono per il futuro. Temono in primo luogo il fantasma dell'astensionismo che porterebbe a Strasburgo una rappresentanza limitata, ma temono soprattutto quel ripiegamento egoistico sui propri interessi a piccolo raggio che fanno dimenticare come invece si faccia comunque parte di un tutto. Che non possiamo eludere.

Non per nulla i vescovi europei affermano di rivolgersi in prima istanza ai cittadini dell'Unione che si dichiarano cattolici, ma si augurano di essere ascoltati anche da parte di "tutti gli uomini e le donne di buona volontà che hanno a cuore il successo del progetto Europeo". Senza dimenticare che anche in Europa i cattolici sono solo una fetta dei cristiani, essendo affiancati dai "fratelli separati" della Riforma con i quali si lavora, si annuncia il Vangelo, si prega (e numerosi sono gli interventi e le iniziative a respiro europeo a livello congiunto).

Il card. Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera e presidente COMECE, presentando il testo aveva spiegato trattarsi "non solo di un appello al voto, ma di un richiamo alle priorità", individuate attraverso il prisma della Dottrina Sociale della Chiesa. Così si definiscono "pilastri" dell'Unione i principi di sussidiarietà e di solidarietà ("dobbiamo costruire un mondo differente con la solidarietà al suo cuore"), si ricorda il dovere di un profondo rispetto della dignità umana e la responsabilità dell'accoglienza e dell'integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo.

Ma anche che "siamo responsabili per la creazione" e quindi la necessità di promuovere una visione internazionale in tema di cambiamento climatico e di insistere sul fatto che la sostenibilità sia un elemento fondamentale di qualunque politica di crescita e sviluppo.

Non si dimentica il tema della libertà religiosa (e i vescovi danno piena approvazione alle linee guida UE), con l'invito a supportare "ogni misura volta a proteggere il riposo settimanale comunemente condiviso, la Domenica" e il cambiamento demografico che ci attende nell'arco dei prossimi cinque anni: gli anziani abbiano le cure di cui hanno bisogno, ma si creino nuove opportunità per i giovani.

Convinti che "l'Unione Europea è ad una svolta" i vescovi chiedono che il Progetto non venga messo a rischio o abbandonato: "abbiamo troppo da perdere da un eventuale deragliamento". Il nostro futuro è indissolubilmente legato a quello d'Europa. E noi, da cristiani, ne siamo altrettanto convinti?

L'Europa non è "altro" da noi: noi siamo l'Europa. Non solo un continente, per secoli diviso in lotte fratricide, che grazie al "sogno" dei Padri fondatori ha potuto raggiungere la convivenza pacifica degli stati, ma una comunità di persone che hanno riscoperto le comuni radici, le sole capaci di garantirle un futuro. Nonostante gli errori e le frenate che hanno ostacolato un cammino, l'Europa unita è ancora un progetto in cui i cristiani sono chiamati ad impegnarsi in prima persona. E in un sistema democratico la partecipazione non è una manifestazione di piazza, ma un voto di fiducia a chi mi rappresenta. Per "riportare il bene comune all'attenzione della politica", per "una comunità europea di solidarietà e responsabilità" come titolava il documento congiunto cattolici-luterani di due anni fa con un respiro che si allargava al pianeta.

"Dà fastidio che si parli di etica, dà fastidio che si parli di solidarietà mondiale, dà fastidio che si parli di distribuzione dei beni, dà fastidio che si parli di difendere i posti di lavoro, dà fastidio che si parli della dignità dei deboli, dà fastidio che si parli di un Dio che esige un impegno per la giustizia" scrive papa Francesco (Evangelii Gaudium 203) aggiungendo nel tweet del 1° maggio: "Chiedo a quanti hanno responsabilità politica di non dimenticare due cose: la dignità umana e il bene comune".

