Quella rinuncia che ci dà una scossa
di Fabio Colagrande | 26 febbraio 2013
Io - ci dice Benedetto XVI con il suo gesto - credo che la Chiesa non sia di noi uomini, ma di Cristo. E tu?

Quando Benedetto XVI, in un uno degli ultimi discorsi del suo pontificato, ha invitato a distinguere il Concilio 'reale' da quello 'virtuale', raccontato dai media, non sono stato l'unico a pensare che il Papa stesse suggerendoci, forse involontariamente, una riflessione ancora più attuale. Ci consigliava di non leggere la sua recente rinuncia attraverso le lenti deformate della stampa, ma con gli occhi della fede.

Dietro l'immagine, di Dan Brownesca memoria, di una Curia covo di vipere, assediata dai corvi, lacerata dallo scandalo della pedofilia e dalle difficoltà dello Ior, affiorava così un significato meno contingente, più profondo e profetico del suo gesto.

Il primo pensiero che mi è balenato nella testa quando ho appreso della storica scelta del Papa è stato che molti lo avrebbero rivalutato. Il secondo che Benedetto XVI aveva intuito che alla Chiesa serviva una scossa, un atto inedito e coraggioso che costringesse i credenti a rimettersi in discussione. Intanto con la memoria ero già tornato alle parole di Ratzinger nel libro intervista 'Luce del mondo' in cui Peter Seewald offre un ritratto per molti versi inaspettato del 'Pastore tedesco'. Un Pontefice che vede calare sulla sua testa la 'ghigliottina' al momento dell'elezione al soglio di Pietro e che, appunto, non scarta la possibilità di una futura rinuncia. Come tanti ho pensato: in effetti l'aveva detto. Ma in fondo, con il senno di poi, non è difficile rileggere a ritroso altri gesti e segni di un pontificato che, al di là degli stereotipi, è stato interpretato sempre da Joseph Ratzinger con decisa umiltà. "Nell'intraprendere il suo ministero il nuovo Papa - aveva detto ai cardinale elettori nella cappella Sistina - sa che suo compito è di far risplendere davanti agli uomini e alle donne di oggi non la propria luce, ma quella di Cristo". E Benedetto XVI, da quel giorno, è sempre fuggito dal palcoscenico. Durante il primo incontro con i giornalisti in Aula Paolo VI, al primo tentativo di coro "Be-ne-de-tto, Be-ne-de-to!", reagì bruscamente, dopo pochi secondi, invitandoci a recitare il Padre Nostro. Così come pochi giorni fa in Basilica ha fermato il lungo applauso che voleva rendergli omaggio al termine della celebrazione delle ceneri. Arcinota era la sua puntualità negli incontri pubblici e anche, fino a che l'età gliel'ha permesso, la rapidità della sua camminata. Come se la terra gli scottasse sotto i piedi.

Un Pontefice che tanto amava il suo predecessore tanto era consapevole di esserne diverso umanamente. Di aver ricevuto in dote altri carismi. Semplicità, capacità di tacere e ascoltare, guardandoti negli occhi, ma anche un'intelligenza prodigiosa e una creatività intellettuale, e spirituale, capace di scarti improvvisi e imprevedibili. Chi ha frequentato spesso le sue pagine, le sue omelie, i suoi messaggi e discorsi, conosce l'andamento solo apparentemente lineare del suo pensiero, in realtà in grado di aprire improvvisamente, come provocato da fulminee ispirazioni, squarci teologici e pastorali inaspettati. Profetici, appunto.

A chi lo ha incontrato negli ormai ultimissimi giorni del suo pontificato Benedetto XVI appare sereno, quasi divertito dalla commozione e dall'amore che lo circonda. Sicuramente - come lui stesso ha affermato - sono stati giorni difficili quelli della scelta. Ma ora lo conforta la certezza di essersi affidato a Dio, di aver assecondato il soffio dello Spirito, indicando alla Chiesa che ci sono sfide troppo grandi per rimandare l'impresa e che serve uno scarto in avanti deciso, improcrastinabile. Il Papa sapeva che le sue dimissioni, previste da quasi un secolo dai codici ma mai divenute prassi reale, avrebbero sconcertato numerosi fedeli, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, laici. Ma non voleva solo mostrarsi come 'servo inutile' e dunque sottolineare implicitamente l'errore di chi resta abbarbicato al potere, magari deturpando il volto della Chiesa. Voleva probabilmente, all'inizio di una Quaresima, che non è solo quella del 2013 ma quella della Chiesa, spingerci alla conversione quotidiana, a una rimessa in gioco della nostra vita di cristiani.

