L'odore di pecora e quello di pesce
di Francesco Fabrini | 23 settembre 2013
Accanto al sacerdote-pastore forse anche i diaconi (e i laici) oggi dovrebbero ripensare la propria missione a partire da un'altra immagine evangelica

«Siate pastori con l'odore delle pecore»

Da subito queste parole di papa Francesco mi hanno interpellato in maniera particolare ed hanno dato nuovo slancio alla mia ricerca di uomo: figlio, sposo e padre.

Nel mio cassetto disordinato di intuizioni, domande e riflessioni, avviate e mai concluse, ultimamente riaffiorano le due figure evangeliche del pastore e del pescatore che sento toccare corde profonde del mio percorso di vita ed interpellarmi profondamente nel mio cammino di battezzato - e come tale sacerdote, re e profeta - ma anche di sposo e come tale segno unico e particolare del Dio trinitario che solo l'amore coniugale porta nel mondo.

Le immagini che Gesù ha usato per parlare dei discepoli chiamati ad evangelizzare sono, guarda caso, due mestieri all'aria aperta: il pastore e il pescatore. Due mestieri che implicano un rapporto intenso con la natura (ovviamente più facile ai tempi di Gesù ma soprattutto che esprimono due sensibilità profondamente diverse, due modi di fare e quindi di essere diametralmente opposti.

«Il primo legato all'amministrazione, alla gestione delle risorse, alla conservazione di un ovile e di quello che in esso si raccoglie, quindi sicuro, più o meno stabile nelle sue dinamiche. Il secondo sull'onda (è il caso di dire) del momento, in balia della probabilità di una pesca che potrebbe anche non essere affatto abbondante, o magari potrebbe rivelarsi diversa da quello che si pensava, con i tempi lunghi dell'attesa, con la pazienza di chi passa tutta la notte a lavorare e magari non prende nulla (cfr.Vangelo di Luca 5,5). La promessa che Gesù fa ai primi discepoli è di farli diventare pescatori di uomini (Mc 1,17). L'assicurazione data a Pietro dopo la pesca inizialmente fallita e poi prodigiosa è ancora la stessa: "Da ora in poi sarai pescatore di uomini" (Lc 5,10). Chissà perché però nella storia della Chiesa ciò che ha prevalso è la tematica relativa al primo mestiere. Si parla infatti di pastore, di pastorale, ecc... Ma non si parla mai di pescatori, di "pescatorale", ecc.. Forse perché è più facile, forse per il fascino di amministrare, di contare le pecore, di sbarrare la porta del recinto e di decidere chi deve entrarvi, forse perché preferiamo la sicurezza degli ovili che la sfida di mari imprevedibili; fatto è che nella storia della Chiesa ci sono stati molti pastori, ma pochissimi pescatori...» (Pastori o pescatori, scritto da Angelo Mazzone ottobre 2009)

Ritengo forse che per tutti i battezzati (laici e non) sia arrivato il tempo (kairos) di sfidare se stessi e la chiesa a misurarsi su questo progetto per non rischiare di invecchiare entro i recinti ormai cadenti anch'essi di una Chiesa che nei secoli è stata forse più introversa e autoreferenziale che aperta al mare e al vento dello Spirito.

Le indicazioni, fatte proprie dai diretti successori degli apostoli, sono chiaramente rivolte ad ogni battezzato nella comune dimensione sacerdotale e profetica; ma la domanda oggi aperta più che mai nella Chiesa è come integrare le vocazioni laiche e religiose, diverse ma uguali nel volerci pienamente realizzati e gioiosi operai del stessa vigna.

 

pescatori

L'immagine, riportata qui sopra, che campeggia nell'ingresso della Casa Madre della Pia Società San Gaetano di Vicenza - congregazione missionaria nata nel dopoguerra che per prima ha ordinato religiosi diaconi dopo il Concilio Vaticano II - raffigura due pescatori. Nell'intuizione del fondatore, don Ottorino Zanon (1915-1972), questa era la complementarietà voluta e praticata tra religiosi sacerdoti e diaconi nella congregazione missionaria. Il sacerdote che sulla battigia - simbolo della Chiesa - regge la rete, mentre il diacono dal mare - simbolo del mondo - sospinge i pesci verso di essa. Per don Ottorino, l'identità propria del ministero ordinato si esplicitava nelle due figure di ministri, il presbitero e il diacono appunto, profondamente uniti dall'unica grazia sacramentale, ma allo stesso tempo chiamati a un servizio specifico dentro la comunità cristiana. In un contesto teologicamente ancora acerbo per chiarificare le sue intuizioni, egli tradusse in una scelta di radicalità spirituale (i voti religiosi) e di totale dedicazione alla missione nel mondo la necessità di una riforma del ministero ordinato che lo spingesse fuori dalle secche di una pastorale di conservazione. Egli scelse san Gaetano come patrono della nascente Famiglia religiosa proprio per la sua inquietudine di riforma del clero, che Gaetano incarnò in una opzione radicale per la povertà evangelica nel ‘500 italiano.