Ricordando che la nostra "casa" è il mondo intero, non solo l'Europa, allargare lo sguardo e abbracciare i tanti, troppi, che confidano sul nostro aiuto, fa parte anche questo della nostra fede, declinata non in principi astratti, ma in giustizia e carità, il "comandamento nuovo".

25/05/2014 22:33 Marco Sabatini
Pur non essendo neanche lontanamente un esperto, mi sono appassionato molto alla questione europea (se non si era capito :) ) e aggiungo al materiale suggerito da Maria Teresa alcuni link che avevo messo da parte, con alcuni spezzoni tratti da questi link.

ALCIDE DE GASPERI

"Resta in ogni caso stabilito che soprattutto, ogni Parlamento nazionale è sovrano e che quindi chi decide, in Italia come altrove, è il Parlamento in piena libertà e autorità[...]"
http://www.degasperi.net/show_doc.php?id_obj=3300&sq_id=0

"[...]l'Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell'ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d'accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l'uso della forza (come proclama l'articolo 2 dello Statuto di San Francisco) in base al "principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri", come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente "l'integrità territoriale e l'indipendenza politica", tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto."
http://www.alterhistory.altervista.org/Documenti/testiGET.php?titolotesto=DiscorsoGasperi

"[...]Badate bene che quando diciamo che non siamo nazionalisti, lo intendiamo in questo senso, che cioè non vogliamo la soluzione di tutti i problemi attraverso la forza della nazione, attraverso l'iniziativa nazionale, e non diciamo qualche cosa che limiti le nostre forze reali, che diminuisca, comprima e deprima il nostro sentimento nazionale italiano: la base di tutte le cooperazioni è la nazione, in un consorzio di nazioni libere."
http://www.degasperi.net/show_doc.php?id_obj=1674&sq_id=0

"[...]Le nostre riunioni non sono destinate e prendere decisioni politiche che spettano ai Parlamentari, detentori delle sovranazionalità nazionali, ma sono liberi incontri, colloqui tra le varie tendenze e le varie nazionalità, un foro nel quale possono confrontarsi pareri diversi, ma tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa."
http://www.degasperi.net/show_doc.php?id_obj=3327&sq_id=0

ALTIERO SPINELLI

Sunto del manifesto di Ventotene:
http://www.degasperi.net/Padri_Fondatori/progetto/manifesto.htm
Testo completo:
http://www.altierospinelli.org/manifesto/it/pdf/manifesto1944it.pdf

Alcuni spunti tratti dal manifesto:

"Il problema che in primo luogo va risolto e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani. […] in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo"

"[...]per costituire un saldo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali; spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari; abbia gli organi e i mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune."

[Il movimento federalista] "attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell'ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle informi masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato, e intorno ad esso la nuova vera democrazia. Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sboccare in un rinnovato dispotismo."

Ringrazio ancora Maria Teresa per tutti gli spunti di riflessione, riflessione che non si ferma mai, almeno nelle intenzioni. Ciao e grazie.



25/05/2014 21:10 Maria Teresa Pontara Pederiva
Oso superare il tetto dei 2 interventi che ci siamo imposti per venire incontro alla richiesta di L. (che immagino di conoscere come teologo): da buona trentina, sono più di 40 anni che leggo e studio DeGasperi, ma lascio volentieri la parola agli esperti.
Così, per capire il "sogno europeo" dei Padri fondatori (e cristiani) segnalo il sito della Fondazione Trentina:

http://www.degasperitn.it/it/

e aggiungo una delle lectio magistralis annuali proprio sul tema:
http://www.degasperitn.it/it/progetti/lectio/226

Riguardo alla "disaffezione dei cattolici", rispetto ogni opinione personale, ma condivido l'appello dei vescovi europei e dei tanti episcopati, compresa la CEI, che vanno in senso diametralmente opposto.



