Oltre le parrocchie? Le provocazioni dell' Evangelii Gaudium
di Gianni Di Santo | 28 febbraio 2014
Proviamo a immaginare le nostre parrocchie non come prestazioni di servizi sacramentali e luoghi di pura aggregazione, ma come case accoglienti

L'esortazione apostolica Evangelii Gaudium, gradatamente e garbatamente, sembra quasi essere scomparsa dal radar dell'interesse pubblico. Per i giornali non è più notizia da prima pagina, per alcuni pastori e monsignori non ha il valore di un'enciclica, per tante parrocchie è tema da non sottolineare, ho l'impressione che gli operatori pastorali facciano finta che non esista.

Eppure, a leggerla diverse volte, la Evangelii Gaudium si presta a essere considerata come una vera e propria rivoluzione "esistenziale" all'interno del modo di comunicare "la buona notizia". Più di un'enciclica, spesso a volte molto generiche nei princìpi, questa esortazione ha il pregio di affrontare alcuni nodi problematici della pastorale delle parrocchie con un taglio concreto. Bergoglio non consiglia atteggiamenti generici, ma parla di un nuovo modo di vivere l'annuncio missionario all'interno delle nostre comunità ecclesiali di appartenenza in un completo ribaltamento - una rotazione a 360 gradi - delle forme, dei modi e direi dell'essere cristiani oggi in un dato territorio.

Ho avuto modo di riflettere su ciò in due libri che usciranno nei prossimi due mesi, Chiesa anno zero. Una rivoluzione chiamata Francesco (orizzonte politico-ecclesiale) e Il vento soffia dove vuole. Un monaco racconta (con Alessandro Barban, orizzonte teologico-pastorale). Vorrei qui riprenderne alcuni punti salienti.

La rivoluzione "pastorale" di cui parla Francesco - del tutto evidente leggendo a fondo l'esortazione e che mette un po' di paura a molti operatori pastorali che vedono improvvisamente cambiare il loro "mondo parrocchiale" di riferimento, fatto di consuetudini pastorali, amicizie consolidate, abitudini, tranquillità spirituali - è davvero una rivoluzione dell'essere, certo, che tocca la nostra vita, ma è anche una proposta di cambiamento all'interno delle nostre pastorali rigidi e "catechetiche". Pastorali parrocchiali vissute per troppi anni all'interno di mura fin troppo alte dove i confini erano, e sono tutt'ora, l'appartenenza al territorio, le catechesi sacramentali, e quel modo di pensare l'iniziazione cristiana inossidabile nella sua imperturbabile eternità. Una pastorale organizzata spesso attraverso un "do ut des" (servizio-visibilità personale) tra parroco e laici che però nel tempo ha irrigidito la struttura chiesa-tempio a una sorta di enclave dove, di solito, sono presenti e ben accetti solo i laici che accettano il do ut des diventando, consapevolmente, più clericali dei loro stessi pastori. All'accusa di "invadenza" che spesso i "parrocchiani" fanno ai movimenti ecclesiali e ai loro percorsi di fede personali, fa da contraltare spesso una chiusura "ad intra" degli stessi gruppi e gruppetti nati esplicitamente in parrocchia, che alzano la bandiera dell'apertura cavalcando invece la chiusura, determinando fratture nella comunità laicale.

Credo, invece, che dobbiamo sforzarci di pensare a una nuova parrocchia, lontana mille miglia da quella che era ed è oggi. Una parrocchia che abbracci il cammino dell'uscire fuori dal tempio.

Si aprono due strade per questo nuovo annuncio missionario: la parrocchia non potrà che essere il luogo eletto dove si lasci spazio al tempo dello Spirito e al tempo della Solidarietà.

È finito invece il tempo della parrocchia vista come aggregazione o come intrattenimento. La Chiesa non è una baby sitter, lo dice ad alta voce papa Francesco. Ma sembra che le nostre parrocchie non abbiano colto il cambiamento in atto nella società, soprattutto nelle nuove sfide dell'educazione. C'è da pensare oggi, visto il cambiamento antropologico che riguarda le nuove generazioni, a un annuncio missionario che liberi creatività, gusto, memoria, passione per il Regno e buona speranza per il bene comune. Una parrocchia aperta, via di entrata e di uscita per ogni viandante della fede, come se fosse una casa con la porta sempre aperta, regno del desiderio di Assoluto, e dove chiunque possa avvicinarsi e allo stesso tempo uscire per ritornarvi.

È finito il tempo dei sacramenti visti e organizzati come obbligo. E il resto che ruota intorno a ciò: la messa dei bambini, la messa degli adulti, preti che ancora si ostinano a leggere solo la prima lettura dimenticandosi della novità e bellezza del Nuovo Testamento, la prima chiesa degli apostoli, i canti che non si possono più sentire, le chitarre scordate, l'Alleluja e i Sanctus che non sono più inni di gioia ma tristi litanie di un atteggiamento verso il sacro al limite della superficialità.

Il concetto della territorialità, almeno come lo abbiamo conosciuto in tutti questi anni, è cambiato. Non c'è più. La parrocchia è a-territoriale: è il "luogo", ma anche il "non-luogo", è la casa ma anche la via. Un agnostico o un "lontano" che è in ricerca può recarsi in una parrocchia che dista chilometri dal luogo in cui abita, perché forse lì, in quel luogo e in quel tempo, può ascoltare il soffio dello Spirito. Così come un credente che, ormai maturo nella fede, voglia seguire una messa, e un'omelia decente, in una chiesa che non sia la sua.

