Giuseppe e Maria finalmente «sposi»
di Maria Teresa Pontara Pederiva | 27 giugno 2013
Alle molte benedizioni di Maria nella preghiera eucaristica si è aggiunta anche quella di trovarsi al suo fianco un marito come Giuseppe

Qualcuno l'ha già definita la rivincita di Giuseppe, ma non si trattava certo di un conflitto. Piuttosto una sorta di indifferenza che aveva lasciato un po' in ombra il falegname di Nazareth la cui promessa sposa si era trovata incinta per azione divina. In un linguaggio ormai abbandonato veniva definito "padre putativo" del Figlio di Dio, ma la sua famiglia era comunque Sacra e additata a modello di ogni famiglia cristiana.

Contraddizioni che forse una volta potevano apparire tali, oggi non più. In un tempo in cui non è infrequente per un ragazzo vivere in una famiglia ricostituita, con un padre che non è il suo padre biologico, e una madre, ragazza-madre, ogni situazione è tutt'altro che "strana" e lo sanno bene i catechisti che veicolano con maggiore facilità il fatto della nascita di Betlemme (come i più grandi accettano sant'Agostino come una sorta di "docente universitario con un figlio frutto di convivenza" o la vita decisamente libera di Francesco d'Assisi in gioventù).

Altro era riconoscere il rapporto che intercorreva tra i due sposi, Maria e Giuseppe, e su questo si è preferito per secoli soprassedere (o discutere piuttosto sulla verginità di Maria). La sua festa liturgica appare solo nel VII secolo e viene poi codificata da papa Sisto IV alla fine del '400 come scrive padre Lorenzo Prezzi.

Oggi in clima di rivalutazione della famiglia (per secoli assente, non dimentichiamolo) i due sposi della Famiglia per eccellenza possono diventare un modello educativo a cui guardare e allora perché dimenticare il povero Giuseppe quando si cita sua moglie?

Ci aveva pensato già papa Giovanni Paolo II, che alla famiglia e al matrimonio aveva dedicato tanto magistero prima e dopo l'elezione al soglio di Pietro, e poi il suo successore Benedetto XVI aveva indicato la strada da percorrere. Ora tocca alla sacra Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti: ricevuto il via da papa Francesco, con decreto del Prefetto, card. Antonio Cañizares Llovera, e di Arthur Roche, segretario, ha approvato lo scorso 1 maggio (festa di san Giuseppe lavoratore) l'aggiunta dopo il nome della Vergine Maria, di Giuseppe, "suo sposo" alle Preghiere Eucaristiche II, III e IV del Messale Romano. Nella I già era presente, per fortuna, per volontà del beato Giovanni XXIII nel 1960, ma dopo quella data non se n'era fatto più nulla.

"Con la Preghiera eucaristica, il sacerdote invita il popolo a innalzare il cuore verso il Signore nella preghiera e nell'azione di grazie, e lo associa a sé nella solenne preghiera, che egli, a nome di tutta la comunità, rivolge a Dio Padre per mezzo di Gesù Cristo nello Spirito Santo. Il significato di questa Preghiera è che tutta l'assemblea dei fedeli si unisca insieme con Cristo nel magnificare le grandi opere di Dio e nell'offrire il sacrificio. La Preghiera eucaristica esige che tutti l'ascoltino con riverenza e silenzio". (Ordinamento Generale del Messale Romano, 78). Una preghiera pronunciata dal celebrante a nome dell'assemblea, che celebra anch'essa associandosi (che è più di un semplice ascolto!), ovviamente in piedi come ad ogni preghiera.

Il Decreto - che parla di "menzione del nome di san Giuseppe - lo definisce "testimone di quelle virtù comuni, umane e semplici, necessarie perché gli uomini siano onesti e autentici seguaci di Cristo. Per mezzo di esse quel Giusto, che si è preso amorevole cura della Madre di Dio e si è dedicato con gioioso impegno all'educazione di Gesù Cristo, è divenuto il custode dei più preziosi tesori di Dio Padre ed è stato incessantemente venerato nei secoli dal popolo di Dio quale sostegno di quel corpo mistico che è la Chiesa".

