Chiamati a tracciare sentieri
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 11 luglio 2013
Mi piace pensare che anche le nostre comunità siano chiamate ad essere alpinisti che, gratuitamente, sistemano le vie, talvolta spostando anche qualche masso

A margine dei "cammini e vie di comunicazione" a partire dalle Dolomiti (cfr. il 10° Forum dell'informazione cattolica per la salvaguardia del creato che si è svolto a Trento e il post di Diego Andreatta), vorrei condividere un parallelo nel quotidiano.

Avete presente tutta la segnaletica dei sentieri, tracciata con pazienza da decine e decine di volontari e appassionati della montagna che rendono possibile la salita? Talvolta, a tarda primavera, il lavoro è tutt'altro che agevole: si tratta di rimettere in sesto un cammino interrotto dagli eventi invernali, spostando massi, ripristinando cartelli abbattuti, ridisegnando, se occorre, il tracciato. Per i soci del CAI, SAT o l'Aiut Alpin Dolomites, si tratta di un'attività da collocare nel tempo libero, senza badge, né busta paga.

Mi piace pensare che anche le nostre comunità abbiano spesso un ruolo analogo. Siamo chiamati ad essere alpinisti che, gratuitamente, sistemano le vie, a "tracciare sentieri", talvolta a spostare qualche masso, collocare un cartello che indichi con maggiore chiarezza la meta (che sappiamo tutti qual è). Coscienti che sarà poi l'escursionista a doverci mettere le gambe e il fiato, e soprattutto la voglia di camminare, perché - l'abbiamo sperimentato tutti - se non ne hai intenzione, al rifugio proprio non ci arrivi. Ma forse nessuno ti ha mai raccontato cosa significhi essere in cima... E poi può sempre accadere un incidente: un piede in fallo, s'inciampa, ti accorgi dei tuoi limiti... e occorre riprogrammare la giornata.

È importante il lavoro di chi mantiene un sentiero, non è da tutti sapersi orientare da soli. Qualcuno ci riesce, ma devi avere grande esperienza e, diciamolo francamente, se si è almeno in due o tre, ci si sostiene meglio. In montagna si va in cordata, ripeteva il nostro presidente, ma è sempre della guida la maggior responsabilità.

Due sabati fa il matrimonio di due amici. Canto d'ingresso: Vivere la vita (Gen Verde), una scelta maturata nel corso di preparazione al matrimonio. Lui, più di 1 metro e 90, è entrato con la mamma, ma lei, alta poco meno, ha fatto il suo ingresso con ai piedi due ballerine, per tenere meglio per mano i suoi bimbi di 9 e 4 anni. Perché era la vita con le gioie e i dolori di ogni giorno quella che portavano all'altare, era la vita a due che conoscevano bene da 11 anni che volevano venisse benedetta da un Dio Trinità, un Dio-relazione che li aveva condotti fino a quel passo. Sul biglietto di amici e don la scritta: "Perché il cammino continui ... con una marcia in più!". Ma che c'entrano i sentieri?

Mi sto ancora chiedendo "se" in altre circostanze quell'evento che si stava celebrando avrebbe potuto accadere. Perché c'è sempre una fiammella sotto la brace, come ricorda don Sergio, il trentino che per otto anni ha guidato a Roma l'Ufficio nazionale Famiglia. Occorre, però trovare il modo di ravvivarla. E nel mistero della vita dei nostri amici le circostanze, come sempre accade, hanno il volto e le mani di tanti, a cominciare dalla guida della comunità, il capocordata. La richiesta del battesimo dei figli accolta con gioia dal parroco, senza giudicare, né chiedere certificati. È partito da lì un lento e progressivo cammino di avvicinamento, tra massi da spostare e ponti da rendere di nuovo agibili. La partecipazione alla Messa che diventava indispensabile per ricominciare di slancio la settimana di lavoro di entrambi, gli incontri per genitori che aprivano orizzonti impensati. Poi l'età della catechesi del primogenito e quella disponibilità subito accolta di nuovo dal parroco e dall'intero gruppo di catechesi: aiuto-catechista, perché no? chi rifiuta la mano di una mamma che intende mettersi a fianco dei bimbi per crescere insieme? Ma agli incontri genitori la presenza era di coppia, anche se talvolta "per procura". E il calore della comunità che scalda i cuori, ma è comunque sempre un dare e ricevere, per tutti.

La richiesta del corso in preparazione al matrimonio quasi una conseguenza frutto di riflessione e "decisione" a due e ci si accorge subito che la tua situazione è quella di tanti, più spesso di tutti.

Il Rito si adatta: prima del Consenso la dichiarazione delle intenzioni (2° forma) "ci impegniamo ad accogliere i figli che Dio [ci ha donato] e vorrà donarci ...", e il Consenso nella 1° forma "Io accolgo te ..". La decisione è stata una riflessione di mesi, ma ora la voce è ferma e gli occhi brillano: i bimbi sorridono per la gioia di papà e mamma, mentre il coro attacca con "Dico sì" (F. Baggio). "I giorni tristi e quelli di felicità" li hanno già conosciuti, ma "l'importante è essere insieme ad affrontare la realtà". Un cammino a 3, che per loro parte subito a 5, poi chissà.

Il sentiero è tracciato, ma basta una nuvola per far scoppiare un temporale in montagna: occorre non farsi scoprire impreparati e avere un buon equipaggiamento. Senza dimenticare che, se anche una frana - che sulle Dolomiti non è infrequente - bloccasse la salita, la Provvidenza arriva con l'elicottero del Soccorso Alpino, perché non si è mai soli. E occorre anche valutare bene le proprie forze, perché l'elicottero deve alzarsi in volo sempre e soltanto per un'emergenza reale.

