Le relazioni pericolose
di Aldo Maria Valli | 24 aprile 2013
Un brano dal nuovo libro di Aldo Maria Valli «Il forziere dei Papi. Storia, volti e misteri dello Ior» che arriva in libreria oggi

Arriva oggi in libreria per l'editrice Ancora il nuovo libro di Aldo Maria Valli «Il forziere dei Papi. Storia, volti e misteri dello Ior». Si tratta di un volume in cui - al di là della leggenda nera - Valli prova a ripercorrere la storia passata e recente e alcuni grandi nodi legati a questa istituzione vaticana di cui da più parti si invoca una riforma radicale. Proponiamo in anteprima unn brano dal capitolo 6 intitolato «Una banca è una banca»

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Ripercorrere la storia dello Ior vuol dire entrare nelle vicende, e soprattutto nelle contraddizioni, che hanno segnato il rapporto tra la Santa Sede e la finanza. Ma, in generale, e mai stata fatta una riflessione sulle relazioni che possono intercorrere tra la sfera economico-finanziaria e quella religiosa?

È il 1968 quando, subito dopo la storica assemblea ecumenica di Uppsala, il Cec, Consiglio ecumenico delle Chiese, decide di ritirare i propri investimenti dalle banche che hanno relazioni economiche con il Sudafrica segregazionista. E una decisione forte, di grande significato simbolico. Come ricorda Carlo Crocella nel suo saggio Religione e finanza da Pio IX allo Ior - pubblicato nel  1982 in un numero monografico della rivista «Queste istituzioni» dedicato al «caso Ambrosiano-Ior» - nel 1972 lo stesso Cec rivolge un appello ad alcune banche perché sospendano i finanziamenti al governo sudafricano, che all'epoca non rispetta i diritti della popolazione nera. «Di fronte a queste posizioni - ricorda Crocella - si sentirono particolarmente coinvolti alcuni cristiani belgi che occupavano posti di responsabilità nel mondo bancario. Nacque cosi un'iniziativa collettiva, patrocinata dall'Associazione ecumenica per la chiesa e la societa e dalla Commissione Justitia et Pax (cattolica, nda), per la formazione di un apposito gruppo di lavoro». Dopo anni di riflessione, il 1° dicembre 1981, il gruppo pubblica a Bruxelles un  lungo documento, riproposto in Italia dalla rivista «Il Regno» (n. 17/1982), con il titolo Potere bancario e problemi etici. E un contributo interessante, perché dimostra che in un recente passato una riflessione in proposito, da una prospettiva cristiana, e stata avvertita come doverosa, e suggerisce che oggi, alla luce dei processi di globalizzazione e del ruolo sempre piu importante giocato dalla finanza negli assetti degli Stati e nella vita dei cittadini, sarebbe quanto mai utile e salutare tornare a interrogarsi sull'argomento.

Il testo del 1981 sottolinea «due caratteristiche della funzione bancaria»: quella di essere organizzata in rete («una banca non può funzionare da sola; non può funzionare che grazie alle molteplici forme di associazione o cooperazione finanziaria o tecnica messe a punto tra più banche»); e quella dell'internazionalizzazione («Questo significa che le banche - o almeno le più importanti tra loro - sono divenute delle imprese internazionali, con una parte della loro attività che sfugge sempre più al controllo dei loro paesi d'origine»). Analizzando poi «i problemi sollevati dal potere bancario», il documento osserva che tale potere e cosi nascosto e parcellizzato che «al limite la responsabilità di una decisione o di una politica può essere sempre rifiutata e imputata ad altri centri decisionali», e che «i dirigenti del mondo bancario, qualunque siano le loro personali opzioni morali e politiche, sono prigionieri dell'istituzione e del sistema».

