Quei preti in quiescenza
di Lettera firmata | 23 giugno 2013

L'articolo "In parrocchia senza parroco" mi ha suggerito alcune riflessioni su questo periodo di avvicendamenti dei preti, annunciati sui giornali. Un boccone ghiotto, perché davanti alla "notizia ufficiale", qualcuno può tirare un respirone ("finalmente quel prete se ne va..."), altri invece esprimono profonde amarezze ("ma no...e ora come faremo?"), in quanto il mercato appare sempre più sguarnito.

Ed anche i parroci - di fronte all'assenza di ricambi - diventano "armate brancaleone" allo sbaraglio: "Va' e organizzati! Se non riesci a fare perché hai troppo lavoro , la gente imparerà a coltivare vocazioni come faceva una volta, e poi - per male che vada - c'è lo Spirito Santo che fa meglio di noi".

Ho visto, a proposito, una storia drammatica: don Orazio (chiamiamolo così) doveva andar via dopo 35 anni di servizio nel quartiere popolare. Scoppiò una rivoluzione: venne il capo della Curia, per dimostrare al Consiglio pastorale che era doveroso fare così e che la gente avrebbe dovuto abituarsi a vivere l'unità pastorale con altre parrocchia. Disse anche che i legami affettivi non si cancellano e che ...tutto sarà come prima!

Ma evidentemente tutto non è stato come prima. Sono scoppiate le correnti: io sono di don Orazio, provino a fare senza di me! Io son di don Fabrizio e darò una mano allo sventurato costretto a "sfondare" in casa d'altri. E il degrado che viene dalle "diaboliche divisioni" si fece sentire giorno dopo giorno: freddezza, calo di partecipazione, vuoti...Ma così doveva essere, perché c'è la saggia norma dell'avvicendamento e "non si può seminare sul seminato".

Mi pongo e vi pongo una domanda: saranno ancora frutto di saggezza le antiche regole che spezzano legami di amicizia molto forti? Non saranno possibili mediazioni tali che non si vadano a troncare relazioni spirituali molto profonde fra i preti di una certa età e i laici? Con l'allungarsi della vita (anche dei preti) non si potrebbero trovare soluzioni intermedie tra il momento in cui si guida la parrocchia a pieno titolo e il momento in cui si finisce nel recinto penoso delle varie "case del Clero" oppure si è oggetto di promozioni in incarichi che sono di fatto delle rimozioni o degli allontanamenti? Insomma, sono pensabili "servizi parziali" o flessibili che non turbino l'unità di indirizzo?

Ci sono preti che soffrono, ma, soprattutto, ci sono laici che "perdono il medico di famiglia". E' giusto sacrificare tutto al diritto di spazio vitale per il nuovo arrivato? Anche qui il dialogo e la sinodalità potrebbero essere una salutare "terza via" per far spazio a tutti due o per procrastinare i tempi della penosa quiescenza . Mi riferisco particolarmente a preti ancora capaci di intendere e volere, preti che - anche se non sanno navigare nel web - circolano però per le strade come Gesù Cristo, visitano ammalati, occupano confessionali e sono sempre disponibili per una supplenza .

Si può aprire un dibattito?

Un prete (quasi) in quiescenza

 

05/07/2013 08:35 NICOLA florio
Probabilmente mi sfugge qualcosa....
Ma, ad ogni buon conto e sinteticamente:
A) renderei obbligatoria (seriamente obbligatoria) la temporaneità degli incarichi pastorali, in modo da far cessare e per sempre il dolore (dolore?) di comunità private del loro amato (amato?) pastore (e, verosimilmente, viceversa...), senza dimenticare che se il "pastore" ha ben operato, andrà a ben operare altrove (e non mi pare una "cosa" malvagia...) e se mal opera, si limitano i danni....
B) con coraggio e buon senso ridefinirei i confini ed il numero di diocesi e parrocchie (senza pastrocchi da ... vorrei, ma non posso...)
C) rivedrei con altrettanto buon senso le norme sull'età di pensionamento di parroci e vescovi (con buona pace, soprattutto, delle "vocazioni" all'episcopato) e, con la collaborazione di tutti (ma questa la vedo difficile sia nei meno giovani che nei più giovani...), immaginerei forme di presneza in parrocchia o in non so dove che tengano conto delle capacità, delle competenze, delle energie residue di tutti, senza archiviare nessuno (cosa brutta a dirsi e bruttissima se fatta. E purtroppo capita....)