25/05/2014 19:24 L.
Grazie a Marco Sabatini, condivido.
Oso chiedere più dettagli sulle differenze tra l'europeismo di De Gasperi e quello di Spinelli, sia in sé, sia con riferimento alle questioni oggi più rilevanti, quelle tra l'altro che stanno creando disaffezione verso l'Europa, sia tra i cattolici, sia più in generale tra la gente comune.



25/05/2014 17:15 Marco Sabatini
Ringrazio Maria Teresa, dal cui penultimo commento ho tratto molte occasioni di riflessione.
Il punto fondamentale delle mie perplessità sul documento dei vescovi europei consisteva nell'impressione che ci sia poca attenzione su una critica a mio avviso necessaria sulle politiche economiche fin qui attuate, che hanno portato molta sofferenza in gran parte d'Europa, e sul fatto che ho notato poca attenzione a determinate priorità (una su tutti: l'opzione fondamentale per i poveri), messe sul piatto - lo ripeto, è una mia impressione - degli "interessi particolari" vs il "bene comune".
Detto questo, noto che anche nei documenti citati si cita De Gasperi, e non Spinelli (insisto su questi nomi perché sono attualissimi nel dibattito sull'identità dell'Europa), e faccio notare che il superamento del concetto di nazione è in Spinelli e non in De Gasperi. Ci aggiungo che il concetto di nazione è genericamente culturale, e non denota appartenenze politiche: quando viene usato come clava per delimitare confini politici, si tratta a mio avviso di banale strumentalizzazione (quando si scrive Stato con la maiuscola e nazione con la minuscola, perdonatemi, sarò in mala fede, ma secondo me non è un caso, e non c'è nessuna paura delle maiuscole, solo una constatazione dei diversi pesi considerati).
Ma qui vado decisamente fuori tema, per cui mi affretto a concludere, approfittando del messaggio dei vescovi italiani, dal tono apprezzabile, in cui si cita il trattato di Lisbona: perdonatemi ancora, non c'è assolutamente intento polemico, e non voglio con ciò sminuire la sostanza del messaggio, ma è importante ricordare che il trattato è arrivato dopo la bocciatura nel 2005 della costituzione europea da parte dei referendum in Francia e Paesi Bassi, e che tale trattato non ha origine da un'apposita consultazione democratica ma da un comitato che vi ha riproposto, praticamente inalterati, i contenuti della costituzione da poco bocciata. Con questo intendo dire che se l'Europa deve essere un Europa dei popoli, dovrebbe ascoltarne la voce, e in certi casi, il grido di sofferenza. Spero di aver chiarito meglio qual era la mia preoccupazione. Grazie ancora.



23/05/2014 16:56 Claudia
Condivido il messaggio dei Vescovi.
Grazie Maria Teresa!



23/05/2014 15:50 Maria Teresa Pontara Pederiva
E finalmente è arrivato oggi anche il Messaggio dei vescovi italiani al Paese con questo riferimento all'appuntamento europeo:

"Noi Vescovi riteniamo che i principi umani e cristiani che hanno ispirato la nascita dell’Unione Europea rimangono validi e vadano ripresi per un’applicazione reale, in una politica favorevole alla giustizia sociale, al lavoro per tutti, al sostegno della famiglia, alla vita, alla dignità della persona, alla solidarietà interna ed estera, all’accoglienza più attiva e condivisa dei migranti e rifugiati e ad una missione per la pace e la libertà religiosa nel mondo.
Inoltre, in prossimità delle elezioni europee, giudichiamo molto importante la partecipazione ad esse. Il Parlamento Europeo è l’unico organismo dell’Unione Europea eletto dai cittadini e quest’anno è la prima volta che ciò avviene, dopo le nuove competenze ad esso attribuite dal Trattato di Lisbona (2009). La partecipazione attiva alle elezioni è un’opportunità per esercitare la propria co-responsabilità per il futuro dell’Europa".