Pur sottolineando come novità aspetti che oggi risultano scontati, l'analisi mantiene la sua attualità per lo sforzo di capire se e fino a che punto una lettura cristiana dei fenomeni può arrivare a influire sui fenomeni stessi, cambiando atteggiamenti che sembrano immodificabili. Il denaro, si legge nel dossier del 1981, «e quanto ciascuno desidera e cerca perché e la sola merce che possa apparentemente scambiarsi con tutto. E il jolly del gioco delle carte. Nel mondo occidentale lo si può rappresentare come il sangue che scorre nelle vene della società e alimenta le sue cellule. La banca ne è il cuore, le imprese i polmoni, gli economisti i medici». Ma, dal punto di vista dei cattolici e soprattutto degli organi di governo della Chiesa, quale rapporto instaurare con questo potere finanziario cosi decisivo e quindi cosi corteggiato da tutti, anche dalla politica?

I cattolici belgi sono sempre stati particolarmente sensibili a questi problemi in virtù della loro storia, che fin dalla metà del XIX secolo li ha messi in posizioni di responsabilità di governo in rapporto con i liberali. Un ruolo rispetto al quale, per le implicazioni morali che determina, può essere significativa una battuta del professor Prosper de Haulleville (autore fra l'altro di una Storia dei Comuni lombardi dalle loro origini alla fine del XIII secolo, pubblicata nel 1857): «L'industria e la finanza moderne sono ormai una potenza; noi non le abbiamo chiamate, ma, poiché ci sono, trattiamole come i barbari del IV secolo: portiamole al battesimo e cristianizziamole!».

Ma l'operazione è possibile? Prima di rispondere occorre ancora una volta guardare alla storia e tornare a Pio IX, il cui pontificato, scrive Crocella, rappresento «un periodo cruciale per il modo in cui, durante il suo corso, venne a strutturarsi il problema del rapporto fra religione e finanza. Si tratta infatti del periodo in cui la crescita inarrestabile della borghesia come classe egemone e del capitalismo come modello economico costrinse anche il modo di produzione delle risorse economiche della Santa Sede a farsi capitalista. Questa trasformazione avvenne in modo decisamente atipico. Basti pensare a due circostanze. La prima riguarda il momento risolutivo di questa trasformazione, che coincide con la fine del potere temporale e con la trasformazione della Santa Sede da organo sovrano degli Stati pontifici a soggetto internazionale privo di sovranità su un territorio. La seconda circostanza riguarda l'accumulazione capitalistica iniziale, premessa del decollo economico, fornita non già da un'agricoltura moderna, ma da un fenomeno completamente nuovo, nonostante il nome antico, e messo a punto proprio in quegli anni: l'Obolo di San Pietro».

Bisogna ricordare di nuovo che nell'anno dell'elezione di Pio IX, il 1846, lo Stato pontificio non pubblicava più i bilanci da almeno dodici anni. «Si può dire che, oltre all'emissione di prestiti all'estero, fosse stato questo l'unico provvedimento preso di fronte al deficit di bilancio, comparso per la prima volta nel 1828. Il pontificato precedente, quello di Gregorio XVI, era stato disastroso dal punto di vista del disordine amministrativo, fino a meritare il pubblico rimprovero delle potenze europee che, nel maggio del 1831, avevano trasmesso al governo pontificio un memorandum in cui si raccomandava, fra l'altro, una regolare gestione finanziaria e l'istituzione di una Corte dei conti».

Pio IX ristabilì un certo ordine riprendendo a pubblicare i bilanci e, «anche quando, tornato al potere dopo la rivoluzione romana del 1848-49, si ritrovo definitivamente vaccinato contro le velleità liberali, attuo una sorta di assolutismo efficientista che, pur in presenza di ben sette prestiti contratti dai suoi predecessori per quasi diciotto milioni di scudi (a fronte di un bilancio di quasi quindici milioni di scudi nel 1858), riuscì a riportare il bilancio in pareggio nei primi mesi del 1859». Tuttavia, proprio nel 1859, «i fatti che portarono alla costituzione del Regno d'Italia, e che per lo Stato pontificio significarono la perdita delle regioni più ricche (Romagna, Marche, Umbria), gettarono lo Stato in una crisi insanabile e definitiva. Il cardinale Antonelli, segretario di Stato, paragonava i domini della Santa Sede a un nano dalla testa enorme (la citta di Roma) sopra un corpicino sproporzionatamente piccolo. Nel biennio 1859-60 lo Stato perse il 71,2 per cento del territorio, il 76,22 per cento della popolazione e il 58 per cento delle entrate fiscali, mentre le spese non si ridussero che del 33 per cento».

