La morte (e non solo quella degli altri)
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 09 ottobre 2013
Quanti ascoltano il brano evangelico delle vergini sagge e stolte associandolo coerentemente a se stessi?

"A domani!", "A presto", "Arrivederci ". Quante volte all'espressione che pronunciamo scontata non ha fatto seguito l'incontro? Non per motivi più o meno banali, più o meno gravi - dipende dalle situazioni - ma per quella causa di forza maggiore, irrevocabilmente definitiva, che è la morte.

E se in una piccola città accade nell'arco di una settimana di ritrovarsi in buon numero a partecipare ai funerali di due amici, morti improvvisamente entrambi d'infarto, rispettivamente a 59 e 52 anni, le riflessioni, magari scambiate in pausa o alla fermata dell'autobus, sono segno di "qualcosa che ha scavato dentro", come ripete uno di loro.

"Lui" solo conosce la fede di ciascuno, ma certo per alcuni la partecipazione alla messa domenicale e alla vita della comunità ecclesiale ha intensità molto diverse. Anzi si può dire che talvolta è stata proprio la presenza impotente di fronte all'agonia prolungata di genitori anziani ad affievolire la fiamma della fede.

A riattivare la brace sono state forse le parole di un ex studente (i due morti erano un giornalista e un docente di filosofia) intervenuto al funerale del suo prof. A fare breccia più di altre - certo più di quelle dell'omelia di un parroco oberato di scadenze ... - "la tua morte ci ricorda che dovremmo pensare un po' di più a come presentarci di là, anche se non sappiamo quando saremo chiamati per l'interrogazione decisiva". Un tema caro alla sensibilità di un movimento ecclesiale, ha pensato chi partecipa da anni anche alle liturgie con l'occhio (e l'impegno) del cronista, ma non c'era da prendere appunti in quell'occasione, solo l'ultimo "saluto" a un amico e collega.

E le parole, le emozioni condivise "ti restano dentro e riaffiorano quando non ti aspetti", ammette chi ha perso in uno scampolo di giorni il vecchio compagno di banco e il collega più caro.

Solo frammenti di pensieri che un filo logico lega inconsapevolmente e talvolta dipana in poche ore il groviglio di un'esistenza. "Essenziale" è il termine che ricorre più spesso, sì andare all'essenziale, perché il tempo è più breve di quanto si immagini (dopo i 40-50 anni un amico fisico sostiene che "ti viene incontro compresso") e se ci pensi vorresti spendere bene le ore, i giorni, gli anni che ti vengono donati.

Perché la morte non è solo quella degli altri - anche se in queste ore è drammaticamente "quella" morte che ci inchioda alle nostre responsabilità di cittadini - esiste, lo sappiamo, anche la nostra, la mia, la tua, com'è arrivata, o arriverà, quella dei nostri genitori, dei nonni ...

Quanti ascoltano il brano evangelico delle vergini sagge e stolte associandolo coerentemente a se stessi? O preferiamo, con una certa sufficienza, passare oltre? Quasi un concederci senza riserve a quell'ideale sotteso di eterna giovinezza che la società di oggi propone, e impone.

Un momento per pensarci prima o poi arriva per tutti: è vero che non sappiamo quando scatterà l'interrogazione decisiva, ma ne conosciamo i contenuti, perché, come scriveva il card. Martini: "Quando alla fine della vita saremo interrogati sull'amore, non potremo delegare la Caritas a rispondere".

E allora che significa "essenziale"? Forse non sprecare il tempo? Sprecare, parola grossa che qualcuno potrebbe declinare come rincorse e stress. Tutto il contrario, caso mai. Piuttosto il privilegiare le persone, invece di lavoro e carriera, la propria crescita umana e spirituale piuttosto che il prestigio sociale. Discorsi difficili in tempo di crisi, quando il lavoro occorre tenerselo stretto, per chi ce l'ha. Ma forse per quella mamma la trasferta lontana dalla propria città non era così necessaria ... (certo a rischio avanzamento di carriera o mancata realizzazione personale), forse quella rimpatriata con gli amici e la famiglia resta a casa ... Qualcosa si lascia sempre, se stiliamo una graduatoria, ma avere tutto non si può (so che non è un discorso sindacale, tanto meno femminista). E se anche avessimo ottenuto tutto - guadagno, carriera, super-realizzazione - papa Francesco ci ricordava come nessuno ha mai visto camion da traslochi dietro ai funerali. Perché è "altro" ciò che conta in quell'interrogazione.

E guardare all'essenziale è riferito a tutta la sfera dei nostri comportamenti: se fosse l'ultima battuta al collega, all'amico, al conoscente, allo sconosciuto che arriva allo sportello (e viceversa) siamo sicuri che sia sempre quella "giusta"?

Se avessi immaginato fosse l'ultima azione terrena, forse come tifoso non ti saresti accodato ad altri rifiutando platealmente quel minuto di silenzio nel campo da calcio (ma "cugini" bresciani come avete potuto?) in memoria dei morti di Lampedusa. Forse non avresti umiliato il prossimo, risposto malamente al figlio, scavalcato il collega, magari con l'inganno ... calunniato, malamente ironizzato ... forse avresti offerto un sorriso in più a tua moglie o tuo marito, un saluto al vicino di casa, ... non avresti rubato evadendo (le scappatoie consentite dalla legge, non sempre lo sono dalla coscienza) o non custodito a dovere dei beni pubblici ... forse ti saresti pre-occupato di più di quanti, anche vicino a te non riuscivano a sbarcare il lunario, per non parlare dei lontani che manco conosci, ma ci sono, finché ce la fanno a mangiare e respirare ...

Un lungo elenco che ciascuno allarga secondo le proprie sensibilità, ma che sta contribuendo a "conversioni" di rotta in direzione di una serenità prima impensata. Quando si dice la pastorale (occasionale) dei lontani ai funerali.

E, quasi a continuare la riflessione, la domanda del papa il 7 ottobre: "Hai la capacità di trovare la Parola di Dio nella storia di ogni giorno o le tue idee sono quelle che ti reggono e non lasci che la sorpresa del Signore ti parli?".

10/10/2013 19:17 Maria
E chi è il Dalai Lama per giudicare come vivono o muoinom gli ccidentali? .. Il Dalai lama parli per sé e giudichi solo sé stesso invece di generalizzare...


09/10/2013 16:13 Fra
"Gli occidentali vivono come se non dovessero mai morire e muoiono come se non avessero mai vissuto" (Dalai Lama)
Che il Dalai Lama abbia letto il brano delle dieci vergini!?!??!?



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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