A livello operativo per le formule in lingua latina si tratta di sostituire (non c'è ancora un obbligo) quelle ora dichiarate tipiche, per le traduzioni in lingue occidentali, quelle maggiormente in uso vengono già fornite dal decreto, mentre le altre dovranno essere redatte dalle relative Conferenze dei vescovi e poi sottoposte ad approvazione. Nei Paesi di lingua inglese notano già il termine notarile "spouse" al posto del familiare "husband", mentre in quelli di lingua tedesca aspettavano "Ehemann", ed è arrivato l'aulico "Bräutigam", ma questa è un'altra storia. Per tanti una triste storia.

L'importante per tutti noi laici (ma non solo, mi auguro) è che alle molte benedizioni di Maria si sia aggiunta anche quella di trovarsi al suo fianco un marito come Giuseppe e ogni donna sa bene cosa significhi attraversare i giorni della vita con l'uomo "giusto". Come dire che il Padre ha deciso di avvalersi dell'azione quotidiana del falegname di Nazareth per aiutare la crescita di suo Figlio e custodire sua Madre.

E non sarebbe opportuno, a questo punto, che tutte le nostre comunità chiedessero ai loro parroci di non dimenticare l'aggiunta dei due "sposi"?

 

28/06/2013 14:54 Francesco
Sarò un becero tradizionalista, ma preferisco pensare alla S. Famiglia come modello per tutte le famiglie, piuttosto che considerare la famiglia allargata ("ricostituita" come dite voi) come categoria per spiegare il ruolo di San Giuseppe.

Mi sembra una follia, ma per strizzare l'occhio alla cosiddetta modernità mi rendo conto che è un esercizio necessario, e vi fa sentire molto alla moda.



27/06/2013 20:52 Maria Teresa Pontara Pederiva
Grazie di cuore a don Leonardo: i laici “avvertono” la condivisione dei preti al loro stato di vita, matrimonio e sacerdozio insieme per l’edificazione della Chiesa.
Per spiegare invece cosa intendevo per “ovviamente”, rinvio semplicemente all’Ordinamento generale del Messale Romano della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti (25 gennaio 2004) al n. 43 (vorrei far risaltare il momento esclusivo della “consacrazione”):
“I fedeli, stiano in piedi dall’inizio del canto d’ingresso, o mentre il sacerdote si reca all’altare, fino alla conclusione di inizio (colletta), durante il canto dell’Alleluia prima del Vangelo; durante la proclamazione del Vangelo; durante la professione di fede e la preghiera universale (o preghiera dei fedeli); e ancora dall’invito Pregate fratelli prima dell’orazione sulle offerte fino al termine della Messa, fatta eccezione di quanto è detto in seguito.
Stiano invece seduti durante la proclamazione delle letture prima del Vangelo e durante il salmo responsoriale; all’omelia e durante la preparazione dei doni all’offertorio; se lo si ritiene opportuno, durante il silenzio dopo la Comunione.
S’inginocchiano poi alla Consacrazione, a meno che lo impediscano lo stato di salute, la ristrettezza del luogo, o il gran numero dei presenti, o altri ragionevoli motivi. Quelli che non si inginocchiano alla consacrazione facciano un profondo inchino mentre il sacerdote genuflette dopo la consacrazione.
Spetta però alle Conferenze Episcopali adottare i gesti e gli atteggiamenti del corpo, descritti dal Rito della Messa, alla cultura e alle ragionevoli tradizioni dei vari popoli secondo le norme del diritto. Nondimeno si faccia in modo che tali adattamenti corrispondano al senso e al carattere di ciascuna parte della celebrazione. Dove vi è la consuetudine che il popolo rimanga in ginocchio dall’acclamazione del Santo fino alla conclusione della Preghiera eucaristica e prima della Comunione, quando il sacerdote dice ecco l’Agnello di Dio, tale uso può essere lodevolmente conservato …”.
E al n. 386: “Ai nostri tempi nel riformare il Messale Romano secondo i decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II, ci si è sempre preoccupati che tutti i fedeli, nella celebrazione eucaristica, possano esercitare quella piena, cosciente e attiva partecipazione, che è richiesta dalla natura della stessa Liturgia e alla quale gli stessi fedeli, in forza della loro condizione hanno diritto e dovere”.
In attesa del Nuovo, al termine dei Principi e norme per l’uso del Messale Romano esistono delle Precisazioni dei nostri vescovi:
“La C.E.I. fa proprio quanto indicato in « Principi e norme per l’uso del Messale Romano » e cioè:
In piedi dal canto d’ingresso fino alla colletta compresa. Seduti durante la prima e seconda lettura e il salmo responsoriale.
In piedi dall’acclamazione al Vangelo alla fine del Vangelo. Seduti durante l’omelia e il breve silenzio che segue. In piedi dall’inizio del Credo, recitato o cantato, fino alla conclusione della preghiera universale o dei fedeli. Seduti durante tutto il rito della presentazione dei doni. Ci si alza per l’incensazione dell’assemblea.
In piedi dall’orazione sulle offerte fino all’epiclesi prima della consacrazione (gesto dell’imposizione delle mani) esclusa. In ginocchio, se possibile, dall’inizio dell’epiclesi preconsacratoria (gesto dell’imposizione delle mani) fino all’elevazione del calice inclusa.
In piedi da Mistero della fede fino alla comunione inclusa, fatta la quale si potrà stare in ginocchio o seduti fino all’orazione dopo la comunione.
Durante il canto o la recita del Padre nostro, si possono tenere le braccia allargate; questo gesto, purché opportunamente spiegato, si svolga con dignità in clima fraterno di preghiera.
In piedi dall’orazione dopo la comunione sino alla fine.
Per un commento liturgico-pastorale è un classico: Falsini R. - Lameri A., Ordinamento generale del Messale romano. Commento e testo, Messaggero 2006, Padova.
Avevo archiviato un’intervista a Zenith di p. Edward McNamara del 5 aprile 2013: “Di norma i fedeli stanno in piedi oppure occasionalmente si inginocchiano quando il sacerdote recita una orazione nella sua qualità di presidente”. Orazione è preghiera.
Personalmente vorrei aggiungere una riflessione: occorre pensare al significato dello stare in ginocchio (adorazione), in piedi (la dignità dei figli di Dio partecipi della Risurrezione di Cristo) o seduti (l’ascolto) ...
Dal punto di vista storico è dal XIII sec., cioè da quando fu introdotta l’ostensione del pane e del vino, che i fedeli che abitualmente stavano in piedi presero l’abitudine di inginocchiarsi alla consacrazione. Con l’introduzione dei banchi nel XVII sec. i fedeli che ormai “assistevano” solo ad una messa divenuta per loro incomprensibile (vedi tutta una letteratura storica oggetto anche di tesi in atenei pontifici) finirono per restare in ginocchio quasi per tutto il tempo, immersi in preghiere private.
Con la riforma liturgica del Vaticano II all’assemblea è stato restituito il suo ruolo di “celebrante” di una liturgia che non è devozione privata, ma che manifesta la comunione fra le persone.
Concordo infine sull'uso del corpo nella partecipazione alla liturgia, pensiamo solo al segno di pace o al cantare insieme ...