Se non si tengono in considerazione questi aspetti, non e possibile comprendere le scelte del papa né il modo in cui e andato determinandosi il rapporto della Santa Sede con il mondo della finanza. Un esempio clamoroso delle conseguenze innescate dalla crisi economica vaticana, osserva Crocella, «e dato dalle trattative condotte dalla Santa Sede per aderire alla Convenzione del 23 dicembre 1865, con cui quattro Stati europei (Belgio, Francia, Italia e Svizzera) si costituivano in unione per quanto attiene al peso, al titolo, al diametro e al corso delle monete d'oro e d'argento». Lo Stato pontificio, i cui rapporti commerciali riguardavano in via primaria proprio le quattro nazioni riunite nella Convenzione, voleva aderire, ma c'era un grosso ostacolo: la moneta divisionaria» (cioe non in metallo pregiato) messa in circolazione dal Vaticano era enormemente sproporzionata rispetto alle quote stabilite dalla Convenzione: ventisei milioni invece dei quattro o cinque consentiti.

«Il cardinale Antonelli, pur informato dagli organi tecnici di questa responsabilità, avviò ugualmente le trattative, celando ai partner fino all'ultimo le reali condizioni monetarie dello Stato, e nel frattempo la moneta divisionaria pontificia circolava liberamente nei quattro paesi dell'unione. Solo nel febbraio 1870, pochi mesi prima di Porta Pia, essa non fu più accettata in Francia, dove aveva una circolazione larghissima, e fu ritirata con una perdita del nove per cento. La stampa anticlericale accusò senza mezzi termini il papa di frode e lo scandalo fu enorme anche fra i cattolici, al punto che il nunzio a Parigi, informandone Roma, fece presente che la colletta per l'Obolo di San Pietro ne sarebbe stata enormemente influenzata. Questa segnalazione provocò un immediato cambiamento nella linea del governo pontificio e il cardinale Antonelli, che per quattro anni aveva ignorato le insistenze del governo francese che chiedevano una maggiore correttezza, autorizzò a giro di posta gli organi incaricati della raccolta dell'Obolo di San Pietro in Francia a cambiare alla pari la moneta pontificia che il governo francese aveva escluso dalla circolazione».

Ora, nel rievocare queste vicende, è difficile non andare con il pensiero allo Ior e trovare un filo che si dipana, lungo la travagliata storia delle finanze vaticane, nel segno dell'illecito e della violazione delle principali norme di sana e corretta amministrazione. Anche nel caso dello Ior, un ripensamento sulla linea mantenuta (dire pentimento sarebbe troppo) e un cambiamento di rotta avvengono soltanto dopo l'esplosione dello scandalo (il caso Banco ambrosiano) e non tanto con la preoccupazione, prima di tutto morale, di mettere finalmente ordine nel proprio sistema finanziario, ma per la paura delle conseguenze negative che lo scandalo potrebbe determinare sulle offerte dei fedeli di tutto il mondo.

Nel drammatico contesto del 1870, cosi simile a quello di circa centodieci anni dopo per quanto riguarda la tenuta economica della Santa Sede, emergono due fenomeni che Crocella, giustamente, definisce «di estremo interesse» per lo studio del rapporto fra religione e finanza in epoca moderna. Da un lato i fedeli donano di più, facendo crescere gli introiti dell'Obolo, dall'altro i finanzieri cattolici si attivano proponendo al papa la creazione di strutture adeguate, in grado di mettersi al servizio della Santa Sede tenendo testa alle tempeste dei mercati e agli attacchi delle parti avverse.

