Quando il don cambia parrocchia
di Francesca Lozito | 30 settembre 2010
Emma pensava al bene ricevuto, soprattutto al venerdì mattina in cui la chiesa, in coincidenza col mercato rionale restava aperta per le confessioni

Come si dice arrivederci al don che se ne va?
Quella domanda ad Emma continuava a frullare nella testa. Doveva fare qualcosa di speciale. Oh sì perché don Giacomo qualcosa di speciale se lo meritava. E non per la retorica degli addii dalle parrocchie - si sa che i preti vanno e vengono e quando vanno son sempre dolori.

Lo avevano saputo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa che sarebbe andato a fare il parroco dall'altra parte della Grande città. Lui, don Francesco e don Michele avevano accompagnato un nutrito gruppo di parrocchiani della Comunità pastorale nei luoghi di vita di Gesù. Avevano preparato delle belle meditazioni, partecipato con spirito fraterno, con una parola per tutti, senza essere protagonisti, stando sempre un passo indietro. Le parole di don Michele, il parroco, prima di entrare al Santo Sepolcro erano state eloquenti: «qui vedrete tanti gesti plateali, voi cercate di essere sobri, esprimete la vostra fede come meglio sentite». Parole che, anche senza volerlo, marcavano uno stile differente rispetto ad altri connazionali che cantavano a squarciogola davanti alle chiese o a tanti preti che facevano le «star» del viaggio.

Eppure Emma, dispiaciutissima di questo inizio anno così insolito, si sentiva paralizzata e non sapeva che fare e nemmeno cosa dire. Pensava al bene ricevuto, alla disponibilità all'ascolto, magari durante il momento del venerdì mattina in cui la chiesa, in coincidenza del mercato rionale restava aperta per le confessioni. Quando il vociare che proveniva dalla strada non distraeva dalla concentrazione della preghiera e dell'adorazione eucaristica, o della confessione. Lì si ritrova l'umanità: donne affaticate, giovani disorientati, anziani delusi. Tutti egualmente sotto la Croce. E i tre don al loro posto, nel confessionale.

Era il bello di quella parrocchia che le era piaciuta davvero tanto, al punto da decidere di andare a vivere da quelle parti. Poche cose, fatte bene e fatte insieme, praticamente la dimostrazione che quanto chiedeva l'arcivescovo era possibile tradurlo nella realtà.

Regali materiali non era il caso di farli e poi ci avrebbero pensato le signore della parrocchia, quelle che all'annuncio aveva visto piangere straziate - che «sì, è un distacco doloroso - pensava tra sé - e anche a me rattrista il cuore, ma mica sta andando in Groenlandia...». Ma forse tutta quella tristezza era dovuta al fatto che tutti nel momento dell' «annuncio» di questo nuovo incarico del don avevano pensato subito alla cosa più importante e nello stesso tempo più triste che stava per accadere: i tre preti non avrebbero vissuto più assieme. Già, perché erano un'esperienza di fraternità riuscita, una casa aperta, accogliente e trasparente per tutti quelli che volevano condividere i pranzi e le cene - e le polpette di don Giacomo erano veramente buone! - trasparente anche nella vita di preghiera, perché a una certa ora tutti via, lì «i fratelli» dovevano dire compieta assieme e don Giacomo accendeva le candele e preparava i breviari sul tavolino del soggiorno, quello era il segnale.

Così a un certo punto l'idea ad Emma venne e non ebbe più alcun dubbio: avrebbe fatto una torta. «La cura delle persone a cui vuoi bene passa per il cucinare» le diceva sempre la sua amica Giovanna che studiava psicologia. Prese la ricetta, mise insieme gli ingredienti e preparò la crostata, che era quella che le veniva meglio. Il giorno dopo la diede in mano a don Michele che aveva capito subito come quello per Emma era il modo per dire grazie, per salutare e «lasciare andare» chi come don Giacomo l'aveva aiutata nella fatica e nella gioia della fede, custodendo i suoi dubbi e le sue conquiste.

La torta la mangiarono tutti assieme i tre don in uno degli ultimi momenti di fraternità. Il giorno dopo don Giacomo entrò nella sua casa della nuova parrocchia.

26/05/2018 16:49 Maria Angela Mazzoleni
Come mi ci ritrovo nelle parole scritte da questa signora. Al mio paese il mio parroco è diventato amico della mia famiglia, la sua porta quando avevo bisogno è sempre stata aperta, mi sono ritrovata a mangiare un gelato con lui parlando anche delle stupidate non necessariamente di chiesa. l'ho vissuto come un don perchè le sue scelte amche controcorrente mi hanno aperto la mente e il cuore ho vinto le mie paure. Però per la gente del mio pAESE è TROPPO AVANTI GRAZIE AL finanziamento della gente, all'8 per mille abbiamo ristrutturato la chiesa vecchia del mio pAESE ED è DIVENTATA UN bel amibiente elegante mancava la parte esterna da fare. La gente al mio paese è stata così cattiva che sindaco in testa sono andati davanti al vescovo con le firme per cacciarlo via e il vescovo ha dato loro retta. Domenica in nostro don ha detto che a settembre cesserà il servizio da noi per andare all'estero lasciando quindi i suoi affetti più cari compresi i genitori anziani. Io quando l'ha detto non ho capito più niente e a casa ho pianto, verrà sostituito dal parroco del paese vicino che per le scelte fatte in questo paese mi sta mettendo in crisi profonda come cattolica. Sono arrivata a maledire il vescovo perchè non ha capito gli sforzi fatti da questo prete e ha dato retta alle persone di strette vedute e mi chiedo se questi loro comportamenti non peseranno sulla loro coscienza per aver contribuito a mandare all'estero questo don speciale. Sarei felicissima se dopo questa esperienza all'estero tornasse da noi ma so che è un'illusione. Ringrazio di cuore questa lettrice perchè mi ha dato l'idea del dono che farò al mio don quando andrà via.


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Francesca Lozito

Giornalista professionista, vive a Milano e si divide tra radio e carta stampata. Giornalista con la passione per la scienza e la medicina scrive su questi temi da anni per testate nazionali cartacee e online. Dal lavoro che tra il 2007 e il 2009 ha compiuto nel mondo delle cure palliative è nata la prima traduzione italiana di un'opera di Cicely Saunders, madre delle cure palliative moderne, Vegliate con me (Edb) che ha curato con Augusto Caraceni

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