E, da ultimo, in memoria di chi sta scalando montagne celesti, mi piace ricordare che raramente si traccia un sentiero a nuovo: più spesso si rimette in sesto - con le tecniche e i materiali oggi a disposizione - un cammino già tracciato da secoli, quando gli scarponi avevano i chiodi. Ma se le montagne hanno rimodellato un po' i versanti, il cielo è sempre azzurro, come sempre la stessa la voglia di salire.

16/07/2013 10:48 Yolanda Beatriz De Riso
Cara Maria Teresa, mi era sfuggito il tuo ultimo commento. Quanto alla tua preoccupazione le esperienze sono diverse. Pur concordando sul principio, nel racconto sui "pompieri pontifici" mi par di aver descritto cosa intendevo.Sono stati proprio i pastori a supportare con il loro ruolo e la loro funzione il fango del discredito per costringermi ad uscire dalla mia comunità e a spostarmi più in là . Altro che sentirsi a casa, tutti, ma proprio tutti accolti Era quello che cercavo di costruire con i ragazzi e le loro famiglie. Vada altrove è stata invece la richiesta esplicita. E mantenere le montagne e il cielo nel cuore è stata un'impresa che qualche volta mi par utopia .


16/07/2013 09:06 Sergio Ventura
Grazie Maria Teresa! Credo proprio che a Settembre, quando leggerò ai quartini alcune relazioni dei diplomati – per raccontare loro “cosa significhi essere in cima” -, introdurrò il tutto con il tuo post dalle immagini potenti. Quanti di loro giungono a noi dopo sentieri interrotti e mancate risposte diventate macigni (è incredibile a 14 anni, ma è vero!). E noi lì a reindirizzarli o, se necessario, a riadattare, per loro, strade inselvatichite. Senza giudizio previo, addomesticandoci come la volpe e il piccolo principe, angosciati quanto basta per il rischio-cadute e, per onestà, senza fare troppo gli eroi dato che a noi per tutto questo ci pagano anche …


12/07/2013 09:32 Maria Teresa Pontara Pederiva
Sono sinceramente contenta di aver contribuito a spostare qualche sasso in direzione di un’empatia … la convivialità delle differenze non può che arricchire la nostra Chiesa: grazie di cuore.
Mi preoccupa invece chi parla di utopia e sottolinea le (presunte) differenze invalicabili: non esistono differenze geografiche per l’accoglienza e la carità. Le montagne si portano nel cuore così come la “voglia di Cielo”. Se tra una settimana a messa ci uniremo non al nostro vescovo Luigi, bensì al vescovo Peter (Sartain quello che sta verificando le suore americane), sono certa che anche in quella diocesi, spazzata dal vento dell'Oceano, esistono tante esperienze di accoglienza e ben più significative delle nostre.
L’importante è costruire una Chiesa che sia percepita davvero come la comunità (dove tutti lavorano a tracciar sentieri) in cui tutti, ma proprio tutti, si sentano a casa (è questo l’unico evangelico background): il Padre misericordioso della parabola ha accolto il figlio andandogli incontro a braccia aperte e organzzando una festa. E in quel figlio ci siamo tutti noi, non nelle scarpe del fratello maggiore (e per fortuna, vista la brutta figura secolare!).
"Dogma" poi è un film del '99 (che consiglio di vedere per intero): all'epoca - siamo nel secolo scorso - il mio più piccolo andava in 1° elementare, ora è iscritto all'università. Un abisso di tempo: il mondo corre più svelto di quanto non si immagini.
E infine un grazie a Paola: trovarsi insieme in cordata fa camminare più spediti.



11/07/2013 20:24 Lycopodium
Meno che di rado ho empatizzato con l’autrice.
Troppo diversi l’approccio e il background, al punto da farmi talvolta dubitare dell’appartenenza alla medesima communio.
Stavolta, però, trovo davvero giuste e coinvolgenti le metafore.
Certo, se prendo la condizione ecclesiale d’oggi, mi è facile riscontrare un rapporto antitetico con quella santa montagna che è il Mistero della Chiesa...
Affrontata col piglio pretenzioso del turista, goffo e pasticcione.
Oppure con l’arroganza iconoclasta di chi non solo trafora, ma spiana e distrugge.
Ma stavolta preferisco stare nell’hic et nunc di questo testo…
Che invita al rapporto con quel Mistero, con gli stessi atteggiamenti che raffigura, che ad un tempo uniscono rispetto deferente e familiarità appassionata.



11/07/2013 15:18 maria
"il cattolicesimo del presente e del futuro è questo"


http://www.youtube.com/watch?v=FQf7kDBN1lI



11/07/2013 14:32 Paola
Al di là della splendida metafora, splendido contenuto. La scelta consapevole di un sacramento, anziché l'accettazione di una consuetudine sociale: un "ambiente comunitario" significativo, attraente, curato, invita al percorso e schiude mete frutto di impegno individuale prima impensabili... Il cattolicesimo del presente e del futuro è questo.


11/07/2013 12:52 Yolanda Beatriz De Riso
Che bello vivere in Trentino dove le montagne ispirano le scalate a montagne celesti e a come riassettare gratuitamente i sentieri. Purtroppo vivo in pianura , non solo geografica. Di pianura sono anche i pensieri e le azioni. Non solo sembra impossibile fare le piccole cordate per sostenersi reciprocamente , ma mancano anche le guide, i capicordata responsabili, competenti , che sanno consigliare le giuste attrezzature per gli imprevisti ,o tracciare percorsi alternativi. E' auspicabile l'insieme di coincidenze , persone e relazioni descritte nell'esperienza, ma paiono così improbabili nel quotidiano da sembrare solo un'utopia.


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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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