Quella Pasqua senza corpo
di Gilberto Borghi | 01 aprile 2013
Una liturgia tutta parole finisce per nascondere l'effetto emotivo della Parola fatta carne, morta e risorta

"Ma se è risorto, perché non si vede?". Veronica ha 8 anni. E nel bel mezzo del Vangelo di Luca sulla resurrezione mi fulmina con questa domanda. Che finalmente mi fa percepire una strana irritazione che ho dentro fin dall'inizio della veglia.

Alle 21,30 sono iniziate le prove dei canti, con mezza chiesa vuota. Il prete insiste più volte sul senso e sul modo del canto: "È un canto di gioia, non potete cantarlo come se aveste il mal di pancia... No!! Un po' di gioia... metteteci dentro un po' di gioia". Ma l'assemblea, nonostante la buona volontà, mostra di non "ritrovarsi" con quei canti... "Eh, certo che chi non sa il gregoriano non sa cantare bene queste cose..." , chiosa il prete, ma lo stile e la scelta dei canti non sembra proprio adatta a quel tipo di assemblea, mentre a lui piace proprio.

Ma l'irritazione mi assale in pieno quando, alle 22 precise, inizia la veglia. Un commentatore introduce la liturgia con una spiegazione che è un trattato di teologia di circa dieci minuti. E nel tentativo di far comprendere i segni di quella liturgia ne spegne l'attrattiva emozionale per chi, vivendoli direttamente, si sarebbe potuto stupire e interrogare su quei segni, che invece così vengono vissuti come già scontati. E infatti, durante la processione della luce il prete richiama due volte ad alta voce: "Non accendete le candele con gli accendini, se no il senso si perde!!".

Poi all'inizio della liturgia della parola, ancora il commentatore che cerca di riassumere il senso delle nove letture. Senso che viene poi ripetuto esattamente uguale dal celebrante nella esortazione prevista dal rito prima della prima lettura. Siamo al paradosso: la spiegazione della spiegazione. Poi le sette letture. A metà delle quali Adriana, la mia fidanzata e madre di Veronica, mi dice nel suo splendido napoletano: "Ma il Vangelo che r'è? Nà litania passaguai?" Che dice tutta l'emozione noiosa e affaticata che aleggia nell'assemblea durante la lettura, per il modo molto "triste e controllato" che hanno i lettori. E nemmeno i canti dei salmi riescono a far "salire il tono", perché tutti salmodiati in rettotono. (Ma il cantico di esultanza dell'Esodo non viene nemmeno cantato!)

Però l'apice della stonatura emotiva arriva al gloria. "Ecco, fratelli - introduce il prete - ci siamo preparati per 40 giorni per esplodere in questo canto di gioia...". E attacca il gloria in latino sul quarto modo gregoriano, che nessuno canta, sia perché nel foglietto di ben 36 pagine stampate al computer non c'è, sia perché la melodia è davvero complessa. E pure le luci accese d'improvviso e le campane slegate a festa non riescono a dare il senso della gioia. Cosi, mentre il sacrista accende (con l'accendino!!) le candele dell'altare, Veronica se ne esce con la sua domanda innocente che svela la contraddizione.

Ho tenuto i tempi. Due ore esatte dall'inizio della veglia all'inizio della liturgia eucaristica. E 19 minuti dall'inizio della liturgia eucaristica all'uscita della Chiesa. Anche i tempi hanno un senso. Una liturgia tutta parole finisce per nascondere l'effetto emotivo della Parola fatta carne, morta e risorta. Celebriamo un fatto, storico e fisico: un corpo risorto. Eppure il nostro corpo resta quasi passivo e immobile per due ore e passa. Solo al Padre nostro, con quel gesto della mani aperte, l'assemblea sembra risvegliarsi fisicamente, che però sembra come strappato dall'assemblea al ferreo controllo del celebrante. E poi il segno della pace, in cui sale un movimento di incontro e sorriso.

