DIARIO DI UNA CATECHISTA
«La lavanda dei piedi? Facciamola in famiglia...»
di Assunta Steccanella | 27 marzo 2013
I ragazzi stavolta non ne vogliono sapere. E se proponessimo loro il rito come un gesto di servizio verso chi ci è più caro, sulle orme e con la forza di Gesù?

Incontro mensile del gruppo catechiste. Come sempre, iniziamo partecipando alla Lectio Divina, che ci offre l'indispensabile sostegno spirituale e ci permette di crescere nella comprensione della Scrittura. Al termine ci riuniamo nella nostra stanza, per scambiarci notizie, suggerimenti, o per programmare le varie attività legate al nostro ministero.

Graziella interviene per prima:

"Ragazze, ve lo devo proprio raccontare. Ieri era tutto pronto per la drammatizzazione dell'episodio della lavanda dei piedi: avevo preparato il tavolo in fondo per fare scena, con le stoviglie, bicchieri e posate, e le sedie in cerchio lì accanto. Oltre alla brocca e al catino, avevo recuperato alcune delle tuniche che abbiamo usato per la recita di Natale, così pensavo che sarebbe stato tutto più bello. La settimana scorsa avevamo già ripreso il brano, lo avevamo riletto e ne avevamo discusso... Insomma, per farla breve, quando sono arrivati i ragazzi abbiamo distribuito le parti, scelto chi doveva fare Gesù, poi abbiamo cominciato.

Ma quando si sono resi conto di doversi togliere le scarpe e farsi lavare i piedi per davvero, tre di loro si sono proprio rifiutati! - Mi vergogno - dicevano. E non basta: il nostro piccolo Gesù si è subito tirato indietro, un altro ha detto - Io li lavo a tutti ma non a lui - indicando un compagno con cui litiga a giorni alterni... Insomma, in cinque se ne sono rimasti seduti, a guardare noi che completavamo la drammatizzazione. Poi abbiamo cercato di parlarne, ma il tempo era finito, mi toccherà riprendere dopo Pasqua.

Quello che mi ha colpito è che lo scorso anno avevano accettato volentieri di partecipare al rito, in chiesa, nessuno aveva sollevato difficoltà (il parroco, da alcuni anni, lava i piedi ai bambini che poi riceveranno la Prima Comunione la domenica in Albis - n.d.a.): non ho ben capito cosa sia scattato in loro; secondo voi è perché sono più grandi?"

Anna Maria interviene: "Secondo me, il problema non è questo. Il fatto è che vedono il rito come una cosa, non so come dire, esterna, che non riguarda la loro vita; invece quando ciò che proponiamo tocca concretamente le loro attività quotidiane si sentono provocati, le cose in qualche modo si muovono... In fondo averlo capito è uno dei motivi per cui nella nostra catechesi cerchiamo di coinvolgere non solo la ragione ma anche la corporeità dei bambini".

"C'è da dire poi - aggiunge Antonella - che noi tendiamo a parlare di Gesù e di quello che Lui ha fatto per noi, è come se tutto quello che riguarda le celebrazioni liturgiche fosse legato solo al nostro rapporto individuale con Gesù. Io trovo più difficile far passare l'idea che questa relazione 'con il cielo' è efficace anche nella loro vita che si svolge 'a terra', perdonatemi se non mi spiego bene..."

Il problema di sempre: come fare? Come promuovere la percezione che rito e vita sono legati, che la dimensione 'verticale e spirituale' della lode a Dio e dell'attesa della Sua Grazia si incrocia e si incarna nella nostra quotidianità 'orizzontale', nel rapporto con le persone che ci sono accanto, nella 'carne' della nostra storia?

Discutiamo a lungo e poi ecco un'idea: "e se proponessimo alle loro famiglie una sorta di drammatizzazione privata? O meglio, una celebrazione familiare della lavanda dei piedi, un gesto simbolico di servizio verso chi ci è più caro, sulle orme e con la forza di Gesù?"

"Si potrebbe suggerire di farlo in una delle sere che precedono il Giovedì Santo, in modo che poi il rito solenne risuoni anche delle emozioni e dei significati riscoperti in famiglia..."

Un rapido scambio di opinioni, ognuna ci mette del suo e la proposta viene delineata: una celebrazione familiare che ponga al centro Gesù, fatta di poche coordinate semplici, che ricalcano alcuni elementi centrali nella Pasqua; un gesto da vivere rigorosamente all'interno del nucleo familiare, per libera scelta e in piena autonomia, quando e come si ritiene opportuno, senza nessuno che giudichi o valuti.

