Quegli sbirri in dialogo sulla vita e la morte
di Moreno Migliorati | 20 marzo 2014
«True Detective» è un mirabile esempio di come il binomio sacro/serialità televisiva possa essere declinato al meglio

È davvero auspicabile che qualche televisione di casa nostra acquisti i diritti per la trasmissione nel nostro Paese di True Detective, la serie tv cult negli Usa al punto da aver incontrato il favore, si dice, anche della First family. Definirla semplicemente una detective story è quanto di più riduttivo si potrebbe fare: interpretata da Matthew McConaughey (fresco vincitore dell'Oscar per la magistrale interpretazione del rude texano scopertosi sieropositivo in Dallas buyers club) e da Woody Harrelson, True Detective è piuttosto un mirabile esempio di come il binomio sacro/serialità televisiva possa essere declinato al meglio, offrendo allo spettatore un prodotto di primissima qualità.

I due impersonano una coppia di detective (Rust Cohle e Martin Hart) sulle tracce di un serial killer. L'azione si svolge in una assolata ed opprimente Lousiana, splendidamente fotografata, nell'arco temporale di diciassette anni. Punto forte della serie tv (oltre l'interpretazione dei protagonisti) è certamente la regia di Cary Joji Fukunaga, ma ancor di più la sceneggiatura di Nic Pizzolato, romanziere, qui alla sua prima e riuscitissima prova come autore per la televisione. Sì, perché sono proprio i dialoghi tra i due protagonisti principali ad avvincere lo spettatore e a tenerlo incollato allo schermo. I due non rappresentano certamente lo stereotipo della coppia di sbirri cui ci ha abituato tanta cinematografia americana: Martin è apparentemente un tipo solido con una bella famiglia (anche se progressivamente ne verranno fuori le debolezze) mentre Rust è decisamente più cupo: un nichilista-materialista che pensa che l'uomo non sia altro che una marionetta (come dice in un passaggio del telefilm) cui ad un certo punto vengono tagliati i fili. In realtà, la sua non è stata un'esistenza facile: il suo matrimonio non ha retto alla morte di una bambina ancora piccola ed è evidente che lui non ancora elaborato questo immenso dolore.

È proprio dai dialoghi dei due detective (anche se non solo da essi) che emergono quindi tematiche estremamente stimolanti: la vita e la morte, il bene e il male, il perché del dolore e così via. Lo stesso finale dell'ultima puntata della serie (tranquilli: non si spoilera, come si dice in gergo) è stato interpretato in chiave cristologica. Certamente, ai grandi quesiti dell'esistenza umana non vengono fornite risposte, ma suscitare domande ed inquietudini è già quanto mai importante. Anzi, potrebbe addirittura essere definita una forma di pre-evangelizzazione.

E tutto questo mentre da noi, per coniugare il binomio sacro/serialità televisiva bisogna ricorrere al buon Don Matteo o alle brave suorine de "Che Dio ci aiuti". Un po' troppo poco, sinceramente.

 

20/03/2014 14:41 Maria Luisa
Beh, allora di pecore nel recinto ce ne sono più di quante immaginiamo, visto lo share raggiunto dalle fiction citate, o da quelle su Padre Pio o su Giovanni XXIII o su GP II ecc.
Bene, è una bella notizia... Speriamo che nuove produzioni possano raggiungere anche quelle ancora fuori...



20/03/2014 14:21 Moreno Migliorati
Maria Luisa, si tratta di prodotti molto molto diversi. Senza contare che questi italiani citati si rivolgono prevalentemente a chi è già nel recinto (per usare un'espressione che piacerebbe a Papa Francesco) mentre una serie come quella di cui aprlo io si rivolge a chi è fuori dal recinto (e senza averne neppure l'intenzione, tra l'altro). In questo, in Italia, siamo davvero molto indietro.


20/03/2014 11:51 Maria Luisa
Beh, non saremo costanti (serial), ma forse occasionalmente (fiction) qualcosa di buono c'è: cosa ne dite di "Per amore del mio popolo", conclusosi proprio ieri, o della fiction (una volta si chiamava "sceneggiato", mi sembra meno finto di "fiction"...) su don Puglisi, o di quella su don Bosco di alcuni anni fa, tanto per citarne alcune? Qualcosina nel bicchiere c'è...


20/03/2014 09:01 Moreno Migliorati
Già, ma la maturità la si crea anche con l'offerta: speriamo bene per il futuro.


20/03/2014 07:48 Maria Teresa Pontara Pederiva
Sì, un po' troppo poco, ma direttamente proporzionale alla maturità dei telespettatori, dal momento che in Italia evidentemente ci si accontenta di quello.
Basta rivolgersi a TV "non di casa nostra" per trovare di meglio.



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Moreno Migliorati

Moreno Migliorati è nato negli anni '60 a Città di Castello. Evangelico operaio dell'ultima ora, entra tra i paolini della Società San Paolo ad Alba a trent'anni suonati. Tornato in diocesi, frequenta il Seminario Regionale Umbro di Assisi e viene ordinato presbitero nel 1998. Da sempre appassionato di old media, non tarda ad appassionarsi anche di new media: è tra i primi blogger italiani in assoluto e tra i primi don ad affacciarsi ai social. Attualmente è parroco in una parrocchia della sua diocesi, direttore dell'Ufficio comunicazioni diocesano e responsabile delle pagine diocesane del settimanale cattolico regionale. Nel tempo libero gli piace praticare fitness, vedere qualche bel film, leggere, ascoltare musica e coccolare e farsi coccolare dalla gatta con cui convive da undici anni.

 

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