La novità di don Ottorino - che percepiva profeticamente la separazione tra la fede e la vita come la radice della crisi nel mondo - è stata quella di innestare questa stessa ansia di cambiamento all'interno della pastorale ordinaria. Chiese così ai suoi religiosi di vivere come comunità di fratelli, preti e diaconi, prendendo a cuore la cura pastorale delle parrocchie in diocesi povere o scarse di clero. In esse, soprattutto al diacono spetta il compito di navigare nei mari aperti della società complessa e spesso lontana dagli schemi ecclesiali, per aprire varchi di dialogo, di incontro, di annuncio negli ambienti di vita ordinari: la famiglia, il lavoro, il tempo libero, la cittadinanza... (come non pensare agli esiti del Convegno Ecclesiale di Verona 2005?).

Ai diaconi, insomma, nel continuo confronto e sostegno reciproco a fianco dei confratelli presbiteri, la specifica missione di animare e formare le ‘compagnie di pescatori' tra i laici, chiamati a una comune testimonianza e missione evangelizzatrice nel mondo.

Così, nell'assemblea degli "Amici di don Ottorino" dal titolo "Uniti nella famiglia", svoltasi ad Assisi alla fine di aprile, che raccoglieva laici legati alla congregazione e religiosi, è stata con forza riportata all'attenzione della congregazione l'esigenza di riscoprire, religiosi e laici insieme, il ruolo delle famiglie nella congregazione e nella Chiesa. Gli spunti emersi sono stimolanti: si percepisce come l'identità specifica e la vocazione dei consacrati e dei ministri ordinati si manifestino essenzialmente nell'ambito di relazioni sempre più aperte e mature con i laici.

Certamente le parole di papa Francesco riaprono piste poco frequentate sul ministero del presbitero, prima di tutto relazionando il suo ministero a quello del diacono; ma a me piacerebbe che qualcosa in più possa e debba essere pensato e scoperto sulla dimensione diaconale non solo dei religiosi e degli sposi, ma anche - forse - della coppia.

Insomma... come laico battezzato e sposo essere associati quali pecore da pascere o pesci da pescare non mi pare uno stato ed una prospettiva propriamente "stimolante"! Ed è evidente che molto deve essere colto, da me per primo, sul significato profondo che si cela dietro queste due immagini simboliche.

Nel tentativo di portare il mio contributo alla riflessione, che spero possa continuare anche da queste pagine, provo a tratteggiare brevissimamente, con "occhi di famiglia", le suggestioni suscitate dalle figure del pastore e pescatore.
Sento presenti le forze divergenti richiamate dalle due immagini evangeliche: da un lato la dimensione domestica della casa-ovile, della porta aperta (a volte) ma che a sera viene chiusa dove raccogliere, amministrare e custodire (a volte, forse, "congelare") la comunità; dall'altro quella ondivaga, imprevedibile, paziente, incerta ma fiduciosa di chi vive su una barca, raccogliendo frutti non seminati.

Intuisco la dimensione più materna: del prendersi cura, del servizio, che nella relazione crea un vincolo di affetto reciproco e responsabilità nei confronti delle sue pecore (le conosce per nome, le protegge, le aiuta nel caso si perdano, ecc). Nel pescatore invece è maggiormente evidente quella paterna di apertura al mondo (missionaria) più centrata nel fare dove i ruoli sono complementari e dove la fiducia e la co-responsabilità sono alla base delle relazioni.

Su questa linea mi pare emergano anche dinamiche centripete della prima figura e più marcatamente centrifughe del pescatore, che storicamente forse hanno decretato il successo del modello pastorale.