È proprio questo il punto: nessuno oggi può più dire "questa è la mia chiesa, questo è il mio tempio, questa è la mia parrocchia". Nessuno. Sono cambiate le latitudini del cuore e le longitudini dell'anima. Oggi siamo di fronte a un nuovo cristianesimo errante nel viaggio, nel cammino, un cristianesimo itinerante e orante, come d'altronde ai tempi di Gesù.

Una parrocchia che non sia itinerante e solidale non è più un luogo di Dio. Durante la recente alluvione di Roma, ad esempio, la parrocchia Sant'Alfonso Maria de' Liguori è diventata un luogo di Dio perché ha accolto su di sé solidarietà e accoglienza. Ma è andata anche oltre: ha messo in moto energie, spiriti liberi, solidarietà diffuse e spesso nascoste. È andata in un "oltre" che annulla le distanze e rende il vangelo davvero alla portata di tutti, facendosi rete di solidarietà diverse e diffuse, alzando la voce, gridando lo sdegno, raccogliendo sorrisi e mani pronti a cooperare e aiutare.

Sì, è finita la parrocchia aggregante, quella che basta che ci si diverta, poi magari una preghierina, e passa tutto. È finito un certo modello di oratorio salesiano, e la chiesa-tempio vista solo come un eterno campo di calcio dove far convogliare bambini e ragazzi (perché altrimenti vanno in strada...), mentre c'è da educare le coscienze a mettersi in sintonia dello Spirito e ad "annusare" il gusto di Dio. È finito il tempo di una pastorale, per forza di cose, organizzata in pastorale ordinaria e straordinaria. Da rivedere l'iniziazione cristiana, i percorsi, i sacramenti con il loro lato obbligatorio e dogmatico. Perfino i consigli pastorali, che dovevano essere, almeno nelle intenzioni del Concilio Vaticano II, luoghi in cui crescere nella fede e nel servizio, dovranno essere rivisti. Così non servono più a nulla. Occorre che si tramutino in luoghi di cura e di tempo speso per far diventare le nostre parrocchie occasioni di incontro con lo Spirito e la Solidarietà.

Perché, invece, non facciamo tutti un bel salto in avanti e immaginiamo le nostre parrocchie non come prestazioni di servizi sacramentali e luoghi di pura aggregazione, ma case accoglienti dove poter ascoltare in santa pace il soffio dello Spirito e dove poter essere vicini all'Altro, anche quello che abita chilometri e chilometri da noi?

La rivoluzione di Francesco ci chiede una cosa sola. Scardinare la logica del "do ut des" ecclesiale. Scardinarla dal di dentro, attuando obiezione di coscienza individuale alla logica di una chiamata a un servizio che escluda l'Altro, chiunque esso sia, che pratichi divisione, che si nasconda dentro le mura del tempio.

Infine, sarebbe opportuno che gli adulti si dimenticassero dei servizi pastorali, lasciando spazio ai giovani. Liberassero energie per altro. Dedicassero tempo allo Spirito, e alla Solidarietà.

È il tempo di una Chiesa giovane, sorridente e liberante. La profezia evangelica passa da qui, da queste nostre parrocchie aperte al mondo. Vie di fuga e vie di ritorno. Tende per il deserto e case per il rifugio. Una strada da percorrere aprendosi con coraggio al nuovo. Non più servizi ecclesiali, ma vita vissuta. Da cristiani, fuori dalle mura del tempio.

Poi, certo, c'è da rivedere la formazione dei preti e il loro senso di Chiesa, cioè di ecclesia. Ma, di questo, se ne sta già occupando Francesco.

Che piaccia o non piaccia, la rivoluzione è iniziata.

 

22/05/2014 20:12 pietro b.
io non parlo e non intendo parlare di casi particolari.
Io parlo di strutture, di organizzazione, di poteri reali,
quelli x cui il Consiglio dei laici dice: NON SI DEVE FARE COSI'
ed invece il prete se ne puo' fregare e fare come vuole lui.
Caro interlocutore, cosi' difficile intenderci?
Leggere, come ho letto qui intorno:
TU NON SEI CATTOLICO
mi fa rabbbbrividire..
Capisc' 'a me?
La mia analisi e' che la CC da Trento e da sempre ha fatto di tutto e di piu' x tenere TUTTO, coscienze dei fedeli incluse, sotto kontrollo.
Ma questo non esclude che esistano preti bravi, anzi santi!
Pietro
PS
quello cui alludo sopra, che ha deciso di spendere molte centinaia di milioni
con i laici contrari… era uno bravo.



22/05/2014 16:55 Lorenzo Cuffini
Caro Pietro, evidentemente abbiamo sotto il naso realtà diverse.Se vuoi, ti porto nelle parrocchie che frequento io dove il concetto stesso di "POTERE" fa ridere, e amaramente, i polli, e dove i raggrupponi di parrocchie mettono in croce alcuni preti che si sbattono dannatamente non avendo il dono dell'ubiquità.Tant'è che bisogna sudare sette camicie se bastano per trovare chi accetti di starci.
Non dubito che esistano quelle di cui tu mi parli, tu fidati della esistenza di quelle di cui ti parlo io.
In piu' tutti sti laici che si facciano avanti in curia per candidarsi alla reggenza di parrocchie, non mi pare che esistano....



