La precedenza al figliol prodigo
di Moreno Migliorati | 10 marzo 2014
L'interessantissimo dibattito promosso da Giuliano Ferrara sul Rapporto Kasper ci ricorda quanto sia scandalosa l'idea di un Dio che non si stanca di inseguirci

Bisogna essere davvero grati (sia detto senza alcuna ironia) a Giuliano Ferrara per la pubblicazione, lo scorso 4 marzo, del cosiddetto "Rapporto Kasper" e per il dibattito che ne sta seguendo sulle colonne del suo giornale. Da un simile scambio di opinioni non può che venirne un bene, per la Chiesa e per il mondo. Ma di tutte le opinioni scaturite dallo scritto del cardinale tedesco, la più interessante è proprio quella uscita dalla penna di Ferrara il Grasso, come lui stesso ama definirsi con lucida autoironia.

Ed è un'opinione, la sua, che può far bene anche a noi cristiani perché ci spinge a riflettere su una realtà che troppo spesso tendiamo a dimenticare o a mettere tra parentesi, come accade per le cose che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e che finiamo con il non vedere più. Invece lui, da bravo ateo devoto e non avvezzo a certi linguaggi, le nota ancora e ce le rimette davanti perché ci siano di scandalo, nel senso etimologico ed evangelico del termine.

Scrive infatti Ferrara: "Non mi ha convinto l'idea che nel mio mondo, l'unico che ho a parte la città celeste di cui non sono abitatore, adesso anche l'ultimo bastione della realtà etica, la chiesa cattolica, cede il passo, offre la precedenza al figliol prodigo, ma non perché è tornato, no, lo va a raggiungere dov'è e lo benedice". Quindi, non lo convince questo Dio che va a cercare il peccatore prima ancora che egli si converta, che lo benedice non perché e convertito ma perché abbia la forza di convertirsi, che gli da la precedenza perché è il figlio più debole e quindi anche più bisognoso di cure e di attenzioni.

Non lo convince, eppure è questo il Dio in cui crediamo noi cristiani e che siamo chiamati a testimoniare davanti al mondo. È realmente un Dio che ci ama nel nostro peccato (anche se ovviamente non ama il peccato) perché noi quel peccato lo abbandoniamo per tornare a gettarci tra le sue braccia. Ma è sempre lui a fare il primo passo, e non potrebbe essere altrimenti.

Vengono in mente i versi del poeta inglese Francis Thompson, che nel suo splendido poemetto "Il veltro divino" ha descritto in maniera mirabile la dinamica dell'uomo che tenta di fuggire dal suo Dio e di costui che costantemente lo insegue e lo bracca come fa un cane da caccia con la sua preda: "Io lo fuggii attraverso le notti e i lunghi giorni; Lo fuggii giù per gli archi che segnano gli anni; Lo fuggii attraverso i labirinti della mia mente; in mezzo alle lacrime io mi nascosi da Lui. Come in mezzo alle frali gioiose risate. Ascesi sulle vette di eccelse speranze; e mi precipitai nell'ombra di titanici spaventi per fuggire quei piedi possenti che mi seguivano, mi seguivano! Ma essi mi venivano dietro senza fretta, in pace indisturbata con misurata rapidità con insistenza maestosa mi seguivano".

Sì, la Quaresima è il tempo per eccellenza in cui farsi braccare, peccatori consapevoli di esserlo, da un Dio che non si stanca di inseguirci. E bisogna essere grati all'elefantino grasso per avercelo ricordato.

 

 

17/03/2014 14:29 Moreno Migliorati
Convincente analisi. Personalmente mi piace pensare che quando il figlio rientra in sè, si sente già perdonato. Una dinamica simile a quella della peccatrice in Luca 7, 36-50, la quale fa quei gesti di affetto nei confronti di Gesù non per ottenere il suo perdono, ma come riconoscenza per un perdono che sentiva già di avere avuto.