Avverto la dimensione più solitaria e sbilanciata-asimmetrica nella relazione pastore-pecora, dove entrano in gioco la gratuità, la tenerezza ed il cuore; complementare a quella, l'immagine della pesca - evangelicamente, una pesca con le reti - rievoca maggiormente l'esperienza di gruppo e comunitaria, aperta ad un confronto, a mio avviso, meno sbilanciato tra pesce e pescatore, dove intravedo la sfida, la "seduzione", la forza e l'intelligenza maggiormente coinvolti. Inseparabile dalla fiduciosa complicità nella relazione e dal rischio del fallimento e dell'imprevisto che possono essere superati solo insieme. Una figura, quella del pescatore, che sento attuale e mi pare calzare a pennello sulla mia vita di famiglia tra le onde del mondo, in compagnia di altre famiglie.

sono

Mi piace sognare che ci possano essere spazi vecchi e nuovi da colmare nella Chiesa. In questa direzione, avverto come particolarmente stimolante, per concretizzare quanto detto, l'idea di diaconie, cioè di ambiti, settori o zone pastorali collegate alle parrocchie e alle diocesi, animate insieme da coppie, famiglie e religiosi, che possano essere cuori pulsanti di relazioni vivificanti tra le persone e con il Cristo in questo mare del 2000, proprio là tra le onde, dove la vita della gente si sbatte ogni giorno: lavoro, scuola, condomini, ecc.. Il tema mi pare meritevole di ulteriori approfondimenti, che auspico poter condividere insieme

Mettere in comune e raccontarsi le esperienze ed i tentativi in questo senso (come ad esempio la comunità di famiglie di Villapizzone dove famiglie e gesuiti da trent'anni sono sulla stessa barca accompagnandosi reciprocamente ) potrebbe essere già un primo passo per sentire odore di pesce e brezza nuova dal mare.

25/09/2013 13:55 Lucia
Ringrazio di cuore Francesco per le riflessioni che ha voluto condividere e che trovo profondamente attuali. A volte è tanto difficile aprirsi e "proporsi", trovare quello stile accogliente che coinvolge coloro che ti stanno accanto. Tuttavia credo che questa sia la strada da seguire o, per lo meno, sento che questo è quello che mi chiede il Signore. E allora forza! Continuiamo a gettare le reti e a entrarvi quando gli altri le gettano per noi...e buona pesca!


23/09/2013 17:15 nicoletta
Carissimo ,leggere questa tua riflessione è un pò ritrovarsi.condivido con te la necessità di ritrovarci come pescatori a raccomodare le reti con pazienza,insieme,sul pontile
in quel momento di pace carico di fiducia e speranza in attesa di andare al largo ad affrontare le difficoltà spesso impreviste. Troviamo un tempo per scambiarci le nostre riflessioni. Siamo fortunati perché possiamo decidere di salire tutti sulla stessa barca❗



23/09/2013 14:27 nicoletta z.
Oggi ho trovato questo:
http://internacional.elpais.com/internacional/2013/09/22/actualidad/1379871188_970752.html
Chissà...
(Grazie a Simone Sereni per il suo link)



23/09/2013 13:54 Yolanda Beatriz De Riso
Molto bello l’accostamento e i temi proposti. Mi viene in mente un concreto accostamento . Il pastore e le pecore nell’ovile , non hanno bisogno di guardar le stelle, possono perdersi nei fatti quotidiani. Chi va per mare invece guarda il cielo, per secoli la stella polare è stato un punto di riferimento stabile per tracciare rotte che portassero alla terra ferma, ad un porto sicuro, alla salvezza. Il pastore tende ad adagiarsi sulle proprie tradizioni, sicurezze, e può far molta fatica a cercare le pecora smarrita. Soprattutto se non è del suo gregge. Per mare bisogna invece essere pronti ai cambi di corrente, alle improvvise tempeste, alla bonaccia, si ha piena consapevolezza della propria fragilità ,l’umiltà di affidarsi a Dio. Per mare è legge dare soccorso a chi è in difficoltà e dividere cibo e risorse. Perché si è tutti sulla stessa barca , fragile umanità in balia del tempo e delle onde. Non ci possono essere recinti, ideologie, la vita è preziosa. Ci si attrezza e ci si da una mano nelle difficoltà come nel quotidiano. Nell’ovile le pecore possono in autonomia stare al pascolo , come pecore appunto. Ecco due prospettive di chiesa profondamente diverse , che dovrebbero integrarsi ,ma quanto è difficile. E mi vengono in mente i marinai della guardia costiera che in Sicilia vanno incontro e alla ricerca dei barconi e delle carrette del mare con profughi e disperati alla ricerca di una possibilità di vita , che fuggono da povertà ,guerre e violenze di ogni tipo. All’incredibile coraggio e determinazione di donne incinte e dei tanti bambini e ragazzi che rischiano la vita, e quanti ne muoiono nessuno lo sa. E poi in porto o sulle spiagge ai tanti sconosciuti samaritani che cercano di accogliere quei disperati e alle strutture di accoglienza fatiscenti, o ai centri che li rinchiudono senza acqua, servizi igienici , in promiscuità per un nuovo inferno. E mi vergogno di vivere in un paese che permette questo e le nuove schiavitù nei campi al sud nel nome del denaro e dell’economia, come delle carceri indegne di un paese civile. Ma queste cose non dovrebbero essere per i cristiani realtà inaccettabili che distruggono la vita e la dignità dell’uomo , vittima o carnefice che sia? O le pecore tranquille nell’ovile possono ignorare tutto ciò e preoccuparsi solo se viene a mancare il foraggio con la disoccupazione, la povertà per milioni di famiglie che senza reddito perdono uno stile di vita e la dignità? O le ideologie vengono prima dell’uomo? Come attrezzarsi nella chiesa ,come cooperare tra laici e religiosi e non solo con famiglie, ma come uomini e donne , ciascuno con la propria dignità e vocazione , mi pare urgente. Il diaconato è solo maschile, anche quello. A quando un po di dignità alle donne e non solo belle parole? Scusate se insisto, ma o c'è dignità e accoglienza per tutti o a furia di distinguere la dignità la perderemo tutti.