22/05/2014 16:38 pietro b.
preti 'domini' significava questo:
i POTERI nella Parrocchia sono concentrati nelle mani del PRETE.
A che scopo si fanno i raggrupponi di Parrocchie??
Per il semplice motivo che cosi' cmq e sempre si ha UN prete che ha tutto il potere in mano sua.
Ma lo sapete che TUTTI i vari organi laici hanno solo potere 'consultivo??
Non sono cosi' sprovveduto da non capirne i motivi, da parte di Santa Madre Romana Chiesa Cattolica…
Ma ho abbastanza occhi x capire che cosi' i laici si sentono frustrati, emarginati, con le mani legate. (( a parte che ci sono anche laici che hanno un piccolo potere delegato all'interno delle loro parrocchie e se lo tengono stretto stretto impedendo a terzi nuovi di inserirsi..)

Ma vi rebdete conto che sto dipingendo a chiare lettere una struttura completamente FALLIMENTARE?? E ci chiediamo da anni xche' si svuotano? e magari diamo la colpa a Cristo, al suo msg non attuale!!??
Ecco xche' bisogna ripartire da ZERO.



22/05/2014 16:00 Lorenzo Cuffini
Le parrocchie scompaiono xché i preti scompaiono, dice pietro.
Ci sono anche molti casi in cui, almeno qui da noi, le parrocchie scompaiono perché un parroco è " sovradimensionato", rispetto al numero di partecipanti alla vita di parrocchia.In questo caso scompaiono perché scompaiono i fedeli.
Sono d'accordo che molte cose vadano ripensate e reinventate: ci obbligheranno- provvidenzialmente- a farlo i numeri, . Però tutti questi preti " domini", non li vedo, ne vedo piuttosto a dozzine di poveri cristi che arrancano a fare la corda e l'impiccato spesso nella indifferenza generale. E non vedo, soprattutto ( ed è qui, per me, come quasi sempre nella Chiesa di oggi il vero problema)tutti questi laici che abbiano voglia di mettersi in gioco in prima persona non piu' " a dare una mano" stile anni 50, ma a prendersi le responsabilità vive che i nuovi tempi richiedono e richiederanno sempre di piu', e che soprattutto lo facciano senza giocare a fare i piu' preti dei preti o, all'opposto, i rivoluzionari del c'hoiolasoluzionemaggicadetutt'ecose.



22/05/2014 15:44 pietro b.
en passant noto la difficoltà con cui si possono reperire le discussioni su qs.blog.
Senza il msg di Luciano avrei ignorato qs.3D.
Su cui ho da dire: pensatela come volete ma p.f. non ignorate la realtá.
Le parrocchie scompaiono xché i preti scompaiono.
Bisognerebbe innanzitutto cambiare il principio del prete 'dominus' e quindi
no prete?? no parrocchia!

Altro punto importante é che il laico nasce qui, cresce lá, va e viene dove vuole,
insomma nessuno é piú 'radicato'
Questo significa che le strutture vanno ripensate.

Last but not... a cosa serve la Parrocchia??
che riporta a:
a cosa serve la Chiesa??
Io ho la mia risposta, che saràsicuramente diversa dalla vs.
xciò mi taccio.



22/05/2014 11:02 Luciano Garlappi
Condivido la prospettiva ma non la maniera di valutare la parrochia che resta sempre un punto di riferimento esistenziale per la vita cristiana del popolo semplice nel territorio. Non c'è un termometro che misura la fede ... e la parrochia è de deve restare al servizio di quel popolo che vive la santità nel quotidiano, nell'umile semplicità del giorno dopo giorno, nella condivisione nelle fatiche del vivere e delle sue speranze.
Perdere la parrocchia territoriale significa disperdersi e in questa dispersione ci perderebbe la gran parte del popolo di Dio.



07/03/2014 14:58 sara poggi
Come al solito, trovo l'articolazione del pensiero dell'autore effervescente, scoppiettante... d'aria: è il danno maggiore che si può fare a papa Francesco: ma sì, "buttiamo tutto all'aria, tutto nuovo, rottamiamo tutto e tutti" in nome del vuoto, renzianamente, avanti i giovani mentre la giovinezza non c'è più e crescono gli anziani che non sanno dove sbatter la testa afflitti dalla povertà e dalle deportazioni nei cronicari. Ognuno di noi ha bisogni di luoghi e persone concrete per vivere, anche la fede. "Uscire" è un'esperienza di fede, da vivere nella profondità che ci chiede di uscire da noi stessi, dalle nostre abitudini, dai soliti modi di pensare. A volte sarebbe meglio frenare la lingua, vivere e superarsi confidando in Dio.


