La Roma cattolica dei preti stranieri
di Paola Springhetti | 16 settembre 2010
Su 33 nuovi vicari parrocchiali nominati all'inizio di questo anno pastorale 14 non sono nati in Italia. Segno dei tempi o sfiducia nei laici?

Scorrendo con gli occhi l’elenco dei nomi dei nuovi parroci e viceparroci, comunicato dalla diocesi di Roma ai primi di settembre, non poteva non risaltare il grande numero di nomi stranieri: due nell’elenco dei 15 parroci, 14 in quello dei 33 vicari, per i quali quindi ci si sta avvicinando al 50%.

Persistente crisi delle vocazioni, età media dei sacerdoti italiani che si aggira sui 60 anni, territorio particolarmente problematico… Fatto sta che nelle 320 parrocchie di Roma sono impegnati 1935 sacerdoti stranieri, mentre i loro colleghi italiani sono solo 1320. Senza i sacerdoti stranieri la Chiesa locale non potrebbe più andare avanti. Ma se a Roma il fenomeno della presenza dei religiosi stranieri è reso più evidente dal grande numero quelli arrivati per studiare nelle università pontificie, il fenomeno è presente un po’ in tutta Italia: oltre al Lazio, le regioni che hanno oltre il 10% dei preti stranieri sono l’Abruzzo e il Molise (il 18%), l’Umbria (l’11,8%), la Toscana (il 10,3%).

Il tema è stato già ampiamente discusso: c’è chi ha fatto notare che la presenza di sacerdoti stranieri rende la chiesa di Roma più universale, chi ha raccontato quanto siano vivaci alcune parrocchie che hanno un pastore venuto da lontano, portando un soffio di novità e di entusiasmo in una Chiesa locale che non si distingue certo per la capacità di innovazione, e perfino chi ha calcolato che “importare” un sacerdote costa meno che farlo studiare per anni nei nostri seminari. Comunque sia, è indiscutibile che la città del Papa, il centro della cristianità, è diventata terra di missione (sono molti di più i missionari che chiama di quelli che manda all’estero).

Ai laici che di questa Chiesa fanno parte, almeno due domande dovrebbero porsi con urgenza. La prima è: questa tendenza in che modo cambierà la Chiesa locale, oltre che quella universale? È infatti un fenomeno che rende visibile uno spostamento già in corso in dimensione più ampia: Roma e l’Europa sono sempre meno il centro del cattolicesimo, anzi rischiano di diventarne, piano piano, la periferia occidentale. Il che non è detto che sia un male. Ma chi si sente parte attiva di una Chiesa deve essere consapevole dei cambiamenti, e decidere che ruolo vuole avere in essi, e se pensa di governali o di accettarli stando a guardare (col disincanto che, da secoli, caratterizza gli abitanti della capitale, ma che spesso diventa cinica indifferenza).

L’altra domanda riguarda il ruolo del laicato in una Chiesa che cambia e che affronta i tempi nuovi del post secolarismo e del ritorno del sacro. La mia impressione personale è che la crisi di partecipazione, evidente nella dimensione politica della vita del nostra Paese, stia diventato sempre più forte anche nella vita della Chiesa. E che questo non preoccupi molto i laici, ma neanche il clero, che ha trovato nei serbatoi delle diocesi straniere (e spesso molto povere) forze sostitutive bell’e pronte e anche più malleabili dei laici.

Insomma, mi chiedo se la carenza di vocazioni sacerdotali non dovrebbe fornire una motivazione in più per dare spazio ai laici. I quali, evidentemente, non possono sostituire i sacerdoti, ma possono assumersi responsabilità importanti, sollevando il clero da compiti che non sono propri del ministero (a partire dalla gestione economica delle parrocchie) e lasciandolo più libero di occuparsi delle anime.

In genere, a questo ragionamento si oppone un’affermazione di sfiducia: i laici non sono disponibili e soprattutto non sono preparati. La prima affermazione, purtroppo, è spesso vera, ma quanto si è investito nel motivarli e nell’educarli alle responsabilità ecclesiali? La seconda affermazione è relativa: saranno forse meno preparati dei sacerdoti sul piano teologico, ma hanno conoscenze e competenze negli ambiti più diversi, e forse il problema non è di fare loro l’esame di “maturità parrocchiale”, ma di trovare le modalità per valorizzarne le varie competenze.

Peraltro, investire sulla preparazione anche teologico-biblica dei laici sarebbe una scelta lungimirante. Sempre che l’obiettivo sia la costruzione di comunità cristiane che si arricchiscono della pluralità dei carismi (anche stranieri), delle esperienze e dei pensieri, che trovano nel dibattito uno strumento per rapportarsi alla contemporaneità e che desiderano parlare al mondo. Se invece l’obiettivo è una Chiesa tranquilla, che non pone e non si pone problemi, che non ha progettualità né innovazione, allora va bene così. Lasciamo ai laici le case, e ai preti le chiese.

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Paola Springhetti

Paola Springhetti, giornalista freelance. Dirige il bimestrale«Reti Solidali» e collabora con varie testate, tra cui «Il Sole 24 Ore» e «Segno». Insegna giornalismo alla Pontificia Università Salesiana. Il suo ultimo libro è "Donna fuori dallo spot" (ed. Ave 2014). 

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