Ma come? Proprio in una liturgia che sarebbe tutta piena di segni di movimento riusciamo a mettere in secondo piano ancora una volta il vissuto sensoriale ed emotivo. E a voler a tutti costi far passare un mistero che ci sovrasta infinitamente, attraverso la nostra limitata comprensione razionale e consapevole. Invece di essere chiamati a viverlo, "tirati" dentro al mistero dall'emozione e dalla sorpresa dei gesti e delle azioni, tipiche di questa notte!

All'uscita dalla Chiesa Adriana mi dice: "L'unico momento che mi ha commosso è stato il canto della comunione". E infatti, lì l'assemblea si è "sentita" e si è "accesa". Un canto evidentemente conosciuto e già "vissuto" altre volte, che ha permesso di esprimere il desiderio di ringraziamento e di abbandono a Dio in modo anche emotivo. Finalmente!

Mi ha fatto venire in mente una frase dell'introduzione di un bellissimo testo: M. C. Jacobelli - Il risus paschalis - Queriniana". Mostra come la strana abitudine dei preti tedeschi, dal 1500 al 1800, di far ridere i fedeli nella Messa di pasqua, anche in modo un po' volgare, in verità sia il segno di un bisogno di "tradurre" la gioia pasquale in qualcosa di percepibile anche dai sensi, quindi di qualcosa che si avvicina al piacere, anche del corpo. L'autrice, allieva del grande teologo domenicano Marie Dominique Chenu, nel presentargli il lavoro prima della pubblicazione riceve questa risposta di Chenu: «Non parlate mai di gioia, madame, parlate sempre di piacere, altrimenti lo interpreteranno in modo spiritualizzato e sarebbe il più grande tradimento di Gesù!».

07/04/2013 21:14 Yolanda Beatriz De Riso
Purtroppo sono convinta che Borghi non sia stato particolarmente sfortunato. E’ un problema molto diffuso che ha una serie di ragioni di fondo. L’ho sperimentato nel tentativo di fare un’animazione liturgica congrua per 17 anni , e senza accompagnamento musicale ,inutilmente. E questo nonostante nei gruppi di formazione tenuti a livello diocesano siano state date indicazioni in tal senso precise ma poi inattuabili e contrastate sul campo nelle parrocchie .
1- Non si fanno catechesi sistematiche a tappeto sul significato della Pasqua settimanale ,la messa domenicale, sui significati dei gesti, dei vari momenti, del clima necessario, dello spirito con cui partecipare , dell’importanza della preghiera con il canto sia partecipato che ascoltato, sull’importanza dei testi o dei ritmi e sulle loro variabilità. Così si finisce per fare nella messa la spiegazione della spiegazione perdendo di vista sia la forza della Parola che dell’Eucaristia. Non si fanno preparazioni adeguate delle celebrazioni , ne si usano strumenti adeguati per permettere una partecipazione reale dei laici. Una buona celebrazione non ha bisogno di spiegazioni ,parla da sola al cuore e alla mente di ciascuno. Così come una cattiva celebrazione. Sulla qualità del terreno nessuno può giudicare. Dio solo lo sa.
2- C’è invece un notevole pregiudizio da parte del clero sui laici per cui si reputano comunque ad un livello molto basso non dando loro alcuna fiducia . Ragion per cui si appiattisce tutto al livello più infimo ,salvo poi fare rare celebrazioni solenni a cura e discrezione dei parroci o di qualche organista compiacente. Non si investe ne tempo ne risorse nella crescita e consapevolezza delle comunità , in progettualità e condivisioni di idealità e finalità..
Essendo la messa l’unico momento in cui si incontrano sia i vicini che i lontani ed in cui si celebra ciò che si vive , la sua qualità è la cartina di tornasole delle comunità stesse.
3- Vi è un altro pregiudizio clericale: Avendo imparato qualcosa sul canto in seminario essi si reputano capaci e competenti per tutta la vita , con o senza qualità canore. Così spesso sanno 20 o 30 canti in tutto che propongono all’infinito, con la scusa che così le persone li sanno, mentre invece è tutto quello che loro sanno. L’idea di esercitarsi a livello canoro, di approfondire per rendere la liturgia più consona ai tempi, ai linguaggi e alle persone non li sfiora nemmeno. Loro sanno. Invece studio esercizio, aggiornamento cura degli strumenti canori e cartacei , e doti canore fanno la reale competenza. E se loro non ce l’hanno forse dovrebbero supportare e riconoscere ai laici questa funzione . Raramente è così. Ancora più raramente le scelte sono frutto di riflessioni condivise sia tecniche che teologiche tra clero e laici.



