PRESO IN RETE
Non abbiate paura. Del chiacchiericcio
di Guido Mocellin | 03 marzo 2013
La bella analisi di Franco Garelli sul «Mattino» sul tema dell'irruzione dell'opinione pubblica nell'elezione del Papa

Solo l'elezione del nuovo papa potrà, forse, ottenere più titoli dei 653 ottenuti due settimana fa dalla notizia della rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino. Ma non è detto. In fondo, l'elezione di un papa è evento relativamente frequente: negli ultimi centodieci anni, è già accaduto nove volte. La rinuncia, invece, come tutti sapevano anche prima dell'11 febbraio 2013, era stata sinora evento rarissimo: ritmata dai secoli, non dagli anni.

Così, neppure la settimana - appena conclusa - in cui la rinuncia è divenuta effettiva ha potuto competere con «quella» settimana (anche perché molta della foliazione era occupata, sui quotidiani italiani, dai risultati elettorali). Ma si è difesa molto bene: ben 500 «titoli con Dio» (ma stavolta dovrei chiamarli «titoli col papa»), tra sabato 23 febbraio e venerdì 1 marzo, più i 60 del solo Avvenire (dieci al giorno!).

Molto bene, obiettivamente, anche la qualità: dopo l'iniziale ricerca di un modello di racconto, per fortuna è stata la realtà - segnatamente, l'attività di Benedetto e della Santa Sede - a offrire copioso materiale alla costruzione delle storie che abbiamo letto. Fino all'unanime ed emozionato consenso con cui l'opinione pubblica ha accolto la diretta televisiva del congedo del 28 marzo, con quel volo papale su Roma di straordinario impatto cinematografico.

Da un lato, il succedersi perfettamente cadenzato delle «ultime volte» di Benedetto XVI (la conclusione degli esercizi spirituali, l'Angelus domenicale, l'udienza generale del mercoledì, il saluto del giovedì ai cardinali, l'affaccio dal palazzo di Castelgandolfo), tutte segnate da papa Ratzinger con espressioni memorabili (con Sequeri su Avvenire dell'1 marzo, do dieci e lode alla metafora-mandato «siate come un'orchestra» rivolta al Collegio cardinalizio).

Dall'altro, il succedersi non meno cadenzato di decisioni o semplici notizie riferite e indagate a seconda della luce o dell'ombra che erano in grado di proiettare sull'ormai imminente conclave: dalla legittimità della partecipazione di prelati dal comportamento opaco rispetto alle violenze di ecclesiastici sui minori, alle possibilità che la commissione cardinalizia che ha indagato sulla curia romana dopo vatileaks ne riferisca al Collegio, prima che al nuovo pontefice - per rimanere alle due principali declinazioni assunte dalla celebre «sporcizia» denunciata dal card. Ratzinger nel 2005.

In mezzo, o meglio sul fronte più interno del dibattito ecclesiale, spazio anche alla «interpretazione» della rinuncia di Benedetto XVI: sulla quale, lo ribadisco, è già ben delineato un conflitto ermeneutico che, del tutto coerentemente, riproduce quello più generale sul concilio Vaticano II che con tanta determinazione lo stesso papa Ratzinger ha tentato di disciplinare.

Per fare così tanto e così bene, i media si sono dovuti attrezzare, in parte smentendo alcune scelte recenti: sempre limitandomi ai quotidiani italiani, e ai principali, segnalo che in qualche modo La Stampa e Vatican Insider fanno scuola.

Il Corriere della sera infatti ha aperto il 27 febbraio, ovviamente sulla edizione online, un «blog multiautore», Vatican 2013, dove, in inglese, accosta ad alcuni dei pezzi dei suoi italiani (Melloni, Vecchi, più la De Leo, che mi pare però nuova della materia; ma non, per ora, Accattoli, che invece è stato stabilmente, e secondo me felicemente, «richiamato in servizio» sull'edizione cartacea) tre grossi calibri stranieri: l'americano Allen, il tedesco Badde e il francese Guénois.

Come il Milan con Balotelli, La Repubblica ha preferito invece una semplice campagna acquisti: dal 20 febbraio, proveniente dal Foglio, firma «per Repubblica» Paolo Rodari (e quel «per», e non «di», esibito sul blog nuovo nel titolo, Altro che Vaticano, non ci lascia capire se si tratti di un prestito, di una comproprietà con diritto di riscatto o di un acquisto definitivo: comunque in bocca al lupo...). E frattanto aveva schierato una firma estranea al religionismo ma importante come quella della De Gregorio sul fronte «intrighi e veleni».