Prepariamo il foglio con lo schema, i brani evangelici di riferimento, le azioni da compiere; illustreremo l'attività nel prossimo incontro con i genitori che accompagnano i figli nel cammino verso la Messa di Prima Comunione.

Non sappiamo ancora come andrà, ma siamo serene, sappiamo che ci muoviamo in un solco antico e ben tracciato (Es 13,8-14).

 

 

27/03/2013 22:18 fab
Infondo anche Gesù fece un gesto esclusivamente "simbolico", anche se reale: i discepoli non avevano bisogno di pulirsi i piedi, men che meno in quel momento.

Il gesto di pulire i piedi era il gesto "per eccellenza" eseguito dai servi al proprio padrone quando rientrava la sera: le scarpe non erano comode come oggi ma tipo sandali, le strade sporche e impolverate: la prima cosa che il padrone (ricco) faceva rientrato a casa la sera era farsi togliere i sandali (slegando i lacci - espressione ripresa anche dal Battista) e farsi lavare i piedi dalla propria servitù: doveva essere un momento di "relax" oltre che di igiene domestica e del proprio corpo. Anche agli ospiti venivano lavati i piedi (in altro luogo Gesù rammenta a Simone il fariseo di non averli lavato i piedi).

E Gesù prende "spunto" da questo gesto che "per eccellenza" simboleggiava l'atto del servo, per mostrare il proprio essere servo.
Sicuramente fino ad allora era Gesù ad aver ricevuto quel gesto sempre da altri. E invece lavò i piedi a tutti, anche a Giuda.
E ci credo bene che San Pietro stesso ebbe qualche problema ad accettarlo: come poteva il Rabbì, il meastro, quello che avevano riconosciuto come autorità nella propria vita, essere servo fino a questo punto? Non doveva essere facile da accogliere. E infatti Gesù precisa che quel gesto potrà essere capito solo in seguito: era un gesto simbolico ma anche profetico, che avrebbe svelato tutta la sua carica e potenza dopo la Passione... anzi compreso pienamente solo con la Pentecoste: è lo Spirito che insegna ogni cosa.

Il potere simbolico del gesto rimane tutto anche nei nostri ragazzi protagonisti della vicenda: il "fare", anche se simbolico, ha a che fare molto con il profondo del nostro essere.



27/03/2013 19:54 alessandro
mi pare che proprio a partire dai gesti quotidiani possiamo chiederci quanto siamo in grado di lasciarci amare, quanto davvero accogliamo un amore di Dio che con grande delicatezza ci lava i piedi. Accettiamo un amore senza se e senza ma, cioè senza che il nostro cervello cominci a dire "prima devo fare questo per sentirmi a posto", oppure "ma guarda che bravo che sono in fondo in fondo"? senza abbassare i nostri scudi per lasciarci scuotere dall'amore, diventa anche poi difficile poter testimoniare quello stesso amore agli altri. Preghiamo vicendevolmente per abbassare gli scudi e intenerire il cuore di pietra


27/03/2013 13:28 Federico Benedetti
Anche le resistenze dei bambini aiutano a comprendere l'eccezionalità del gesto di Gesù. In fondo anche San Pietro ha fatto fatica ad accettarlo...


27/03/2013 10:20 matteo lariccia
Lo faccio da qualche anno con i miei figli: è bellissimo!!!!


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Assunta Steccanella

Sono nata in provincia di Vicenza nel 1960. Dico spesso che, dopo il diploma, ho frequentato due diverse università: prima, per diciotto anni, l'ateneo della famiglia; quindi, in parallelo, la Facoltà Teologica, dove ho completato il dottorato.

Ho insegnato religione in un liceo fino al 2010. Adesso, oltre alla ricerca, mi dedico alla formazione: sono impegnata in vari modi nella catechesi di adulti e bambini e nella preparazione dei catechisti e cerco di condividere parte di questo lavoro attraverso il mio blog (www.asteccanella.altervista.org). La famiglia però è e resta la mia prima vocazione: mio marito e i miei tre figli sono preziosi, tra mille altri motivi, anche perché mi fanno capire quando la speculazione mi fa staccare troppo i piedi da terra.

 

 

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