23/05/2014 10:47 Anna Vincenti
Sottoscrivo per intero il post di Federico B
Non c'è pace senza il rispetto per l'ordine naturale delle cose; la cosa più importante che possiamo lasciare ai nostri figli è un'Europa sempre più rivolta al rispetto della vita e della famiglia.
Credo che sia importante sapere a quale partito europeo andrà il nostro voto e verificare se contribuisce attivamente al sostegno dei valori non negoziabili. Buon voto!



22/05/2014 17:20 Maria Teresa Pontara Pederiva
Sinceramente credo che la preoccupazione dei vescovi e di tanti cristiani d’Europa sia più che fondata, ma c’è anche la speranza che la coscienza alla fine prevarrà in molti.
Dai commenti appare solo uno spaccato, molto parziale, di quanto sta accadendo tra i cattolici italiani, molti dei quali evidentemente non condividono né quanto scrivono i vescovi, né il Progetto Europeo nato per garantire all’Europa - stremata dal 2° conflitto mondiale – un futuro di pace.
Perché il Progetto Europeo (ma perché mai spaventarsi del maiuscolo?) nella storia è stato il frutto del sogno dei Padri fondatori – personaggi del calibro di Degasperi, Schuman e Adenauer - cristiani che hanno speso le loro energie per allontanare per sempre lo spettro della guerra tra le popolazioni del vecchio continente. E, da cristiani, sapevano bene che la nostra fede ci obbliga a costruire la città dell’uomo, non a tirarsene fuori.
Oggi la UE è giunta alla 3° generazione, la crisi mondiale – innescata dalla finanza senza controllo – ci ha condotto all’emergenza povertà per troppi nostri concittadini, e intendo europei in generale, come pure tanti che bussano alle nostre porte in fuga da conflitti o alla ricerca di una vita migliore (da cristiani non dovremmo condividere ciò che abbiamo?).
E’ da cristiani lavarsene le mani? Non credo proprio, se leggiamo cosa dice la Dottrina Sociale della Chiesa.
Le difficoltà sono forse nate dal fatto che abbiamo spinto troppo sul togliere sovranità o perché non siamo stati capaci di andare più in là? Perché, a pensarci bene è la nostra stessa Costituzione a decretare nel famoso art. 11 (proprio quello dove l’Italia ripudia la guerra) che il nostro paese “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.
Si legge troppo timore nei commenti qui, come in giro (a forza di nazionalismi) si respira paura per un’identità in pericolo, ma è in pericolo solo se è debole e frammentata. Non ho mai avuto alcun timore di appartenere ad una “macroregione europea transfrontaliera” come l’Euregio, ma le opportunità per noi (che siamo nati quando si concretizzava il sogno europeo) e i nostri figli sono innumerevoli e ben al di là di quelle economiche, perché innanzitutto culturali: si abbattono steccati, si apre l’orizzonte, si respira a livello europeo (e se cristiani a livello ecumenico) e ci si abitua meglio a considerarsi cittadini del mondo.
Se come cristiani abbandonassimo sterili timori e ci si avviasse con maggior convinzione a mettere in pratica la nostra responsabilità di cittadini, qui ora, forse un’altra Europa sarebbe possibile: questa è la sola strada coraggiosa da imboccare. Per riportare la dignità della persona (e qui è già detto tutto non ho dimenticato niente) e il bene comune al centro della politica e dell’economia (e la povertà è un attacco alla dignità della persona).
Abbiamo le chiavi dei lucchetti delle nostre catene, così come abbiamo in mano la possibilità di sconfiggere la povertà e la fame nel mondo. Ma per scegliere di farlo, occorre esserci, partecipare e dare il proprio contributo.
Il nostro Paese è tra le nazioni che hanno avvio al Progetto Europeo. Ogni trattato e ogni decisione a livello di Governi porta la nostra firma. L’Europa non è “altro”, siamo noi, e vogliamo forse chiamarci fuori? Che testimonianza si darebbe da genitori cristiani ai propri figli se non dicessio loro, con i fatti, che siamo membri di un'unica grande famiglia umana?
Questo il sito dei vescovi europei:
http://www.comece.org/site/en/home