17/03/2014 11:56 Yolanda
L. bella analisi, grazie


17/03/2014 11:50 L.
Lc 15,11-32 è parabola che si legge spesso decontestualizzata (cosa – qui, in VN – non inaspettata, “peccato originale”, esempio di scuola, dato il perché del titolo stesso del blog).
Non parlo del contesto della disputa generale tra popolo eletto e genti.
Parlo delle dinamiche relazionali del testo, che si sottovalutano, spesso con effetto finale di “c’è-posta-per-te”.
In breve.
In 11 lo “stato iniziale”, l’unità relazionale di padre e figli.
In 12 lo strappo rivendicativo del figlio minore, l’uscita da sé (cioè da 11), la folle volontà di potere su di sé e per sé.
In 13-16 il fatale esplodere dell’illusorietà dell’auto-nomia e il fatale implodere del rango.
In 17-20a il rientro in sé (col riconoscere di aver disperso eredità, identità e rango) ed il conseguente cammino di rientro nella relazione col padre, con la presa d’atto (18-19 + 21) di non avere più diritto alcuno da rivendicare.
Di qui in poi, l’intervento del padre misericordioso.
In 20b reintegra CON ATTO DI GRAZIA (nulla gli si doveva, giuridicamente parlando) il figlio nella relazione,
In 22-23 reintegra SEMPRE CON ATTO DI GRAZIA il figlio nel suo rango.
E, da non trascurare (cosa che si fa quasi sempre), in 24 pronuncia il suo giudizio sulla vicenda (12-16 sono DISPERDIMENTO e MORTE, nulla di meno…), CHE NON REVOCHERÀ (32).
In 25-28a +29-30 il maggiore mostra di condividere (se non per il mutamento di segno…) col minore sia l’approccio rivendicativo nei confronti del Padre (29 vs. 12), sia la stessa visione meccanicamente retributiva della pena (30 vs. 19).
Infine, in 28b + 31-32 la correzione paterna del figlio maggiore, non priva di una sorta di investitura/investimento.
In 28b il padre scende ad incontrare ANCHE il figlio maggiore (ironica inversione di situazione: in 20b il minore non è poi così lontano, in 25 il maggiore non è poi così vicino).
Incontra, non certo disconferma (cosa che si tralascia quasi sempre).
Come in 22 il padre opera con ATTO DI GRAZIA il REINTEGRO SOLENNE del minore nell’identità e nel rango di figlio, in 31 opera la CONFERMA INTIMA del maggiore (tentato com’è – cfr. 29 -di cercare surrogati di conferma) nel suo “essere” e nel suo “essere/avere”.
È un’intima INVESTITURA, ma anche una sorta di intimo INVESTIMENTO.
Infatti, mentre ribadisce (a futura bimillenaria memoria) che 12-16 sono disperdimento e morte, il padre non rinnega 22, tutt’altro.
D’ora in avanti, “essere” ed “essere/avere” del figlio maggiore dovrà di necessità implicare lo “stare dentro” e il “comprendere” (ma anche l’esercitare in comunione col padre) quell’ ATTO SOLENNE DI GRAZIA.
Cosa che dovrà valere, a suo modo, anche per il minore.
Ecco, contestualizzata nella dinamica della relazione padre-figli, si torna ad assaporare la miracolosa fragranza della parabola, troppo spesso inquinata dalla melassa buonista.



15/03/2014 11:35 Dolvaso
Maria Luisa, bisogna vedere in che modo ci si relaziona con gli altri. Non è sbagliato dire agli altri che stanno sbagliando strada. La cosa più importante è di evitare di essere moralisti, bigotti, presuntuosi, ideologici, etc... Perchè c'è modo e modo per "ricondurre sulla retta via". Io penso che, se il cristiano testimonia la bellezza dell'incontro con Cristo, la bellezza di una vita che diventa trasparenza del Vangelo, che il bene fa bene e il male fa male, e vive in mezzo agli altri emando la luce del Vangelo, allora diventa credibile e attrae. Poi a ricondurre sarà il Signore, non noi. A noi tocca testimoniare, Dio farà il resto. Ognuno ha il suo cammino e i suoi tempi. Certamente non vado a convincere nessuno con i ragionamenti più o meno logici. Nè tantomeno vivo il vangelo per secondi fini.


15/03/2014 01:32 Maria Luisa
Fatto, Dolvaso. Molto bella e significativa, ma... come la mettiamo con l'ultima riga? "...è nostro dovere ricondurre sulla retta via coloro che da essa si sono allontanati e che si sono smarriti": come facciamo? Possiamo dire loro che stanno sbagliando strada? E accetteranno di "ricongiungersi alla moltitudine di quanti vivono bene e nella pietà"?
Altre volte, qui su VN, questo genere di "correzione fraterna" è stato stigmatizzato come presunzione, come un ergersi a giudici degli altri ritenendosi (a torto) nel giusto. E allora?