27/06/2013 17:04 Ireneo
Molto lieto di questa scelta di papa Francesco, che si colloca in una lunghissima tradizione. Al di là degli archeologismi con i quali si può discettare su quando sia stata codificata la sua festa liturgica, resta che san Giuseppe è uno dei santi cui la devozione popolare è sempre stata più affezionata sin dai tempi più remoti.

Rimango invece molto sorpreso dalla chiosa alla (parziale) citazione dell'Ordinamento generale del Messale Romano, dove la professoressa Pederiva spiega che si sta "ovviamente (?) in piedi come ad ogni preghiera".

In realtà (e, questo sì, ovviamente) l'ordinamento prevede che "completato il canto del Sanctus, i fedeli si predispongono ad un totale raccoglimento. L’Ordinamento Generale prevede che tutti coloro che non sono impediti per motivi di fisici o per la ristrettezza del luogo attendano alla Preghiera Eucaristica in ginocchio dal momento in cui il Celebrante stende le mani sulle offerte fino all’acclamazione che segue il Mysterium fidei."

Parlando tanto di "pregare con il corpo", non dimentichiamoci dell'accezione più immediata di quest'espressione.

E non dimentichiamo altresì che, durante la Preghiera Eucaristica, accade anche qualcosa d'altro che un semplice ringraziamento: ci troviamo davanti al Corpo e al Sangue del Signore Gesù.



27/06/2013 12:53 don Leonardo Scandellari
Per quanto mi riguarda non ho aspettato il Decreto in questione e ho cominciato molti anni fa. La scelta di papa Giovanni XXIII mi era sembrata un'indicazione sufficiente.


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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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