03/03/2014 20:10 maria rosaria maione
condivido il suo articolo da ci sievince il più grande messaggio ed esortazione di Papa Francesco ad uscire dalle porte delle parrocchie e ,guidati dallo Spirito ,aprirsi al mondo che è fuori e dirigersi ,forti di una fede profonda verso le periferie.Non voglio dilungarmi sulla mia esperienza ma vorrei solo a tal proposito testimoniare il mio incontro con varie realtà parrocchiali ,Da pellegrina per motivi di spostamenti,ho
avuto modo di vivere diverse condizioni e ,tranne qualche eccezione ,nell'ultimo periodo ho trovato pastori aperti e attenti alla nuova realtà di un mondo che è cambiato .Mi sono fermata e da una fede forte vissuta a livello personale ,ho fatto una scelta di essere parte di una comunità .La sfida più grande è quella di sentirsi accettata ,da estranea ,in gruppi circoscritti e chiusi e legati da vincoli consolidatisi nel tempo.Con umiltà ho cercato di avvicinarmi senza pretendere nulla. E qui nasce la necessità di un cambiamento che deve avvenire prima di tutto in ciascuno che crede di essere cristiano e testimoniare il messaggio del Vangelo attraverso
la comunicazione della Parola, aprendosi al fratello,al "diverso" a colui che siede da solo in fondo alla Chiesa e imparare a conoscere .Solo allora si riuscirà ad essere una comunità nuova che esce dalla porta della "sua "parrocchia e vada incontro ,fuori ,a testimoniare la sua gioia ed il suo essere uomo nuovo che si apre a chi è fuori o alle periferie.
chiedo scusa se non mi sono attenuta ,fedelmente ,a quanto lei
ha scritto !



03/03/2014 01:13 Yolanda
Don Leonardo da quel che dice deduco che non ho frainteso per niente il senso delle sue parole. E' lo stesso concetto con cui mi sono scontrata espresso anche da lei .E sentirglielo dire purtroppo conferma le mie convinzioni sul comune abito mentale .Mi spiego. Il presupposto sta nel fatto che il clero è ancorato ( forse meglio che inchiodato ,termine che richiama impropriamente la croce ) alla parrocchia come luogo di vita, residenza, lavoro, relazioni ,responsabilità. Ovvio che si esca anche per vari motivi e si abbiano relazioni esterne. Però il fatto di presentarsi come parroco dice già, nell'immaginario collettivo ,che quello è il compito primario,ruolo e ministero perchè questo generalmente si intende, con tutto il corollario di pre-giudizi e aspettative legate alla educazione e formazione di ciascuno.
Lei dice:" I laici, che non sono affatto "inchiodati", possono benissimo scegliere a quali realtà rivolgersi. Ognuna di esse ha dei limiti e può lasciare insoddisfatto qualcuno". Questa idea dei laici che non sono affatto inchiodati mi fa un poco sorridere. Perchè ancorati lo sono eccome a casa, famiglia ,figli e tutto il corollario che questi comportano , rapporti di vicinato ,luogo di lavoro e relazioni relative.E sono tutte cose stabili ,che non cambiano ogni 10 anni come per i preti. Scegliere a quale realtà rivolgersi? Ma chi ha il tempo e la voglia di mettersi a girare per le diocesi? Non a caso le parrocchie sono state create per essere un luogo stabile di Presenza e di fede tra la gente nei quartieri.
Ma sono diventate nel tempo altro rispetto al luogo di accompagnamento nella vita spirituale per essere nel mondo lievito e sale.Il mondo è rapidamente e profondamente cambiato negli ultimi decenni come gli uomini e le loro aspettative e risorse. E la chiesa è rimasta molto indietro rispetto alla realtà che è complessa e variegata.Dai presupposti che dicevo discendono a valanga un sacco di conseguenze su cui ho riflettuto per decine di anni e che mi hanno portato a generalizzare all'intera categoria a ragion veduta.
Il mio racconto era solo un esempio delle incongruenze esistenti.
Comunque in questo luogo di discussione e incontri virtuali mi fa piacere sentire anche la voce di qualche sacerdote.Grazie.



02/03/2014 15:43 don Leonardo Scandellari

@ Yolanda BDR: Lei fraintende il senso delle mie parole, e francamente mi sembra che non le sarebbe stato difficile evitarlo. Ho parlato di preti inchiodati sul territorio perché è questa la condizione dei parroci, che non sono certo agli arresti domiciliari ma sono responsabili di una precisa comunità situata in un preciso luogo. Che significa "aspettano per essere conosciuti"? Chi le dice che passiamo le nostre giornate ad "aspettare"? Certo, siamo dove ci è detto di stare, e viviamo in mezzo alla nostra gente, e non possiamo certo essere dovunque nello stesso momento, possiamo solo contare che tutti i nostri confratelli vivano allo stesso modo la relazione con le loro comunità. Questo secondo lei ci impedisce di costruire parrocchie "aperte al mondo"? Al di là delle parole belle (e un po' logore), mi sembra che una "parrocchia aperta" resti comunque, necessariamente, una parrocchia. Sarà un tipo di comunità e un luogo necessariamente diverso da realtà come Romena. I laici, che non sono affatto "inchiodati", possono benissimo scegliere a quali realtà rivolgersi. Ognuna di esse ha dei limiti e può lasciare insoddisfatto qualcuno. Essenziale è che qualcuno non si senta cacciato, che non gli si dica: "Se non ti piace così, vattene". Ora, se lei è scontenta per l'atteggiamento di qualche parroco che ha incontrato personalmente, può esprimersi senza bisogno di coinvolgere un'intera categoria. E non ha bisogno di conoscere personalmente né me, né qualche altro prete in particolare. Ha solo bisogno di farsi una conoscenza un po' più ampia delle parrocchie, e forse anche delle diocesi, sparse in Italia. Almeno, prima di usare giudizi così drastici su una realtà che è molto più complessa e variata di quanto lei si rappresenti.