14/03/2014 19:36 Dolvaso
Consiglio la lettura dell'omelia del Vescovo Asterio di Ammassa, che trovate nell'Ufficio delle Letture di giovedì 13 marzo 2014.


11/03/2014 20:32 Alberto Farina
Sulla questione segnalo il bell'articolo di Adriano Sofri, apparso oggi su Repubblica:
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa201403/140311sofri.pdf



11/03/2014 17:23 Moreno Migliorati
Certo Alessia, anche secondo me quella del Foglio è una felix culpa, lo dico anche all'inizio del mio pezzo. Cercavo solo di mettermi nei panni di Kasper, che è un anziano teologo tedesco e che alle forme ci tiene: secondo me è stato fin troppo soft per il mancato rispetto del copyright!


11/03/2014 14:42 Alessia
La ringrazio per la puntualizzazione e per l'articolo, gentile Moreno. Mi pare, però, che il card. Kasper la butti giù un po' dura. Se è stata sabotata la volontà del Papa, Vatileaks cos'è stato? I media che per mesi e mesi hanno pubblicato documenti privati provenienti dall'appartamento privato del Papa hanno forse chiesto il permesso? Che il vaticano sia un colabrodo pullulante di non meglio identificate fonti è risaputo, che i media rivendichino il diritto di cronaca a prescindere pure. Quella del Foglio, a mio avviso, è una felix culpa che ha dato il via a un dibattito che, come scrive Paix, interessa tutti.


11/03/2014 13:46 Lucio Croce
Da tempo ritorna incessantemente nei nostri discorsi l'attaccamento ai principi non rinunciabili. E normalmente si cita la realtà della vita, soprattutto al suo inizio e al suo termine, e quella della famiglia, soprattutto al momento del matrimonio. Ed è giusto. Quello invece su cui si è quasi sempre sorvolato è, da una parte, il monito costante di Gesù, che cioè la primaria alternativa a Dio, e quindi a una vita veramente cristiana, è “mammona”, cioè l’idolo della ricchezza comunque raggiunta e del potere (vero idolo della nostra cultura); dall’altra, il permissivismo sociale, cioè l’interesse privato, anche di gruppi o di comunità (delle stesse comunità religiose, che talora utilizzano il machiavellico detto “il fine giustifica i mezzi”), contro il “bene comune”, l'aggirare la legge utilizzando tutti gli espedienti possibili. Così, magari, ci indigniamo per la relazione del card. Kasper e facciamo spallucce di fronte al degrado etico e civile della società italiana (comunità ecclesiale compresa). Ma è giusto ridurre il Vangelo ad un trattato di morale attinente pressocchè esclusivamente al sesso? La nostra lucerna non deve essere principalmente la parola del Signore, per quanto possibile "sine glossa"? Cordiali saluti .lucio


11/03/2014 13:17 Paix
Oh, beh, Moreno, al Foglio qualcuno avrà detto: "Epperò io faccio il giornalista... e le notizie - se le ho - le devo pur dare". Come Beretta quando rese pubblica qui la telefonata di Francesco a Mario Palmaro - che per inciso è morto l'altro ieri. Nel caso di Kasper, se non altro, si è trattato di qualcosa che riguardava tutti noi.


11/03/2014 11:49 Moreno Migliorati
Alessia, Kasper non se l'è presa per la pubblicazione e neppure per la mancanza di segretezza: lui stesso ironizza sul fatto che uno scritto in mano a 150 persone non può rimanere segreto.
Se l'è presa con il fatto che nessuno gli ha chiesto il permesso per la pubblicazione. Anche a me è capitato di vedere cose mie in giro senza che io avessi dato nessun permesso, e si trattava di sciocchezze in confronto alle sue. Non si fa così: si chiede.