23/09/2013 11:21 Simone Sereni
questo post apre un mondo nella mia vita personale e di coppia. Per la prima volta leggo e sento fuori dal giro di pochi amici comuni l'ipotesi e l'urgenza di chiarire meglio e con forza "il ministero della coppia" nella Chiesa e, in essa, per il mondo.

una ricerca che mi rende inquieto da tanti anni e che mi sembra non debba essere solo mia.

ed è una consegna che ha lasciato a me e mia moglie, tra gli altri, anche la testimonianza di un amico, che comunicò con la vita questa sua intuizione
http://motividifamiglia.blogspot.it/2011/10/enrico-desi-e-il-ministero-di-coppia.html

Non è bello autolinkarsi, ma lo faccio solo per non dilungarmi e spiegarmi meglio senza blaterare



23/09/2013 09:38 don Luca Garbinetto
Quando parliamo di diaconia, stiamo pensando esattamente all'invito pressante di papa Francesco ad andare nelle periferie esistenziali dell'uomo di oggi. Diaconia non è innanzitutto un fare, ma un essere, e quindi un modo di porsi, uno stile accogliente e solidale, che fa famiglia con chi è ferito dalla vita. Chi più di una coppia di sposi può esercitare questo stile? Cioè chi può essere 'esperto di famiglia' più di... una famiglia? Allo stesso tempo, la coppia - famiglia riceve la grazia della diaconia - che è dono dello Spirito - solo nella Chiesa, perchè è la Famiglia dei figlio di Dio, che custodisce umilmente la grazia sacramentale. Non c'è vera diaconia nella coppia se l'amore reciproco non si apre alla dimensione più grande della Famiglia nello Spirito, per essere segni e strumenti di diaconia verso i più poveri. Questo stile diaconale incarna la verità così come papa Francesco ha voluto ricordarcela: la verità è relazione!!!


Commenta *






Versione stampabile
Invia ad un amico
Scrivi a Vino Nuovo





Francesco Fabrini

Nato a Pisa, ma da sempre fiorentino. Informatico per professione, appassionato di comunicazione e social media è dal 2009 presidente di ACF Toscana di Mondo di Comunità e famiglia e membro della commissione comunicazione di MCF nazionale. Cresciuto e formato nella parrocchia dell'Isolotto di Firenze dai religiosi (sacerdoti e diaconi) della congregazione missionaria "Pia Società San Gaetano" di Vicenza (prima a ordinare religiosi diaconi dopo il Concilio) è membro del coordinamento italiano degli "Amici di don Ottorino" che raccoglie laici legati al loro carisma.

 

leggi gli articoli »
Ogni opinione espressa in questo sito è responsabilità del singolo autore. www.vinonuovo.it è un blog in cui ci si confronta su temi e problemi dei cattolici oggi in Italia.
Come tale non rappresenta una testata giornalistica e non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001

Cookies: ai sensi della normativa sulla privacy si informano gli utenti del presente sito che, ai fini di garantire un ottimale funzionamento dello stesso, viene fatto utilizzo di cookies. I cookies sono piccoli file di dati che i siti visitati dall'utente inviano solitamente al suo browser, dove vengono memorizzati per essere poi ritrasmessi agli stessi siti alla successiva visita del medesimo utente. Alcune operazioni non potrebbero essere compiute senza l'uso dei cookies, che in alcuni casi, sono quindi tecnicamente necessari. I cookies utilizzati nel presente sito sono di tipo tecnico ed hanno lo scopo di garantire il corretto funzionamento di alcune aree del sito stesso e di ottimizzare la qualità di navigazione di ciascun utente. Non vengono utilizzati cookies di profilazione.
Web Design www.horizondesign.it