02/04/2013 18:22 Mery
La liturgia va sempre preparata con serietà e non sono ammissibili la sciatteria e l'improvvisazione.
Tutto parla in essa.
E anche ciò che non è accessibile sul piano razionale, deve comunque attraversarci a livello emozionale.
In questo, il canto e la musica hanno un potere straordinario.
Purtroppo le cose non sono così semplici.
Anche riuscendo a non cadere in certi errori, come la "spiegazione delle spiegazioni" o la lettura della Parola di Dio affidata a persone incompetenti, rimane il fatto che siamo diversi e spesso maledettamente complicati.
Ed è veramente difficile accontentare tutti e tenere insieme le diverse sensibilità.
"Quante sono le strade che portano a Dio"?, fu chiesto al cardinale Ratzinger.
"Tante quanti sono gli uomini", fu la risposta.
E gli uomini di oggi non sono quelli dei secoli o di decenni scorsi.
Pertanto non adagiamocii sugli allori, ammesso che ce ne siano, e non fossilizziamoci su nulla.
È importante che l'annuncio raggiunga chi lo cerca e lo attende, anche senza saperlo, e non confondere il cuore del messaggio con i mezzi, i linguaggi, la veste.
Se questi sono di ostacolo, vanno rivisti.



02/04/2013 15:12 Ireneo
Povero Gilberto, comprendo benissimo. La "distrazione" subita a causa di una celebrazione stonata rispetto al nostro modo di sentire è purtroppo comune, c'è chi ne è più immune (io faccio del mio meglio), chi meno (conosco gente che a volte esce di Messa più imbronciata di come vi è entrata).

"La spiegazione della spiegazione" è davvero un paradosso, e spesso - ho desunto questa regola - vi si assiste in celebrazioni festive in cui è previsto l'afflusso di persone che solitamente non vengono a Messa. Credo, per spaventare queste persone, così che non si palesino più :)
Ed è davvero sconsolante vedere come spesso la Liturgia Eucaristica sia ridotta ad un distratto e frettoloso ripetere di formule, malamente accompagnate ad una gestualità che invece dovrebbe essere fondamentale, quasi senza prestare attenzione a cosa stia succedendo (sarebbe, il culmine della Messa).
Fortunatamente questo non capita dappertutto.

E capisco anche la questione dei canti non adatti al tipo di assemblea. Personalmente amo il gregoriano (magari alternato ad una bella polifonia, specie in una festa gioiosa come la Pasqua), ma è ovvio che non abbia senso usarlo una o due volte l'anno, soprattutto se l'assemblea non vi è abituata.

E qui entrano in gioco due aspetti.
Il primo, il gregoriano (o l'ambrosiano) è il canto proprio della Messa, ed è più che sensato che venga ripreso. Ma non può essere imposto, tantomeno una tantum, dopo un secolo di astinenza; dev'essere proposto, regolarmente e gradatamente, in modo che sia innanzitutto capito, quindi apprezzato ed infine desiderato. Non è un lavoro di poche settimane o pochi mesi. E può serenamente essere affiancato da altri canti, come si è sempre fatto almeno negli ultimi nove secoli.