01/03/2014 19:14 Gianni Di santo
Ringrazio tutti per i commenti . Il mio intento era appunto quello di aprire un dibattito, con delle provocazioni. Voglio solo dire che io sono parrocchiano da quando sono nato (attualmente anche nel consiglio pastorale della parrocchia) e che, per lavoro, ho l'opportunità di conoscere da vicino molte diocesi e parrocchie. Naturalmente, si evince comunque dal mio pezzo, non c'è nessun giudizio negativo sia nei confronti dei pastori sia di chi da laici porta avanti la croce quotidiana. C'è solo la voglia di andare oltre, in quell'uscire nelle periferie tanto caro a Papa Francesco.
Io vedo che qualcosa sta cambiando nella nostra pastorale, c'è un futuro che cambierà molte cose. Da giornalista, mi occupo poco di scandali e mi piace più parlare di Spirito e Solidarietà. Tutto qui. La strada è lunga, lo dice il mio maestro Enzo Bianchi. A noi sta il gusto di cominciare a percorrerla.



01/03/2014 19:04 Yolanda
Vero Admin, possiamo anche non personalizzare. Così torniamo a quanto dice Benedetti "Un conto è la speranza del rinnovamento nel "soffio dello Spirito", un conto è la demolizione di quanto di bello e buono esiste e sopravvive pur tra mille difficoltà." Solo che non si tratta di demolire ciò che esiste sperando in un chissà quale rinnovamento dello Spirito. Si tratta di vedere nella concretezza della realtà e dell'esperienza quale stimolo dia lo Spirito per uscire fuori da schemi precostituiti per andare oltre. E questo passa anche dalle esperienze personali concrete , che sono tutt’altro che isolate, non solo da altissime riflessioni o documenti.
Ora è possibile che io ribadisca sempre lo stesso concetto frutto della mia esperienza, del resto lo stesso fanno coloro che ripetono che non c'è alcun bisogno di andare a vedere nelle pieghe delle parrocchie. Ciascuno ha il suo abito mentale Per concludere risponderei così all'invito di Don Leonardo " Amici, capisco bene l'ammirazione per i preti di trincea come don Gallo, ma prima di discutere con tante sicurezze sul lavoro dei preti "inchiodati" al "territorio", venite almeno a conoscerci un po' meglio." Anche i laici sono" inchiodati al territorio" ma come mai i preti aspettano per essere conosciuti e i laici devono andare ,e non viceversa ? Come scrive l'autore :"La profezia evangelica passa da qui, da queste nostre parrocchie aperte al mondo. Vie di fuga e vie di ritorno. Tende per il deserto e case per il rifugio. Una strada da percorrere aprendosi con coraggio al nuovo. Non più servizi ecclesiali, ma vita vissuta. Da cristiani, fuori dalle mura del tempio."



01/03/2014 18:47 Fra
@ Yolanda Beatriz de Riso:
Sono contenta di averi incuriosita. Nella spiritualità di Romena (se non puoi andar là ci sono molte loro pubblicazioni) troverai di sicuro un respiro.
Romena (http://www.romena.it/) rappresenta il meglio di questi due passaggi del sovrastante articolo:
" ... case accoglienti dove poter ascoltare in santa pace il soffio dello Spirito e dove poter essere vicini all'Altro, anche quello che abita chilometri e chilometri da noi ... una Chiesa giovane, sorridente e liberante. ... Tende per il deserto e case per il rifugio ... aprendosi con coraggio al nuovo. Non più servizi ecclesiali, ma vita vissuta. Da cristiani, fuori dalle mura del tempio."

Se ho ben capito sei di Milano quindi ti segnalo che esiste un sito di aggregazione di Romena per i Milanesi. Gli incontri/veglie sono comunque in ogni parte di Italia: http://romenamilano.altervista.org/?doing_wp_cron=1393695732.2282609939575195312500
Ciaooo



01/03/2014 18:47 Livio
"smetterla tutti con il vizio di personalizzare".

Proprio tutti però! Anche chi scrive certi post così autoreferenziari da far venire il mal di pancia.