11/03/2014 11:35 Alessia
Incredibilmente il card. Kasper se l'è presa di brutto con il Foglio per la pubblicazione di ciò che non è poi quella assoluta novità, incorrendo in palese contraddizione.
Invece di congratularsi chi ha contribuito a riportarlo in auge e ha aperto un dibattito a più voci lui s'indigna e s'incarta :-)
Lo dico senza acrimonia perché il card. Kaspar, a dispetto del background, è un ottimo teologo e una brava persona che, mi pare, ha sempre giocato pulito nelle sue battaglie con il l'allora collega Ratzinger il quale, oggi Papa emerito, a un incontro con i giovani disse loro che il Signore non li avrebbe giudicati in base alle cadute, ma in base a quante volte sarebbero riusciti a rialzarsi.
http://www.ilfoglio.it/soloqui/22236



11/03/2014 02:04 Yolanda Beatriz De Riso
Ma il figliol prodigo non si pente affatto delle sue scelte,dice di non essere degno di essere considerato figlio, vuole solo avere la possibilità di" vivere " , in una casa in cui anche l'ultimo servo viene trattato con rispetto e non gli manca il necessario per vivere.E il Padre ,che lo ha lasciato libero di andare prima, lo accoglie dopo dimostrandogli, con la sua grazia sovrabbondante , che è stato amato sempre, che è un figlio degno sempre di amore ,che c'è posto nella sua casa di salvezza.Non si dice nulla di cosa farà il figlio dopo la festa. Perchè deve essere amato non giudicato.
La scena si sposta proprio verso il fratello che invece vuole giudicare ,vuole l'umiliazione del pentimento, il riconoscimento dei suoi meriti per aver fatto i suoi doveri vivendo tranquillamente nella casa ,ligio alle norme ma, evidentemente ,non riconoscendo un amore gratuitamente ricevuto e dato.E non entra a far festa.
La salvezza sta solo nell'amore che dà vita e permette di vivere in qualunque situazione. E il Padre , l'unico che conosce ogni cosa, vuole la vita ,sempre. Quando era lontano il Padre non è andato a cercarlo per imporsi alla sua volontà ,ma gli è rimasto accanto con il cuore ,in attesa che in lui il ricordo si facesse desiderio che muovesse i passi.Ed è vicino anche a chi è dentro perchè chi dice di amarlo senta il desiderio di muovere i passi per andarGli incontro nell'altro , ovunque.
A me pare che tutto sia semplicemente così.



10/03/2014 18:39 Maria Luisa
"...adesso anche l'ultimo bastione della realtà etica, la chiesa cattolica, cede il passo, offre la precedenza al figliol prodigo, ma non perché è tornato, no, lo va a raggiungere dov'è e lo benedice".
Scritta così, e riferita all'argomento che Ferrara commenta (il "rapporto Kasper"), la benedizione sembra data là dove si trova il figliol prodigo, senza attenderne (né attendersi) il cambiamento e il ritorno. Difatti Kasper non menziona come necessaria una "conversione" (in senso etimologico, cioè una inversione di rotta) ma gli basta un generico pentimento e un impegno (che sembra paradossale) nel perseverare con buoni propositi nella situazione coniugale "seconda" (cfr. la situazione trasgressiva del figliol prodigo).
Capisco quindi la perplessità di Ferrara.
Il post invece presuppone che la benedizione di Dio sia data per richiamare al pentimento e al "ritorno" a Lui.
Sì, nella vita di tanti santi c'è questo richiamo, questa "inquietudine" che Dio mette nel cuore (uno per tutti, S. Agostino), ma poi c'è il cambiamento di vita, la conseguenza del vero "lasciarsi prendere" da Dio che ci cerca. Non un perseverare in ciò che Dio non approva.

Nella parabola Gesù non dice che il Padre sia andato a cercare il figlio: lo aspettava, non smetteva di sperare nel suo ritorno, ma prima sono stati necessari il pentimento e la "teshuvah" (il ritorno) del figlio, e poi c'è stato l'abbraccio.
Negli episodi della vita pubblica di Gesù, prima veniva la fede, poi il perdono dei peccati e poi la guarigione anche fisica.
Il Padre ci aspetta, talora ci cerca con più evidenza, ma dobbiamo "tornare" a Lui per essere accolti, per sperimentare il suo abbraccio misericordioso. E non pretendere di essere accolti e benedetti anche se restiamo lontani, come invece molte volte facciamo con le nostre auto-giustificazioni e auto-assoluzioni.