03/07/2013 11:30 Carla Galastri
E' vero che non bisogna affezionarsi alla persona e seguire Cristo nella figura del sacerdote, ma è innegabile che tra sacerdoti e laici si instaurino rapporti affettivi. Credo però che i legami intessuti dallo Spirito Santo vadano al di là delle stesse persone e rimangano per sempre. Certo, dal punto di vista pratico sarebbe bello continuare a godere della presenza del parroco, anche solo per servizi "temporanei".Tuttavia penso che talvolta il Signore "poti" perché la pianta dia più frutto. Purtroppo non sempre si coglie questo e ognuno rimane nel suo "orticello".
Sono d'accordo con Simone Sereni quando scrive che alla base di un cambiamento meno traumatico c'è la comunione.Il nostro parroco è tornato al Padre da pochi mesi ma ha sempre predicato (e attuato) la comunione e l'unità. Molto però dipende dalla risposta dei singoli, siano sacerdoti o laici.



27/06/2013 16:08 Agnese
Credo che il discorso affettivo di un prete non sia un qualcosa che deve essere eluso. Effettivamente egli è per tutta la comunità e non per il piccolo gruppo ristretto; ciò non toglie che anche lui possa avere degli amici più amici di tutti gli altri. Il piano pubblico rimane lo sfondo del suo ministero che tuttavia risulta essere costruttivo nella misura in cui anch'egli riesce a vivere relazioni belle limpide con amici che magari ha conosciuto proprio nella comunità in cui per tanti anni ha prestato servizio...In fondo a nessun anziano piace essere messo in casa di riposo così credo che siano pochi i preti (perlomeno quelli che vivono con serenità il proprio ministero) che desiderano andare in casa di riposo .Sicuramente preferirebbero continuare a vivere "nella loro famiglia" dando qualche piccoòo contributo così come fanno i nostri anziani...il problema purtroppo sorge quando l'anziano si ammala...chi è disposto a farsenene carico?


24/06/2013 18:11 Luisa Damonte

Buonasera. certo la penuria di vocazioni sta creando non pochi problemi ma forse sarà anche provvidenziale per poter mettere in atto il Vaticano II con un apporto più significativo dei laici, dei consacrati... Certamente io credo ci possa essere uno stadio intermedio tra la parrocchia e il ritiro in "ricovero". Una formula intermedia che assicuri il ritiro dalla responsabilità immediata da una parrocchia ma dia la possibilità di assicurare, nei limiti delle proprie possibilità, un aiuto pastorale in altre sedi della diocesi di appartenenza. Occorre mobilità di auto, ma anche di pensiero e disponibilità a collaborare.




24/06/2013 09:07 Lea
Sì, fare il parroco è un ministero, non una funzione. La Chiesa è comunità non azienda. E l'incarnazione dice che si va a Dio, meglio si è in Dio attraverso la nostra umanità, affetti compresi. Non esiste per la nostra fede altra via che l'uomo. E, in merito ai parroci, quel che conta nella vita di fede della gente è la loro umanità. I Sacramenti agiscono anche attraverso quella, come Dio -Verbo ha agito attraverso l'umanità di Gesù


24/06/2013 08:51 Simone Sereni
vado leggermente fuori traccia, ma credo sia una nota che trasversalmente riguarda la lettera. è vero che tra pastore e gregge negli anni si creano "legami d'amicizia molto forti" e "relazioni spirituali molto profonde"...

Ma capita anche che questi legami sono divengano sigilli che chiudono a un territorio e un mondo che cambia.

E quando in una comunità, anche per il permanere della stessa guida, si creano piccoli gruppi inamovibili che "occupano" permanentemente la vita della comunità, segnando la pastorale, la liturgia e in generale lo stile comunitario, cosa è bene per quella piccola chiesa?

Un'ultima nota per continuare a discuterne: credo che le transizioni tra parroci e sacerdoti in genere sarebbero meno indolore se gli stessi preti fosse più abituati (formati?) alla vita comunitaria tra loro...

Allora i cambiamenti sarebbero meno traumatici per tutti, ferme restando le difficoltà di qualsiasi forma di vita in comune.



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