Ma, evidentemente, «il troppo stroppia», o forse «storpia»: pare questa la prospettiva che ha orientato la Segreteria di stato nel diffondere, il 23, un comunicato breve e piuttosto fermo nell'evocare il rischio che, se in passato erano le grandi potenze a voler condizionare l'elezione del capo della Chiesa cattolica, così oggi si tenti «di mettere in gioco il peso dell'opinione pubblica, spesso sulla base di valutazioni che non colgono l'aspetto tipicamente spirituale del momento che la Chiesa sta vivendo», attraverso la «deplorevole» diffusione «di notizie spesso non verificate, o non verificabili, o addirittura false».

Detto che lo stesso direttore della Sala stampa della Santa Sede, p. Lombardi, ha affiancato il comunicato con un editoriale, accorato e molto ben articolato, sulla Radio Vaticana, ho preso in rete una reazione che condivido, e che dunque, siccome il tema «Chiesa e opinione pubblica» mi sta notoriamente a cuore, invito a leggere.

Si tratta di quella del sociologo Franco Garelli, che sul Mattino del 25 riconosce che l'irruzione dell'opinione pubblica «nelle vicende più delicate e riservate della Chiesa cattolica», come l'elezione del papa, è «un fenomeno mai registrato nelle forme attuali, in grado di spiazzare tutti». Ma non se ne duole, anzi: «nell'attuale momento storico» di «secolarizzazione delle coscienze», vede che in questa attesa che «si mantiene alta (...) per le vicende di quel centro della cattolicità che sembra far parte di un comune destino» c'è del buono.

È la stessa opinione pubblica che, «pur sovente poco sintonizzata con i canoni e le regole ecclesiastiche», al di là di ogni fraintendimento ha colto, dalla malattia e morte di Giovanni Paolo ieri e dalla rinuncia di Benedetto oggi, «il messaggio che la forza della Chiesa emerge nella sua debolezza, nella vicinanza alla gente comune...».

E conclude: «Ecco il messaggio al Conclave. La Chiesa deve temere più l'indifferenza che l'indignazione; più l'oblio che l'attenzione non del tutto corretta e appropriata». Vuol dire che anche oggi «c'è attesa da parte di molta gente nei confronti della Chiesa. Magari un'attesa esagerata, tipica di quanti non fanno sconti a chi dirige i Sacri Palazzi, mentre sono molto indulgenti verso sé stessi; che si indignano assai di più per il non rigore altrui che per il proprio».

Ma è molto meglio così: il volere una Chiesa pulita e trasparente, «che al suo interno non rifletta le beghe del mondo profano, è una grande attestazione di consenso per questa millenaria istituzione. Il chiacchiericcio, dunque, non deve spaventare. Lo Spirito Santo non avrà certo un ruolo di secondo piano in tutta la vicenda. Ma può anche manifestarsi nelle attese più pure che provengono da un'opinione pubblica che è alla ricerca di punti di riferimento fondanti».

Sottoscrivo, parola per parola.

 

09/03/2013 11:13 Fabio Bernardini
Grazie Lorenzo, ultimamente mi trovo molto in sintonia con quello che scrivi.


07/03/2013 18:10 Massimo Menzaghi
@Lorenzo: secondo me, pur essendoci un confine sottile, stiamo parlando di due cose diverse e viene fuori la stessa obiezione che è risuonata infinite volte, ma non c'entra nulla...
Mi sono già scaldato una volta su questa cosa per cui volo basso, ma permettetemi di far notare che una cosa è pretendere una Chiesa (gerarchica) immacolata e/o pensare che la forza della Chiesa sia nelle capacità degli uomini, ben altra è che su questa falsa visione si inneschi un meccanismo che nella migliore delle ipotesi è di protezione verso il mondo (che non potrebbe capire), nella peggiore un mix di negazione ed omertà che non è possibile tollerare!

Ad oggi, ai miei occhi, siamo in piena deriva e non si può fingere di non vedere: il chiacchiericcio (vi ricordate chi sdoganò il termine e in che contesto?) e la derubricazione di questioni scottanti per me non sono più tollerabili. Questo significa volere una Chiesa pura? No, ma una Chiesa migliore, di fronte a errori evidenti e manifesti? Si ripresenteranno situazioni anche peggiori? Nessuna paura, ma andranno affrontate o no? La nostra meta è un'altra, ma non mi pare stia scritto da nessuna parte che dobbiamo disinteressarci di questo pellegrinaggio terreno, o sbaglio?
Altra cosa che, perdonatemi, non sopporto, è il paragone tra i limiti di chi ha responsabilità immense con i nostri stessi limiti: ma stiamo scherzando? E' lapalissiano che siano uomini come noi, ma nel momento in cui sono chiamati a ricoprire certi ruoli le loro responsabilità si decuplicano: se si rivelano non all'altezza, con tutta la comprensione e la misericordia per l'uomo, devono assolutamente lasciare quel ruolo e mettersi a fare altro, quantomeno in una logica di riduzione del danno...
Argomenti troppo "mondani" per essere applicati alla Chiesa? MI pare che quel che trapela in questi giorni dimostri che ci sono fior di cardinali che pensano esattamente il contrario: staremo a vedere...
PS io comunque non sono assolutamente spaventato, anzi...