Il secondo, Lorenzo ha ragione a dire che due innamorati vedono rosa anche in una discarica, ma l'innamoramento è un sentimento e come tale soffre l'alternanza degli umori. Come Lorenzo stesso ammette, c'è spesso bisogno di un "aiutino". Ed io ho sempre trovato ideologiche quelle battaglie che pretendono che l'"aiutino" possa essere uno solo, di un solo tipo ("oggi c'è bisogno di questo e questo soltanto: ..."), incuranti del fatto che la società contemporanea è talmente frammentata ed individualistica che persone diverse hanno bisogno di prospettive, stimoli e "aiutini" diversi. Un parroco che impone il gregoriano a Pasqua sbaglia, perché impone la sua visione ed il suo bisogno. E così sbaglia il parroco che impone ed incoraggia solo le schitarrate ogni santa Domenica, che avvicinerebbero i giovani, mettendo i bastoni tra le ruote a chi il gregoriano vorrebbe proporlo (magari, altri giovani...).
Anche questo è "uscire tra la gente", ascoltarne i bisogni e, secondo le strade di volta in volta opportune (che non sono mai le stesse) educare al bello, al buono ed al giusto senza imporlo; ed è davvero difficile.



02/04/2013 11:08 Leonardo Scandellari
Ci sono migliaia di parrocchie in Italia. Avendone viste diverse, stavolta credo solo che il prof. Borghi sia stato sfortunato.


02/04/2013 09:39 Fabio Bernardini
Quoto Lorenzo in tutto. Non so... io mi sono commosso durante tutta la messa di Pasqua, si ok c'era il coro (bravi non c'è che dire), ma la celebrazione è stata normalissima, eppure ho avuto gli occhi lucidi per buona parte del tempo.
La commozione mi veniva da cosa vuol dire per me un Dio che si è fatto uomo, è morto e poi è risorto vincendo il mondo... e la morte. E' questa speranza, la speranza che dietro l'insensatezza di questa vita ci sia un senso, che malgrado la morte un giorno rivedremo i nostri cari e vivremo della vita beata.

Guardavo mio figlio e mi veniva da piangere.

Abbiamo poi pranzato con una coppia di amici, conviventi con due figli, lui non parla mai di religione, ma vorrebbe. Lei ne parla sempre più spesso, parla del parroco che è troppo freddo per sentirlo come pastore, parla di quando praticava ma non spiega perchè non pratica più. Soprattutto parla solo lei, ma non nasconde di apprezzarci, probabilmente perchè l'ascoltiamo in silenzio.

Ho spesso l'impressione che dietro a tante critiche a tanthe scuse si celi l'alibi per un allontanamento dalla pratica religiosa che ha però lasciato un vuoto incolmabile.
Chissà che Papa Francesco, col suo stile informale non riesca a scardinare questa coltre che per tanti è ormai sottile.
Un ultimo colpo, ed ecco l'abbraccio verso una consolazione indescrivibile.



01/04/2013 13:50 Lorenzo Cuffini

Tutto vero.
Non che il tuo stato d'animo aiutasse, però , Gilberto.
Resto dell'idea che molto spesso entriamo in chiesa con il taccuino metaforico in una mano, la penna rosso blu nell'altra, e la paletta per dare i voti in testa.
Parlo per me per primo.
Se il piacere e la gioia ce li abbiamo dentro, soverchiano e sovrastano tutto il resto.Abbiamo bisogno "di un aiutino" per commuoverci, ma se uno è commosso di suo, il problema perde di consistenza.
Due innamorati vedono rosa e violini anche in una discarica, diceva quello...
:)




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Gilberto Borghi

Sono nato a Faenza all'inizio degli anni 60, ho cercato di fare il prete, ma poi ho capito che non era affar mio. E dopo ho studiato troppo, forse per capirmi e ritrovarmi. Prima Teologia, poi Filosofia, poi Psicopedagogia e poi Pedagogia Clinica... (ognuno ha i suoi demoni!). Insegno Religione, faccio il Formatore per la cooperativa educativa Kaleidos e il Pedagogista Clinico.... Lavoro per fare stare meglio le persone, finché si può... In questo sito provo a raccontare cosa succede nelle mie classi e a offrire qualche riflessione. E da qui è nato il libro pubblicato nel 2013 dal titolo: "Un Dio inutile".

 

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