Giornalista professionista, vivo a Milano e mi divido tra radio (Marconi) e carta stampata. Per Vino Nuovo ho scelto di raccontare delle storie. Non sono vere, ma prendono spunto dal vero (fatti accaduti, situazioni osservate ...). Sono il mio sguardo sulla Chiesa di oggi. A volte fanno più sorridere, altre più pensare.
leggi gli articoli »Come si dice arrivederci al don che se ne va?
Quella domanda ad Emma continuava a frullare nella testa. Doveva fare qualcosa di speciale. Oh sì perché don Giacomo qualcosa di speciale se lo meritava. E non per la retorica degli addii dalle parrocchie - si sa che i preti vanno e vengono e quando vanno son sempre dolori.
Lo avevano saputo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa che sarebbe andato a fare il parroco dall'altra parte della Grande città. Lui, don Francesco e don Michele avevano accompagnato un nutrito gruppo di parrocchiani della Comunità pastorale nei luoghi di vita di Gesù. Avevano preparato delle belle meditazioni, partecipato con spirito fraterno, con una parola per tutti, senza essere protagonisti, stando sempre un passo indietro. Le parole di don Michele, il parroco, prima di entrare al Santo Sepolcro erano state eloquenti: «qui vedrete tanti gesti plateali, voi cercate di essere sobri, esprimete la vostra fede come meglio sentite». Parole che, anche senza volerlo, marcavano uno stile differente rispetto ad altri connazionali che cantavano a squarciogola davanti alle chiese o a tanti preti che facevano le «star» del viaggio.
Eppure Emma, dispiaciutissima di questo inizio anno così insolito, si sentiva paralizzata e non sapeva che fare e nemmeno cosa dire. Pensava al bene ricevuto, alla disponibilità all'ascolto, magari durante il momento del venerdì mattina in cui la chiesa, in coincidenza del mercato rionale restava aperta per le confessioni. Quando il vociare che proveniva dalla strada non distraeva dalla concentrazione della preghiera e dell'adorazione eucaristica, o della confessione. Lì si ritrova l'umanità: donne affaticate, giovani disorientati, anziani delusi. Tutti egualmente sotto la Croce. E i tre don al loro posto, nel confessionale.
Era il bello di quella parrocchia che le era piaciuta davvero tanto, al punto da decidere di andare a vivere da quelle parti. Poche cose, fatte bene e fatte insieme, praticamente la dimostrazione che quanto chiedeva l'arcivescovo era possibile tradurlo nella realtà.
Regali materiali non era il caso di farli e poi ci avrebbero pensato le signore della parrocchia, quelle che all'annuncio aveva visto piangere straziate - che «sì, è un distacco doloroso - pensava tra sé - e anche a me rattrista il cuore, ma mica sta andando in Groenlandia...». Ma forse tutta quella tristezza era dovuta al fatto che tutti nel momento dell' «annuncio» di questo nuovo incarico del don avevano pensato subito alla cosa più importante e nello stesso tempo più triste che stava per accadere: i tre preti non avrebbero vissuto più assieme. Già, perché erano un'esperienza di fraternità riuscita, una casa aperta, accogliente e trasparente per tutti quelli che volevano condividere i pranzi e le cene - e le polpette di don Giacomo erano veramente buone! - trasparente anche nella vita di preghiera, perché a una certa ora tutti via, lì «i fratelli» dovevano dire compieta assieme e don Giacomo accendeva le candele e preparava i breviari sul tavolino del soggiorno, quello era il segnale.
Così a un certo punto l'idea ad Emma venne e non ebbe più alcun dubbio: avrebbe fatto una torta. «La cura delle persone a cui vuoi bene passa per il cucinare» le diceva sempre la sua amica Giovanna che studiava psicologia. Prese la ricetta, mise insieme gli ingredienti e preparò la crostata, che era quella che le veniva meglio. Il giorno dopo la diede in mano a don Michele che aveva capito subito come quello per Emma era il modo per dire grazie, per salutare e «lasciare andare» chi come don Giacomo l'aveva aiutata nella fatica e nella gioia della fede, custodendo i suoi dubbi e le sue conquiste.
La torta la mangiarono tutti assieme i tre don in uno degli ultimi momenti di fraternità. Il giorno dopo don Giacomo entrò nella sua casa della nuova parrocchia.
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