La solitudine del prete e la risorsa comunità
di Luca Rolandi | 18 febbraio 2014
Sulle buone pratiche e le esperienze positive per far sì che la specificità di una vocazione non diventi fatica nelle relazioni

La comunità c'è per un servizio, non ha senso in se stessa, è mandata ad una realtà più ampia, è capace di mostrare disponibilità per tutti, i quali possono dare un'adesione anche solo parziale.  In una lettera del 2010 ai suoi confratelli sacerdoti mons. Bruno Forte scriveva: «La prima sfida che mi viene in mente è la solitudine del prete: in verità, essa è messa in conto sin dal primo momento della nostra chiamata ed ha un sapore anzitutto bello e positivo. Solitudine per noi che abbiamo incontrato Gesù non è tanto assenza degli uomini, quanto presenza di Dio: un essere rapiti dalla luce del Suo Volto, pur sempre cercato, un desiderio di stare con Lui e di lasciarci lavorare da Lui».

Solitudine spirituale feconda che però può diventare anche pesantezza insostenibile se non c'è una comunità di confratelli, di fratelli laici che vivono e costruiscono le tante piccole chiese in ogni angolo del mondo. Oggi i preti sono soli, non tutti certamente, ma, è una osservazione che faccio da laico che vive e lavora con loro. I preti credo abbiamo oggi bisogno di relazioni vere, di confronto, dialogo e di sostegno sincero, trasparente, fraterno. Tali e tante le funzioni che sono chiamati a svolgere che è insito nell'agire perdere il senso più profondo del ministero.

Ci sono buone pratiche ed esperienze positive, non tutto è negativo e frustrante. La buona intesa fra sacerdoti e laici permette di creare un clima collaborativo dove gli stessi laici comprendono le difficoltà, anche di natura logistica, dei loro presbiteri. Di certo contribuisce, in queste realtà,  anche il cammino nella formazione: pochi passi graduali che aiutano le persone a prendere consapevolezza del cammino diocesano verso le unità pastorali, il rapporto tra le diocesi molto estese, l'apertura di chiese e conventi a nuove abitazioni per famiglie che vivono il loro impegno di sostegno volontario alla vita delle parrocchie. 

Quale prete per una parrocchia che cambia? Una risposta è contenuta in un bel documento della Commissione presbiterale regionale lombarda 2003-2005 in cui è scritto: «La riconduzione del ministero all'essenziale non estrania il presbitero dalla storia del suo tempo, ma se mai lo immette con maggiore significatività dentro la vicenda odierna, come "lievito evangelico". In un mondo che cambia continuamente, gli è chiesto di "stare" in questa vicenda e di appassionarci ad essa perché è questo e non altro il momento di grazia nel quale è chiamato ad essere discepolo e testimone».

Corresponsabilità, collaborazione, partecipazione descrivono un modo di essere dentro una piccola comunità, di sentirne la preoccupazione per la sua vita. Comunità si coniuga con l'idea di popolo di Dio, adunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito e che «come un piccolo gregge, costituisce tuttavia per tutta l'umanità il germe più forte di unità, di speranza e di salvezza. Costituito da Cristo per una comunione di vita, di carità e di verità, è pure da lui assunto ad essere strumento della redenzione di tutti e, quale luce del mondo e sale della terra (cfr. Mt 5,13-16), è inviato a tutto il mondo». La Lumen Gentium in particolare ce lo insegna.

 

11/10/2018 10:27 chiara locatelli
UN SACERDOTE E'UNA PERSONA COME TUTTI SOLO CHE HA UNA VALORE PREZIOSO DENTRO NEL SUO CUORE, DIO, CHE GLI FA COMPAGNIA SPIRITUALMENTE. E UMANAMENTE UNA AMICIZIA SINCERA DI RIFERIMENTO CON LE PERSONE SIA IMPORTANTE.


11/10/2018 10:18 chiara locatelli
PENSO CHE UN PRETE PRIMA DI TUTTO E' UNA PERSONA COME TUTTE LE ALTRE, SOLO CHE HA UN VALORE AGGIUNTO E PREZIOSO CHE HA NEL SUO CUORE, DIO. UNA AMICIZIA SINCERA DI RIFERIMENTO PUO' FARGLI SOLO CHE BENE.