Sotto questo secondo profilo, merita di essere ricordato il potente finanziere belga André Langrand-Dumonceau (noto come il Napoleone delle finanze e autore di un libro di memorie sulla questione dei beni ecclesiastici), che si fece promotore di un megaprogetto per dotare la Santa Sede di strutture adeguate e ridarle, nel nuovo assetto economico mondiale, il prestigio perduto. Di fronte alla crisi, la grande risorsa vaticana resta l'Obolo, e quando, dopo l'affronto di Porta Pia, i fedeli donano come non mai in passato e il papa si ritrova in cassa risorse doppie rispetto alle spese necessarie per il governo centrale della Chiesa, ecco che la Santa Sede entra «nell'avventuroso mondo delle operazioni finanziarie».

Secondo un criterio di base, in seguito messo nero su bianco nel Codice di diritto canonico del 1917 (can. 1539), l'amministratore ecclesiastico, nel momento in cui decide di procedere a una compravendita di titoli, deve verificare che i titoli acquistati siano «ugualmente o più sicuri e fruttiferi». Sembra un criterio di semplice buon senso, ma, come giustamente annota Crocella, in quella disposizione riecheggia già, in modo sinistro, quanto monsignor Marcinkus dirà a «Panorama» nell'aprile 1982 (quando Calvi era ancora in vita): «Noi mettiamo i soldi dove rendono di più, e da questo punto di vista l'investimento dell'Ambrosiano e stato ottimo».

Dunque, di fronte all'errore e, diciamo pure, al peccato, il Vaticano che si fa finanziere sa intimamente di poter contare su due risorse, e nei fatti e sempre a quelle che ricorre: da un lato le offerte, dall'altro l'aiuto della cosiddetta finanza cattolica. E questo modello non è mai stato messo in discussione, né dagli organi centrali di governo della Chiesa, né dalla Chiesa intesa come comunità di fedeli. O, per lo meno, non e stato messo in discussione in modo aperto e pubblico, a parte alcune voci e ambienti minoritari, che potremmo definire, a seconda dei punti di vista, «profetici» o «del dissenso».

La domanda, a questo punto, è la seguente: è mai possibile che un'istituzione come la Chiesa cattolica, che si segnala per il suo compito di insegnamento morale, in campo economico e finanziario si muova, di fatto, in base alla semplice raccomandazione di fare investimenti sicuri e fruttiferi?

24/04/2013 15:27 Fra
Brano davvero stimolante!
"... movimenti minoritari ... profetici o del dissenso"?
La domanda finale è quasi retorica, o meglio la sarebbe, se la risposta non fosse di fatto assai diversa da quella che invece ci apparirebbe come ovvia, purtroppo.
Peccato però per l'assenza di molti accenti ortografici che me ne hanno ostacolato la lettura!



24/04/2013 11:56 elisabetta Gandolfi
"Ma ci sono quelli dello Ior … scusatemi, eh! .. tutto è necessario, gli uffici sono necessari … eh, va bè! Ma sono necessari fino ad un certo punto"

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2013/04/24/papa_francesco:_la_chiesa_%C3%A8_una_storia_damore,_non_unorganizzazion/it1-685886
del sito Radio Vaticana



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Aldo Maria Valli

Aldo Maria Valli è vaticanista del Tg1. Nato a Rho nel 1958, sposato con Serena e padre di sei figli, è giornalista professionista dal 1986. Collabora con il quotidiano Europa e con diverse riviste. E' autore di numerosi libri. Tra i più recenti Piccolo mondo vaticano. La vita quotidiana nella città del papa, Laterza,(edizione francese Le petit monde du Vatican. Dans les coulisses de la cité du Pape, Editions Tallandier), Storia di un uomo. Ritratto di Carlo Maria Martini, Ancora Libri (edizione francese L'histoire d'un homme, Saint Augustin), Oltre le mura del tempio. Cristiani tra obbedienza e profezia, con padre Bartolomeo Sorge, Paoline, Diario di un addio. La morte del cardinale Carlo Maria Martini, Ancora Libri, Il Vangelo secondo gli italiani. Fede, potere, sesso. Quello che diciamo di credere e quello che invece crediamo, con Francesco Anfossi, San Paolo, Milano nell'anima. Viaggio nella Chiesa ambrosiana, Laterza, Benedetto XVI. Il papato interrotto, Mondadori.

 

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