01/03/2014 18:29 Lorenzo Cuffini
Non so che cappero di parrocchie frequenti Gianni Di Santo.
Sono anch'io dell'avviso, e l'ho scritto piu' volte, che la via dei cristiani è il "fuori dalla chiesa" piu' che l'ombra del campanile.
Ma questo significa che il campanile, con tutto quello che significa in termini di punto di riferimento, preghiera, comunità, aggregazione e formazione, DEVE rimanere. Magari ripensato, aggiustato, tutto quel che si vorrà.
Ma deve essere il centro a cui tutti restano legati per il nutrimento e il respiro, salvo poi andare ad "essere chiesa" noi , ciascuno di noi, sulle varie strade che tutti battiamo,specie per chi una chiesa non ce l'ha , specie per chi non la puo' avere, specie per chi non la vuole avere.
Ma il centro, la provenienze e il ritorno, devono restare li.
Ad essere sincero, in molta retorica scritta e parlata come questa sulla "morte delle parrocchie", io vedo una ottica vecchissima, lontanissima da qualche cosa di nuovo concretamente proposto. Se mi permettete ci vedo piu' un fastidio malcelato con cui sgropparsi di dosso "l'immagine " della vecchia parrocchia, considerata obsoleta e off, che una vera volontà di impegnarsi in qualche cosa di nuovo.
Molto spesso, se appena gratti un po', dietro a queste spallate rivoluzionarie presunte, ci sta una certa frustrazione, personale o di gruppo, per esperienze mal riuscite nella propria storia.
Questonon vuol dire che tutto è rosa, che tutto fila, e che nulla va cambiato. Molto è grigio, molto fila a strattoni e molto va canbiato. Bene, ciascuno si dia da fare E FACCIA.
Buttare tutto all'aria dicendo: gli è tutto sbagliato, gli è tutto da rifare, è una sciocchezza.
Ripeto: non capisco che parrocchie frequenti Di Santo.
Le parrocchie che ho vissuto io sono fatte di preti che si fanno un mazzo tanto e se il buon Autore si premura di farci sapere- nella sua presentazione di spalla- di avere poche ore libere, beh, i parroci che ho frequentato io, senza eccezione alcuna, compresi quelli che a me personalmente non piacevano o stavano sulle scatole, ne avevano praticamente zero. Parroci allo stremo, piuttosto a rischio burn out , altro che sbrodolamenti sulle "case accoglienti dove poter ascoltare in santa pace il soffio dello Spirito". Al fianco di questi preti un manipolo di laici spesso appassionati, spesso in straottima fede, ma ipersesnibili, iper pieni di aspettative e di richieste, iperpronti a lanciate chissà che "opa" sulle gestioni parrocchiali.Spesso il sistema si inchioda lì.
" Mi sono sentito sfruttato"-
" Non mi sono sentito apprezzato per tutto quello che avevo fatto"-
" Nessuna mi ha seguito su quella proposta"
Su questa strada non si va da nessuna parte, se non nella direzione, legittima e praticabile, di andarsene. Ma il difetto è nel manico. Dirò una isopportabile banalità ms ciascuno di noi è servo inutile, e basta. Se ci mettiamo a ragionare in termini di visibilità, impegno riconosciuto, riconoscimento di competenze e quant'altro, sbagliamo cavallo.
Ragioniamo -banalmente -in termine di servizio e croce, e vedrai che le cose acquistano un altro ritmo di marcia.
"E' il tempo di una Chiesa giovane, sorridente e liberante:" che bella frase, sembra uno slogan di quelli del socialismo reale sulla gioventù sovietica. Peccato che noi quella Chiesa ce l'abbiamo già: é Gesù che ha quel volto, e possiamo averlo anche noi,ciascuno di noi, anche vegliardi debilitati e a pezzi: basta che lo facciamo senza tante storie.Non c'è bisogno che aspettiamo che " arrivi" chissà quale nuova chiesa:la nuova chiesa inizia ad arrivare se la faccio arrivare per l'intanto io, giocandomici la mia vita. Invece di segnare in un fumosetto libro dei sogni chimere che " La Chiesa" dovrebbe - non si sa come- perseguire, affossando tutto l'esistente, manteniamo e teniamoci ben stretto l'esistente, facciamoci il mazzo per migliorarlo, e facciamo di noi stessi tutto, ma proprio tutto, quello che il post vagamente indica: solo, un po' piu' concretamente, in via un po' meno teorica, affondando le mani in pasta( la nostra). E, attenzione: senza aspettarci che ci vengano dietro il parroco, i vicari, i laici impegnati, il consiglio pastorale -da gettare, pure lui, secondo l'autore. Preoccupiamoci noi di fare tutto quello che possiamo per loro. nessuno escluso, e poi andiamo a fare il seme che marcisce per il mondo fuori. Allora si, che la rivoluzione sarà iniziata: e dipende da me e da te, e puo' succedere anche adesso.

Diamoci una mossa, e andiamo a fare i cristiani FUORI.
Ma non buttando nel cestino della carta straccia l'esistente basandoci su frasi del tipo "nessuno oggi può più dire "questa è la mia chiesa, questo è il mio tempio, questa è la mia parrocchia". Nessuno. Sono cambiate le latitudini del cuore e le longitudini dell'anima.". Ma perfavore. E chi lo dice, questo? Da dove viene questa sentenza? E' stato ritrovato un nuovo papiro nel mar morto? Vediamo di non essere ridicoli.
Invece di sparate apodittiche che vogliono dite tutto e niente, facciamola davvero sta rivoluzione, ma facciamola nell'unico posto e luogo in cui possiamo farla: dentro di noi.
Un po' di umiltà e un po' di pragmatismo, e andiamo, tutti, a metterci a disposizione delle nostre comunità. Per poi partire da lì, ogni giorno di tutto l'anno, partendoci e ritornandoci, e andando a vivere FUORI.Ma facendo continuo andirivieni, come api all'alveare.
Se no diventeremo tanti galletti dilettanti in un pollaio non meglio definito, e basta.



01/03/2014 17:17 admin
@Yolanda Forse nel lapsus c'è una lezione, quella a smetterla tutti con il vizio di personalizzare


01/03/2014 17:09 Yolanda Beatriz De Riso
@Per don Leonardo: mi correggo, l'ho confusa con un altro prete dal nome uguale e cognome molto simile. Non l'ho mai incrociato. Mi scuso.