10/03/2014 18:30 gilberto borghi
Bene Maria, ma allora cos'è che ci salva? Il riconoscimento razionale delle verità? La quota di dolore che dobbiamo sopportare per stare nella dura realtà? O cosa altro?


10/03/2014 17:44 Maria Teresa Pontara Pederiva
“L’esperienza della miseria gli consente di guardare in faccia la via della morte che sta percorrendo e di ribellarsi. Quando ci sentiamo soli, quando nessuno sembra volerci più e noi stessi abbiamo ragione per disprezzarci o essere scontenti di noi, quando la prospettiva della morte o di una grave perdita ci spaventa e ci getta nella depressione, ecco che dal profondo del cuore riemerge il presentimento e la nostalgia di un Altro che possa accoglierci e farci sentire amati, al di là di tutto e nonostante tutto” (Cf. Carlo Maria Martini, Ritorno al Padre di tutti – Lettera Pastorale 1998-99, p. 16).
Forse i biblisti ci dimostrano che abbiamo fatto tutti esperienza del figlio minore, come siamo anche gli storpi e gli zoppi fatti entrare alle nozze, le vergini stolte, quanti passano oltre prima dell’arrivo del buon samaritano … siamo sempre noi e anche peggio talvolta, tutto sta a riconoscerlo, con umiltà e coraggio.



10/03/2014 17:12 Maria
No caro Gilberto , la possibilità di salvezza c'è sempre!
ma ho sempre pensato che la salvezza sia nella verità, nuda e cruda.Nella REALTA' non nelle evanescenti teorie di una religione che diventa sempre più stile new-age.Non nel sentimantalismo non nell'intellettualismo..
La salvezza di un moribondo sta nel fatto che è davanti a Dio e vede Dio .
La realtà è dura come una pietra e feroce come un leone.
La realtà sono le dure ghiande che il figliol prodigo contendeva ai porci e che noi NON ABBIAMO MAI SPERIMENTATO !
.



10/03/2014 16:18 gilberto borghi
Eh, Maria, se i cristinai di oggi possono identificarsi solo in queste due figure evangeliche non c'è possibilità di salvezza...
E lo decidiamo noi questo! Non Dio! Se le sembra evangelico.. e se non è evangelico, ma realistico, allora dovremo pur dire che il vangelo non si può applicare oggi... Siamo spacciati! O lei ha un'alternativa?



10/03/2014 15:36 Maria
Insomma per dirla con una frase paradossale alla OSCAR WILDE
"noi siamo i figli maggiori che fingono di essere il figliol prodigo perchè così sanno che avranno il vitello grasso"



10/03/2014 15:25 alessandro
Bello. Soprattutto perchè, come Benedetto XVI e ora Francesco ci hanno ricordaro a piè sospinto, prima occorre chiedere la grazia di dimorare nel fondamento di un Dio che salva aggratis, poi viene l'etica, perchè dio non è un'idea, ma una relazione..e chi come Ferrara si dichiara orgogliosamente ateo, pur predicando principi in sè e per sè non contestabili, poi li declina in maniera radicalmente diversa, a tratti opposta, da chi si nutre ogni giorno dell'amore di Dio attraverso Gesù..siamo cristiani perchè consapevoli di essere salvati aggratis, non perchè amiamo secondo una morale (tra l'altro, sempre e continuamente da illuminare alla luce della relazione con Dio, altrimenti relativizzando Dio per i nostri criteri sociali di controllo)..finchè manca il "gusto" dell'essere amati anche nelle nostre fragilità e nonostante il nostro fare il male è difficile dimorare in Cristo..perchè ci nutriamo di volontarismo, ma non di quell'amore che solo è in grado di vincere le nostre morti quotidiane