07/03/2013 17:04 Lorenzo Cuffini
Non solo del chiacchiericcio ( che non fa mai male, c'è sempre stato- con buona pace di Garelli- e serve a un emerito tubo), non abbiate paura.
Non abbiate paura in generale.
Si sente , e si legge, in giro, tanta di quella preoccupazione, tante di quelle tinte fosche, tante di quelle previsioni apocalittiche su presunti baratri in cui la Chiesa starebbe per sprofondare, da far impallidire l'immagine famosa usata da Giovanni 23 , quella dei " profeti di sventura".
La Chiesa non sprofonderà proprio da nessuna parte.
In 2000 anni, ma anche solo un centinaio basterebbero a ricordarcelo, si è visto ben di peggio, e chissà che si vedrà in futuro.I problemi non mancano, sono anche gravi, saranno anche " epocali"(?!), ma restano le parole di Cristo sul " non prevalebunt".
Che è tutto sto pusillaminare?
Quanto al volere la Chiesa pulita e trasparente, che al suo interno non rifletta le beghe del mondo profano, è un desiderio ovvio.Condiviso. Legittimo.
Ma del tutto campato per aria.
La chiesa siamo noi.Scusate un attimo: voi osereste definirvi puliti, trasparenti, refratttari alle beghe del mondo profano? Io proprio no. Farei ridere tutti i polli dell'universo.
Mai visto le nostre parrocchie, i nostri gruppi, le nostre associazioni, con le loro dinamiche intestine che ben conosciamo? E, senza andar tanto in là: mai letto le colonne dei commenti di questo blog, per esempio,( e di tutti, tutti gli altri blog cattolici) dove ci si randella puntigliosamente in testa, e dove lo sport piu' praticato è il muro contro muro e la delegittimazione dell' avversario?
Mai visto ME?!
I cardinali dovrebbero essere cherubini aureolati o saggi guru? E dove mai sta scritto? Se gli Apostoli, che avevano Gesù a un tiro di schioppo, trovavano il tempo di litigare su chi fosse il piu' grande fra di loro, e hanno dato bella mostra di ogni grado di superficialità e tradimenti, di che ci stracciamo le vesti, noi, oggi?.
Proprio niente di cui essere fieri, d'accordo. Niente davanti a cui rassegnarsi, ok. Ma il realismo è indispensabile e connaturato al cristianesimo.
Anche tutta questa roba è, certamente, debolezza della Chiesa. E anche per questa debolezza vale la verita: che la sua forza emerge proprio dalla sua debolezza. Ed è la nostra stessa, identica debolezza.Anche se noi, che con la nostra piu' o meno conviviamo, vorremmo una Chiesa idealizzata e purissima a cui poterci appoggiare.Ma la Chiesa, come tutto il cristianesimo, è incarnata: e quindi non puo' che essere così.
Semper reformanda, no?
Comunque inaffondabile: per rivelazione.



07/03/2013 13:13 Massimo Menzaghi
"il volere una Chiesa pulita e trasparente, «che al suo interno non rifletta le beghe del mondo profano, è una grande attestazione di consenso per questa millenaria istituzione."

sottoscrivo anch'io... e provo a sostenerlo da tempo: anche questo (forse, oggi, soprattutto questo...) è un atto di amore per la Chiesa!



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Guido Mocellin

Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È direttore della rivista  I Martedì ed è stato per più di vent'anni caporedattore del periodico di attualità e documenti Il Regno, con il quale continua a collaborare. Dal 2015 è tornato a occuparsi dei volumi delle Edizioni Dehoniane Bologna (EDB), mentre tiene sul quotidiano Avvenire la rubrica trisettimanale WikiChies. Insegna Giornalismo religioso al Master "Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale" dell'Università Cattolica di Milano e altrove, quando glielo chiedono; partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all'interno dell'Unione cattolica stampa italiana (UCSI). Nel 2010 ha pubblicato, ovviamente presso le EDB, la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo

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