01/03/2014 16:08 Yolanda Beatriz De Riso
@Don Leonardo, ho incrociato anche lei molti anni fa, ma di preti in trent'anni di vita attiva nelle parrocchie ne ho visti tanti, così come ne ho ascoltati tanti di un certo livello nella formazione. E mi dispiace ribadirlo ma l'abito mentale è comune a tutti ed è molto lontano da quel che mi par che proponga il Papa.Venite e vedete? Sono andata , ho visto, ci ho messo l'anima e alla fine, dopo 30 anni, me ne sono allontanata. Qualcuno se ne è accorto? Mi ha chiesto perchè? Si è interessato delle motivazioni e della crisi di fede e del dolore che questo ha provocato? E non una ma tre volte? Eppure sono stata un personaggio piuttosto visibile e con un impegno a tutto campo enorme, con una formazione continuativa inesistente per gli altri.La risposta univoca a tutte queste domande è NESSUNO. Ne clero ne laici impegnati in parrocchia. E per sentirmi dire alla fine " vada altrove". E qualcuno si stupisce se si vuole guardare nelle pieghe delle parrocchie?
Se questo è il trattamento per una che era dentro con fede, amore, impegno , pur lavorando a tempo pieno e mandando avanti la famiglia,che tipo di apertura ci può essere per chi è lontano o in ricerca? Certo chi è dentro ed è convinto di fare sempre del proprio meglio ,in qualunque ambito ,e si sente a posto perchè dovrebbe preoccuparsi o sbattersi per chi è fuori? Tutto va bene così ed occorre salvaguardare le meraviglie dell'esistente ed il proprio quieto vivere. L'amico importuno è generalmente molto sgradito , anche al clero .E se Maria Luisa ritiene che questo voglia dire essere cristiani tiepidi e superficiali che cercano solo una parrocchia erogatrice di servizi, e creda che sia colpa solo di chi sta fuori, senza porsi nessuna domanda, l'incomprensione insita in certe risposte,forse qualche domandina dovrebbe cominciare a farsela.
@ a Fra grazie per l'indicazione ,ora non posso ma prima o poi un giretto ce lo farò. Mi hai proprio incuriosito. Ciao.



01/03/2014 10:29 don Leonardo Scandellari
Da prete (parroco solo da pochi mesi), e quindi a quanto pare "totalmente impreparato", ringrazio molto Maria Luisa per il suo commento che esprime pacatamente le mie stesse "perplessità" (tento di restare pacato anch'io) sull'articolo di Gianni Di Santo. E quoto Alessandro: "Faccio difficoltà a comprendere questa continua voglia di scavare nelle pieghe nelle nostre parrocchie e affermare la non voglia di cambiamento". Amici, capisco bene l'ammirazione per i preti di trincea come don Gallo, ma prima di discutere con tante sicurezze sul lavoro dei preti "inchiodati" al "territorio", venite almeno a conoscerci un po' meglio.


28/02/2014 22:41 Maria Luisa
Non so di quante e quali parrocchie Giadis abbia una concreta, diuturna conoscenza, per poter affermare così perentoriamente “di solito”, “le nostre parrocchie”, generalizzando circa gli “alti muri”, il “do ut des”, le chiusure varie ecc. Forse il suo “scrivo-suono-viaggio-assaggio… in libertà” gli ha permesso esperienze approfondite e continuative di molte parrocchie, per poterle giudicare tutte così negativamente.

Può darsi che sia fortunata io, ma nella “mia” parrocchia (relazione, come giustamente dice Alessandro, non possesso o prigione) di 13.000 anime, il parroco – quasi ottantenne ma che sembra averne venti di meno – è da 40 anni amato e stimato da tutti, non solo dai “praticanti”, e ha tanto l’odore delle pecore che non c’è parrocchiano malato che non abbia ricevuto una sua visita, o famiglia in difficoltà che non abbia avuto il suo sostegno.
E penso che basterebbe trascorrere qualche giorno presso qualunque grande parrocchia di città per rendersi conto di quanti “non-parrocchiani” bussano alla porta, di quanto il parroco debba prodigarsi per sopperire ad ogni necessità del gregge, se vuol essere un buon parroco.

E’ vero, spesso la parrocchia viene vista come mero erogatore di “servizi sacramentali”, ma questo è un difetto dei laici tiepidi e superficiali, non delle parrocchie; e se i Sacramenti fossero da accantonare, Papa Francesco non ne farebbe l’oggetto delle sue attuali udienze settimanali, in cui invece esorta ad approfondirne la conoscenza e la pratica, per farsi discepoli e missionari insieme. Tutti, non solo i preti. E molte volte tramite l’iniziazione cristiana dei bambini, anche i genitori sono portati a riscoprire la propria fede dimenticata. Basta lasciar agire lo Spirito.

Finché non verrà stabilito dal Papa un diverso ordinamento, le parrocchie - in una organizzazione certo territoriale per praticità - sono le cellule fondamentali della diocesi, come le famiglie sono le cellule fondamentali della società, come i comuni sono le ripartizioni elementari delle regioni. Ma nessuno impedisce di andare a sentire una omelia “decente” (chi stabilisce il criterio??) in altra parrocchia distante kilometri, così come se a me piace Firenze o Venezia o Roma nessuno mi impedisce di andarci tutte le volte che voglio. Però in questo caso sì, che si è solo “fruitori” di servizi, senza dare alcun apporto personale. E sono proprio i laici individualisti a fare mancare la loro pietra all’edificazione della Chiesa, comunità dei cristiani, a cui tutti siamo chiamati a dare un apporto costruttivo (le “pietre vive” della Scrittura); e maggiore è la varietà di apporti, più completa sarà la costruzione, purché si voglia costruire insieme e non distruggere.
E Papa Francesco non vuole certo distruggere la Chiesa, piuttosto la vuole “restaurare”, perché sia sempre più degna dell’amore del suo Sposo; perciò, citando proprio dall’Evangelii Gaudium, “chiediamo al Signore che ci faccia comprendere la legge dell’amore”.