10/03/2014 15:25 Maria
Caro Gilberto forse non hai capito il senso del mio intervento. Io volevo dire noi ( dico noi in generale , pensando a me stessa) non siamo degni di considerarci "il figliol prodigo". nel senso che non siamo neppure stati capaci di dilapidare , di rovinarci e di finire a contendere le ghiande ai porci e nella nostra disperazione ed estrema rovina di rivolgerci al Padre.Noi non abbiamo esistenzialmente sperimentato tutto questo, che è molto REALE e non metaforico!
La nostra vita è stata piana e tranquilla!
Cioè non abbiamo mai fatto esperienza ESISTENZIALMENTE della rovina, dell'abbrutimento , della disperazione di cui ci parla la parabola del figliol prodigo.
Così come noi non siamo stati mai "LEBBROSI" e dunque non possiamo identificarcii nella gioia del lebbroso risanato, ne' siamo mai stati "INDEMONIATI" e perciò non possiamo identificarci negli indemoniati guariti da Gesù, così noi , la stragrande parte di noi, non sono mai stati "figliol prodighi!. Il Vangelo è molto realistico e non solo METAFORICO!
le figure del Vangelo in cui potremmo, semmai, identificarci noi cristiani italiani del 2014 , sono secondo me solo due: il Ricco Epulone, e il Giovane Ricco, quello che se ne andò "triste" perchè Gesù gli disse che per essere suo discepolo doveva dare ai poveri tutti i suoi beni .
. Qualcuno di noi forse può identificarsi col Centuriore Romano, quello che non essendo un credente ma un pagano ed essendo , per mestiere, un violento ed assassino conquistatore ha chiesto una grazia a Cristo dicendo " Signore non sono degno che entri sotto il mio tetto ma dì soltanto una parola ".



10/03/2014 14:50 Moreno Migliorati
Grazie Gilberto, erano proprio queste le cos che avevo in mente. Il problema è proprio nel saper accettare un Dio così.
Comunque a Maria volevo dire che sono completamente d'accordo: scontate identificazioni e consolatori happy end (non a caso entrambi assenti dal mio scritto) sono solo scorciatoie che non portano da nessuna parte.



10/03/2014 14:48 Maria Teresa Pontara Pederiva
" ... la cui massima trasgressione è stata magari quella di aver fatto le corna alla moglie/marito ...": ma certo una bazzeccola!
e poi leggiamo fiumi di parole sull'indissolubilità del matrimonio.
E' molto borghese "tacere e sopire", più borghese di così.



10/03/2014 14:28 gilberto borghi
Per Maria.
Primo. Lc 15 non ha come figura centrale quella del figliol prodigo, ma semmai il padre buono, nella sua misericordia, in rapporto al figlio maggiore. E' stata scritta per tutti coloro che hanno lo stesso atteggiamento del figlio maggiore, per tentare di ricordare loro la misericordia di Dio. Nasta leggere il contesto per capirlo.
Secondo. A lei evidentemente fa più figura la giustizia di Dio, visto che anche in un brano come questo riesce a mettere al centro il tema del "lieto fine non sicuro". E allora la voglio seguire. Chi dei due figli ha un lieto fine non sicuro, nella parabola? A meno chè non si voglia contraddire Gesù Cristo, il testo è chiaro: il figlio maggiore. Ma non perchè Dio non voglia dargelo il lieto fine, ma perchè lui non lo vuole accettare.
Terzo. La precedenza del figliol prodigo non sta nel suo accettare rischi estremi, ma nel suo acettare il perdono di Dio. Quando in Gv 21 Gesù chiede a Pietro se lo ama, per tre volte Gesù cala il tiro, visto che la risposta di Pietro non può essere più di così. Gli chiede se lo ama più di costoro e lui risponde che gli vuole bene. (due verbi molto diversi in greco). Allora Gesù gli chiede se lo ama e Pietro risponde ancora solo che gli vuole bene. E infine Gesù scende a livello di Pietro e gli chiede se gli vuole bene, e Pietro dichiara tutta la sua indegnità nel voler bene a Gesù. Ma il bello è che a Gesù questo è sufficiente per poterlo fare primo papa...
Il rigorismo morale e il lassismo morale sono figli della stessa madre: l'idea di potersi salvare da sè stessi. La misericordia di Dio chiede invece misericordia per sè stessi e disponibilità a lasciare che sia Lui a moltiplicare il nostro povero e piccolo amore.
Quarto. Non è colpa mia se il Dio di Gesù Cristo è fatto così. Ovviamente siamo sempre liberi di prendere del vangelo solo quello che ci interessa. Ma nemmeno questo la potrà far essere fuori dall'amore di Dio. Che la ama anche così.



10/03/2014 13:34 Dolvaso
Oltre alla parabola del figlio prodigo, c'è anche quella della pecorella smarrita e della dracma perduta in Lc 15,4 e ss.
Dio ci cerca. Dobbiamo solo lasciarci trovare.