19/05/2014 19:54 Marco Sabatini
Avevo letto qualche giorno fa una frase del suddetto documento, citata da un altro documento, e proprio le parole "Singoli cittadini, comunità e anche Stati-nazione devono essere capaci di mettere da parte l’interesse particolare alla ricerca del bene comune" mi avevano suscitato non poche perplessità: questo accostamento stato-nazione (con la S maiuscola), questo manicheismo "interesse particolare" vs "bene comune" che mi suona qui quasi banale, non me li aspettavo.
Mi spiego meglio: in questo messaggio vedo una specie di reazione eccessiva, sento odore di paura, paura di separatismi, paura di passi indietro, e vorrei capire cosa si intende per "Progetto" europeo (anche qui con la P maiuscola). Il progetto di De Gasperi? O il progetto di Spinelli? Non sono la stessa cosa. Le linee degli stati (maiuscola o no) non sono entità aleatorie, quando rispecchiano comunanze culturali (le nazioni, e non c'è bisogno di scomodare le maiuscole), e qualsiasi abbattimento di confine, quando è forzato e quando non rispetta la volontà dei cittadini, non lo vedo necessariamente come positivo a prescindere. Perché vedere, con questi toni a mio avviso un po' acritici, negli Stati Uniti d'Europa l'unica strada per una collaborazione pacifica e fruttuosa dei popoli? Forse che la ripartizione dei poteri e delle leggi fra stati, regioni, province, comuni, magari senza inutili/dannosi duplicati, non ha più ragione di essere? La territorialità è diventata un disvalore? Si preferiscono forse gli appiattimenti culturali del villaggio globale?
Avrei desiderato un approfondimento maggiore, un tener conto delle difficoltà che _questa_ Europa sta attraversando, e delle sensazioni dei suoi abitanti. Stigmatizzare le loro paure come "interessi particolari" mi sembra una mossa troppo facile e poco attenta, e i milioni di persone che non solo in Grecia stanno subendo scelte economiche per lo meno discutibili meriterebbero un'analisi diversa e un messaggio più critico nei confronti di chi invece si può sentire legittimato nel portare avanti una linea che a mio avviso avrebbe bisogno di essere "addrizzata".



19/05/2014 11:25 Federico B
Si dimentica di ricordare l'appello degli stessi vescovi per il sostegno ai valori non negoziabili :
"La vita umana deve essere protetta dal momento del concepimento fino a quello della morte naturale. La famiglia, quale elemento costruttivo fondamentale della società, deve anch’essa godere della protezione di cui necessita".
Senza un riferimento ai valori e ai principi, i cattolici europei non si sentiranno mai rappresentati da istituzioni europee sempre più laiciste e impegnate per imporre politiche sempre più distanti da una visione cristiana della famiglia e della società.
Votiamo per le elezioni europee, ma diamo sostegno a quei candidati che si impegnano a rappresentare i valori cattolici in Europa.



19/05/2014 10:14 pietro b.
con sofferenza devo indicare come l'invito del Papa a dare alloggio 'd'altri' ( beni ecclesiastici..) a chi non lo ha ha ricevuto dalla Gerarchia una subitanea globale adesione
In che quantità?? Z E R O .
La CC da secoli soffre di un probl: la credibilitá.



19/05/2014 06:59 L.
Che sfilza di belle parole e di grossi nomi
(più uno, curialmente accennato, forse a fine di megapuntura di spillo),
riuniti a modo di cespugli sotto la grande quercia del Progetto Europa (tutto al maiuscolo, manco fosse Gesù Cristo)...

Piuttosto,
dice di più dell'Italia, dell'Europa e del Mondo...
questo link:
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/05/18/firenze-nardella-al-servizio-del-denaro-a-sua-insaputa/990106/
(non so se vero, ma certo verosimile).

Sarà pure una casa, ma certo è casa d'altri.



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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