Francesco, Benedetto e il magistero del silenzio
di Fabio Colagrande | 15 marzo 2013
Il silenzio di Bergoglio davanti alla folla in piazza San Pietro parla della stessa meta indicata da Ratzinger con la sua rinuncia

Un amico mi ha fatto notare che le ultime parole di Benedetto XVI e le prime di Papa Francesco sono simili. Il primo si è congedato dalla folla, commossa, riunita sotto al balcone del palazzo di Castel Gandolfo, e insieme dalla storia della Chiesa, con un semplice "buonanotte". Il suo successore, dopo una pausa forse dovuta all'emozione, che ha tenuto sulla corda le 150 mila persone che lo aspettavano sotto la pioggia in piazza San Pietro, ha rotto il ghiaccio con uno spiazzante "buonasera".  "Buonanotte e buonasera". I pontefici del terzo millennio sembrano aver trascinato anche sui balconi dei sacri palazzi la quotidianità, il linguaggio più familiare. Ma non è l'unica linea di continuità tra questi due pontificati.  

Uno dei momenti indimenticabili degli otto anni magistero di Papa Ratzinger è stato l'intenso silenzio di un milione di giovani durante l'Adorazione Eucaristica alla Giornata mondiale della gioventù di Colonia, nell'estate del 2005. A pochi mesi dalla sua elezione, il Pontefice che aveva subito spiegato che il suo compito era far risplendere la luce di Cristo, non la propria, ci diede così la prima indimenticabile lezione di silenzio. Quella lunga pausa cancellava di colpo qualsiasi cicaleccio mondano, qualsiasi irrispettoso confronto tra di lui e il predecessore, Papa mediatico per eccellenza, e si riempiva, ci riempiva, di Cristo. 

Ma dopo otto anni di lavoro, come umile operaio nella vigna del Signore, Papa Benedetto XVI è tornato a indicarci il bisogno di silenzio che ha tutta la Chiesa - tutta l'umanità - con un'altra indimenticabile lezione. Con voce rotta, in un latino commosso, ha comunicato al mondo la sua rinuncia, per ritirarsi "nascosto al mondo", seppure nel "recinto di Pietro", e vivere taciturno e orante, da Papa emerito. Com'è noto, c'è chi ha visto dietro la sua scelta storica, non solo l'umiltà di chi rinuncia al potere non sentendosi più all'altezza di sostenere gli oneri del soglio di Pietro, ma anche un atto teologico che ridefinisce il papato in termini soprattutto di servizio. Ma forse anche un suggerimento particolare a un mondo, anche ecclesiale, ossessionato da una comunicazione sempre più frenetica, ridondante, e vuota di senso. E al nostro mondo della comunicazione incappato nella clamorosa figuraccia di un toto-papa sfortunato e sprovveduto. Stiamo zitti, liberiamoci dai fardelli delle parole inutili, come da quelli del potere, e cerchiamo, ritroviamo, il contatto con Dio. Solo così potremo ritrovare anche l'uomo.  

E allora, quando Papa Francesco si affaccia da San Pietro in quell'umida, imprevista, sera di marzo e costringe migliaia di persone, credenti o meno, a pregare insieme per Benedetto XVI, non sta, per me, compiendo uno scontato gesto di omaggio al suo predecessore. Ma, con il sorriso, sta respingendo ogni tentativo di nascondere in fretta la sua rivoluzionaria rinuncia per sottolinearla, invece, sempre di più. Con l'umiltà del poverello di Assisi chiede poi al popolo di Roma, popolo di Dio, di benedirlo e china il capo per trentacinque interminabili secondi di silenzio. Un'assenza di suono struggente, incredibilmente pregna di Dio, che a qualcuno ha ricordato il silenzio commosso della folla in piazza San Pietro il 2 aprile 2005, alla notizia della morte di Giovanni Paolo II. Attimi di eterno in cui un altro Papa, nel silenzio del suo ritorno alla casa del Padre ci aveva messo in comunicazione con Dio. E mentre diamo il benvenuto a Papa Francesco, e lo ringraziamo per quel silenzio che ci ha avvicinati a Cristo più di mille omelie, non possiamo dimenticare chi prima di lui ha avviato questo magistero della non-parola di cui, specialmente oggi, sentiamo straordinariamente il bisogno.

 

19/03/2013 09:45 Fabio
Cara Maria, le consiglio di rileggersi l'ultimo messaggio di papa Benedetto XVI per la giornata delle comunicazioni sociali. Capirà che quello che la Chiesa può insegnare oggi al mondo è proprio la capacità di stare in silenzio per entrare in contatto con Dio. Quanto alla non-benedizione silenziosa lei stessa si sarà accorta che Papa Francesco l'ha data lo stesso la benedezione a noi credenti, ma allo stesso tempo ha conquistato i cuori anche di tanti non-credenti. La Chiesa guarda prima alle pecorelle smarrite, mi pare. Un abbraccio, Fabio


17/03/2013 14:58 maria
Molto commovente e politicamente corretto!!!! propongo che per il futuro il Papa scriva una non-enciclica, fatta solo di spazi bianchi, per evidenziare la non-dottrina, e che domenica si limiti a un non.angelus silenzioso, oltre che impartire una non-benedizione silenziosa per rispetto ai non-credenti.
un non-papa che per scelta non-parla per il nuovo mondo post-moderno è il massimo!



16/03/2013 16:40 Andrea Scorzoni
mi sono commosso
Grazie Fabio!!!



16/03/2013 10:49 Elisabetta Bianchi
Ricercando "Bergoglio" nel sito della rivista 30Giorni (www.30giorni.it) è possibile leggere le molte interviste rilasciate negli anni a questa rivista da Papa Francesco.


16/03/2013 10:13 Fra
Bellissimo articolo! Il "magistero della non-parola" .... !!! Grazie


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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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