10/03/2014 13:18 carlo riviello
un bacio a Maria.


10/03/2014 13:00 Maria
La cosa divertente è che quasi tutti si identificano nella fascinosa figura del figliol prodigo, nella "simpatica canaglia" che spreca il denaro paterno a sbevazzare e andare a donne , sembra che finisca male e poi alla fine c'è l'happy end.
perchè tutti ci identifichiamo volentieri in questa figura?
Quanti avventurieri, dilapidatori di patrimoni familiari, puttanieri giocatori d0'azzardo , quanti grandi e spettacolari peccatori ci sono tra noi??
eppure noi tutti , che , credo ,abbiamo una vita morigerata, per non dire conformista e grigia , la cui massima trasgressione è stata magari quella di aver fatto le corna alla moglie/marito, non abbiamo dilapidato patrimoni, non abbiamo mangiato le ghiande insieme ai porci, abbiamo il nostro gruzzoletto in banca e le nostre case borghesi a cui non rinunceremmo certo per andare raminghi per il mondo ci l'identifichiamo col figliol prodigo che non ci somiglia per nulla?
l'identificazione dal punto di vista psicologico viene dalla fine della storia: se il figliol prodigo fosse morto in rovina, e il suo cadavere mangiato dagli avvoltoi, nessuno di noi si vorrebbe identificare con lui. Ma siccome noi sappiamo già "la fine della storia" e sappiamo che finirà bene per il figliol prodigo allora ci indentifichiamo con lui. Un po' come Cenerentola con cui facilmente e gioiosamente le bimbe si identificano. si identificano con Cenerentola solo perchè sanno che ci sarà il "lieto fine2 cioè che Cenerentola diventeràprincipessa. se la favola dicesse che Cenerentola continuerà a far la serva alle sorellastre TUTTA la vita e a pulire la cenere del focolare, nessuna bimaba vorrebbe identificarsi con essa.
solo che il lieto fine, nel caso del figliol prodigo e nel caso di cenerentola, i protagonisti non lo sapevavno mentre viveano le loro vite. Perciò mi guarderei bene per noi ricchi borghesi di identificarmi troppo col figliol prodigo. abbiamo sofferto quello che ha sofferto lui? Abbiamo goduto quello che ha goduto lui? abbiamo corso i suoi rischi? Ci siamo esaltati nella gozzoviglia e poi depressi nella disperazione? Abbiamo toccato con mano gli ESTREMI a cui può arrivare l'esistenza? Non per dare ragione agli esistenzialisti: ma in ogni piccolo borghese sta in nuce un grande avventuriero. solo che l'avventuriero parte veramente per l'ignoto o si fa asltare le cervella, il piccolo borghese rimane nella sua calda casetta a fantasticare.
Quello che a noi manca per esser il figliol prodigo è il senso del rischio.Quello che ci manca per essere il figliol prodigo è la vera sofferenza. Siamo troppo sicuri dell'happy end. Ma è davvero così scontato l'happy end?



10/03/2014 10:17 Fabio Colagrande
Ha ragione Moreno. Se non ci fossero il FOGLIO (e Vinonuovo) la vita sarebbe molto più noiosa.


10/03/2014 10:12 Paola
Queste parole sono un dono! E in questa Quaresima mi farò accompagnare...


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Moreno Migliorati

Moreno Migliorati è nato negli anni '60 a Città di Castello. Evangelico operaio dell'ultima ora, entra tra i paolini della Società San Paolo ad Alba a trent'anni suonati. Tornato in diocesi, frequenta il Seminario Regionale Umbro di Assisi e viene ordinato presbitero nel 1998. Da sempre appassionato di old media, non tarda ad appassionarsi anche di new media: è tra i primi blogger italiani in assoluto e tra i primi don ad affacciarsi ai social. Attualmente è parroco in una parrocchia della sua diocesi, direttore dell'Ufficio comunicazioni diocesano e responsabile delle pagine diocesane del settimanale cattolico regionale. Nel tempo libero gli piace praticare fitness, vedere qualche bel film, leggere, ascoltare musica e coccolare e farsi coccolare dalla gatta con cui convive da undici anni.

 

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