21/02/2014 13:00 Yolanda
La solitudine del prete e la risorsa della comunità ? Leggendo la lettera di don Roberto alla sua parrocchia, nell'articolo inserito questa mattina, non mi è parso che si sentisse solo nella sua comunità ,ma che ne facesse parte e la amasse ricambiato. E quando si ama ci si sbilancia eccome. Si osa .Non si può tacere.
L'immagine della vocazione sacerdotale come qualcosa di spirituale ,avulso dal contesto ,clerocentrica , che vede la comunità come una risorsa ,(per cosa?) mi mette un po' i brividi. Condivisione e corresponsabilità sono due parole che possono essere spot pubblicitari che nascondono tutt'altro o semplici esemplificazioni per dire che la comunità cristiana è fatta da fratelli , sorelle, figli, nonni, zii, padri e madri veri , concreti ,a cui affiancarsi, come a Cristo, per sostenerli ,ascoltarli ,difenderli da croci terrene evitabili, per costruire insieme ,per quanto possibile , il Suo regno. Ed è questo il miglior annuncio, perchè credibile.
Anch'io vorrei leggere altre parole ,di altri preti magari, che non dicano dobbiamo stare attenti ed essere prudenti per non essere accusati di pedofilia, ma che testimonino che essere preti è l'opposto ,è il coraggio di denunciare chiunque ferisca in qualunque modo un altro essere umano ,per porsi al fianco del malcapitato e farsene carico .Senza sconti ,anche se a ferire è un collega. E in questo io ho visto la solitudine di Don Roberto e della sua comunità nella chiesa mediatica ,che è una risorsa per la chiesa tutta, se sa distinguere e chiamare con il proprio nome il bene e il male.



19/02/2014 09:58 Matteo Lariccia
l' °apertura di chiese e conventi a nuove abitazioni per famiglie che vivono il loro impegno di sostegno volontario alla vita delle parrocchie.°.

Ha ragione federico a dire di essere prudenti, molto prudenti, ma è anche vero che è essenziale procedere in questa direzione, non già per necessità, ma proprio per l'essenza della questione che è cruciale: siamo complementari. Il futuro della fede è nei cristiani tutti, clero e laici. Noi laici non possiamo sottrarci attribuendo tutte le responsabilità al clero. La fede è affidata anche a noi. Leggevo proprio ieri questa citazione: "E' impossibile vivere senza sbagliare nulla, a meno di scegliere di vivere in maniera talmente prudente che la vostra non possa essere considerata affatto una vita" (J.K. Rowling) che è un po' quello che dice il Papa della chiesa incidentata. Beninteso, non sto invitando a sbagliare, Federico, giammai. Ma ad osare, con il consiglio dello Spirito (che non ci diamo noi stessi) sì.



19/02/2014 08:51 Federico Benedetti
Bisogna essere molto prudenti. Recentemente i giornali hanno pubblicato la storia di un sacerdote della mia diocesi che aveva deciso di ospitare in canonica una famiglia di immigrati. Un gesto di carità e generosità che si è trasformato in un incubo e in un mezzo scandalo: ci sono state accuse di pedofilia il sacerdote) e di estorsione, minacce e stalking (lo straniero, che pare volesse farsi intestare conti corrente e casa).
Il processo è in corso, con tutti i risvolti negativi che si possono immaginare.
Suggerirei di partire da altre proposte, magari da comunità di sacerdoti...



18/02/2014 23:28 fab
interessante rigurdo l' °apertura di chiese e conventi a nuove abitazioni per famiglie che vivono il loro impegno di sostegno volontario alla vita delle parrocchie.°.

ci sono esempi e riferimenti ad esperienze concrete? Mi piacerebbe conoscerle...



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Luca Rolandi

Sposato con Marella, tre figli è direttore del settimanale dell'arcidiocesi di Torino La voce del popolo. Ha lavorato a La Stampa al sito d'informazione religiosa VaticanInsider.it, con cui tuttora collabora oltre che con alcune riviste storiche e religiose. È dottore di ricerca in Storia sociale religiosa. Ha scritto diversi saggi su figure e vicende del movimento cattolico in Italia. È nato e vive a Torino, ma la sue origini sono della zona del Basso Piemonte - diocesi di Tortona - e la sua formazione è avvenuta a Genova.

 

 

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