28/02/2014 14:18 Fra
Bellissimo articolo che sento profondamente risonare in me.
Un'esperienza di questo tipo, almeno una, in Italia, c'è: andate a Romena!

Yolanda Beatriz de Riso: anche io penso che questo sogno sia lontano da venire se immaginato a largo spettro. Ma piccole scintille ci sono già: vai a vedere la Fraternità di Romena vicino al Casentinese, in provincia di Arezzo. Vi sono stata una sola volta ma sono rimasta là per sempre con il cuore. Ciaoooo



28/02/2014 13:57 Alessandro
L’espressione “mia” riferita a una parrocchia, dice a mio avviso una relazione, non un possedimento, quindi sono ben contento di dire la “mia” parrocchia, che incarna anche un senso di responsabilità verso la “mia” comunità, che sa tanto di “dovere” più che di diritto verso i miei amici (così ci ha chiamato Gesù, non servi).

E poi, sinceramente, faccio difficoltà a comprendere questa continua voglia di scavare nelle pieghe nelle nostre parrocchie e affermare la non voglia di cambiamento (chi non la vuole? I sacerdoti? I laici stipendiati?).

Chi si impegna nel portare avanti la missione con gratuità di cuore già dice questo cambiamento, e lo porta a chi vive accanto.



28/02/2014 13:00 Mauro Della Giulia
Lo scardinamento della logica del "do ut des" ecclesiale comporta una reale apertura mentale del Sacerdote e del laico "attivo" in Parrocchia: capisco che l'uno possa avere bisogno dell'altro ma in realtà può accadere che l'uno lasci solo l'altro nello svolgimento della propria attività di Ministro Straordinario o Catechista od Operatore di Pastorale Familiare in Parrocchia.
Spesso vedo una catechesi arrangiata, vuota di programmi precisi,con ampi spazi di proiezioni video e films tesi alla promozione sociale del diverso o del minore, comunque assente di veri contenuti spirituali o catechetici.
Ricordo che il Papa, nell'Evangelium Gaudii, esorta i laici ad impegnarsi nel superamento delle barriere ecclesiali e per la Missione, ricordandoci che "Io sono missione"; deplora, però, che i laici non siano spesso preparati circa i contenuti della Fede, esortandoli a studiare il Catechismo. Si, operiamo nella Chiesa, ma studiamo anche il Catechismo!
Inoltre, nella mia Parrocchia di San Cleto - Sant'Agostina a Roma, i Sacerdoti non li vedi e non li senti, salvo che a Messa; raramentente, Li ho visti andare a cercare chi si trova in difficoltà esistenziale o spirituale al punto di essersi allontanato dalla Parrocchia o dalla Vita di Fede ...
Si, mi sta bene che io possa sentire "come mia" una parrocchia distante anche cento chilometri; ma preferirei che i "miei Sacerdoti" non fossero arroccati dentro le "sacre mura", bensì avessero l'odore delle proprie pecore.

Della Giulia Mauro



28/02/2014 10:10 Yolanda Beatriz De Riso
E' un bellissimo sogno ma molto, molto, molto lontano da venire.
Prima di tutto perché il clero è totalmente impreparato a questo e poi perché i laici, presenti nelle parrocchie, opporranno una strenua resistenza a cambiamenti che faranno perdere loro sicurezze, visibilità, convinzioni, oltre a richiedere modifiche notevoli ai loro metodi operativi e alle loro pregresse esperienze. Non a caso questo documento viene ignorato. E purtroppo non basta un documento per iniziare una rivoluzione. Occorre un clima generalizzato e motivante perché possa iniziare a rendersi visibile. E al momento non lo vedo proprio. Ma forse sono io pessimista.



28/02/2014 10:04 Sara Pozzi
Questo parlare di rivoluzione mi fa pensare al terzo segreto di Fatima. E non è rassicurante!


28/02/2014 09:17 Federico Benedetti
Un conto è la speranza del rinnovamento nel "soffio dello Spirito", un conto è la demolizione di quanto di bello e buono esiste e sopravvive pur tra mille difficoltà.
Per essere chiari: un conto è San Francesco e un conto è Martin Lutero...
Questa riflessione sembra ispirata più alla "rottamazione" proposta recentemente da certi fortunati esponenti politici piuttosto che alla Evangelii Gaudium.
La parola "rivoluzione" associata alla Chiesa Cattolica non mi piace. Dovremmo ricordarci che al centro di ogni iniziativa della Chiesa deve rimanere Dio e non le nostre astruse e discutibili "visioni" e interpretazioni di quello che si pensa lo Spirito ci voglia rivelare.



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Gianni Di Santo

Gianni Di Santo è giornalista e scrittore. Nelle ore libere - poche - si trasforma in musicista e in sommelier. Collabora con giornali e riviste sia del mondo cattolico che laico. Ha pubblicato saggi per San Paolo, Paoline, Einaudi, Rizzoli, Piemme. Gli ultimi due libri sono Chiesa anno zero. Una rivoluzione chiamata Francesco e Il vento soffia dove vuole. Un monaco racconta (con Alessandro Barban). Ha un blog d'informazione religiosa all'indirizzo www.oltresanpietro.blogspot.com 

 

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