Lezioni di inglese
di Fabio Colagrande | 25 settembre 2010
I media britanici hanno seguito il viaggio del Papa con curiosità sincera. Non sarà la nostra supposta cultura cattolica a renderci incapaci di andare oltre i luoghi comuni?

«Desideriamo chiedervi scusa per aver descritto Sua Santità come un tirannico leader militare di un'istituzione corrotta, impegnata a violentare ragazzini e a sterminare il continente africano. Oggi ci siamo resi conto che è un anziano e mite signore, mai così felice come quando può baciare un bambino e che il nostro Paese ha molto da imparare dalla sua umanità e dalla sua preoccupazione per i più deboli della società». Depurate dall’ironia, queste righe del celebre editorialista del giornale britannico The Independent, rendono bene l’idea di  come la stampa del Regno Unito abbia saputo ricredersi, ammettendo senza alcun pudore, l’efficacia del recente viaggio di Benedetto XVI in Scozia e Inghilterra. Verrebbe quasi da pensare che l’indiscutibile, più volte sbandierato, successo di questa visita apostolica, si debba soprattutto alla popolazione e alla stampa britannica, che lo ha decretato, registrandolo con la stessa puntualità con cui alla vigilia aveva esposto le sue perplessità e le sue critiche. 

Joseph Ratzinger, infatti, è rimasto sé stesso. Ha svolto la sua missione pastorale con l'abituale gentilezza, umiltà e semplicità. Ha cercato solo forse ancora più del solito la concisione e la chiarezza del linguaggio e quindi dei contenuti, per evitare qualsiasi misunderstanding. Nel suo diciassettesimo viaggio internazionale ha presentato in poco più di dieci discorsi e omelie una perfetta e aggiornata sinossi del suo Magistero, con qualche raffinato sviluppo sui temi più attesi come quello incandescente degli abusi sessuali, quello prediletto del dialogo tra fede e ragione, tra religione e società, o l’inevitabile questione ecumenica. Anche l’attenzione con cui ha evitato di imporre le sue riflessioni, mettendosi piuttosto in dialogo, non è certo una novità nel suo stile papale. Decisiva è stata senz'altro la scelta di dare un ritmo incessante al programma di viaggio, che non solo ha moltiplicato le occasioni di incontro, ma gli ha anche permesso di visitare, rendendogli al contempo omaggio, luoghi fortemente simbolici per la cultura britannica, come Westminster Abbey, la Westminster Hall, il Lambeth Palace o Hyde Park. 

Ma a fare la differenza qui è stata davvero la scrupolosità con cui, prima di tutto le telecamere delle televisioni britanniche, e poi i cronisti e i commentatori locali, hanno raccontato queste quattro giornate tra Edimburgo, Glasgow, Londra e Birmingham, fornendo una copertura impeccabile. E poi la curiosità, scevra da qualsiasi preconcetto, con cui la gente ha scrutato il Papa, ha studiato i suoi movimenti, ha ascoltato le sue parole. Senza cercare la conferma dei propri sospetti negativi, ma senza neanche il desiderio di cancellarli.

Viene da pensare se sarebbe possibile anche sui giornali e sui siti d’informazione nostrani, nelle nostre televisioni o nelle nostre radio, raccontare l’attività papale con altrettanta obiettività, attenzione e serietà. Se nelle nostre comunità possa prima o poi tornare un sincero interesse per il suo Magistero. O non sarà forse la nostra supposta cultura cattolica a renderci incapaci di andare oltre il pregiudizio e il luogo comune e a spingerci ancora oggi a dipingere il Pontefice come il «pastore tedesco» con le scarpette di Prada a guardia della tradizione?

Come insegnava Montanelli il giornalismo obiettivo è di per sé una contraddizione. Ogni cronista tradisce il suo punto di vista, anche quello che si illude di raccontare la realtà. Ma è davvero paradossale che la supposta patria del secolarismo abbia saputo ascoltare davvero le parole di un Papa che un'Italia distratta crede di conoscere già.

«Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che conoscano il proprio credo così bene da dare conto di esso». Domandiamoci se questa richiesta del neo-beato John Henry Newman, non a caso citata da Benedetto XVI a Birmingham, non sia di bruciante attualità anche nell’attuale comunità cattolica italiana.

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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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