Io - ci dice Papa Benedetto - non ho il vigore per guidare ancora la Barca di Pietro, ma ho il coraggio di dirlo, a costo di essere accusato stupidamente, com'è accaduto, di vigliaccheria, sprovvedutezza. Io - ci dice ancora - credo che la Chiesa non sia di noi uomini, ma di Cristo. E tu?

14/03/2013 22:01 andrea monda
bellissima riflessione, che sottolinea la "grave" serenità di Benedetto XVI negli ultimissimi tempi, così come la sua intelligenza umile, sempre viva e vigile, davvero un bel ritratto di un piccolo gigante che ha riformato sul serio la Chiesa, dandole una scossa benefica, come già dimostra l'esito del Conclave.


01/03/2013 16:19 maria
Tutti sono convinti che la Chiesa è di Cristo, il prblema è che non tutti credono nello stesso Cristo. per molti sedicenti cattolici il "cristo" non è quello obbiettivo dei Vangeli, ma una proiezione del proprio IO e dei propri gusti e desideri. per qualcunio Cristo è un hippy ant-litteram, per altri è un comunista , per altri un guru di tipo orintale, per altri un filantropo o un agitotore politico... La Chiesa è di Cristo, sì su questo siamo d'accordo tutti, ma su chi è Cristo non siamo affatto d'accordo: del resto come non erano d'accordo i suoi contemporanei . L'unico che azzeccò la definizione giusta fu pietro: tu sei il figlio di DIo. e per questo Cristo ne fece il capo della Sua Chiesa.
oggiPietro da' le dimissioni: la Chiesa è di Cristo sì. ma ognuno sembra libero di credere nel Cristo che più gli piace....



28/02/2013 19:23 Massimo Menzaghi
@Hadassah
è fin troppo evidente che sulla verità di fondo siamo d'accordo, ma mi permetto di rimarcare ancora una volta che il punto non è quello...
Io, molto pacatamente, metterei l'accento sulle differenze che comportano ruoli e azioni pubbliche: tra il "mendicare il suo perdono" e la facciata visibile (che è l'unico aspetto che ci è dato conoscere di chi occupa ruoli pubblici) o il nesso viene pubblicizzato o l'aspetto pubblico deve rispecchiarlo nei gesti; l'alternativa è la controtestimonianza!
Insomma, un conto è dire che "nessuno è definito dal suo errore", altro è pretendere che la conseguenza sia la deresponsabilizzazione...



28/02/2013 15:30 Hadassah
@ Massimo.
Pubblicani e prostitute vi precederanno...ecc.
Niente è giustificabile, da noi, tutto può ottenere perdono solo che lo si riconosca. Persino le insipienze cardinalizie.
Questo è il cristianesimo: nessuno mai è definito dal suo errore, neppure quando sia il nostro cuore a condannarci. Dio è più grande. Se non fosse così non mi interesserebbe affatto. Perché so di essere capace di qualsiasi deriva...
Ripeto: non si tratta di autogiustificazione si tratta di mendicare il Suo perdono. Allora anche il peccato non riesce più a costruire un progetto di vita alternativo alla dinamica "colpa riconosciuta- misericordia", cioè alla dinamica cristiana. Quanto a camminare coi piedi per terra...d'accordo ma è il Cielo a dare consistenza alla terra. E la Speranza teologale che ci attira alla meta e, neppure la via è nostra.
Con dio o senza Dio cambia tutto, innanzitutto il nostro sguardo alle miserie della terra. Le nostre.



28/02/2013 10:14 Francesca Vittoria
La Chiesa è di Cristo perc hè Lui l’ha fondata nominando Pietro “ti chiamerai Pietro e su questa pietra fonderò la mia chiesa” Ma da Pietro in poi tanti altri uomini santi e non , si sono succeduti e questo “potere” voluto dall’alto in mani umane non sempre è rimasto “alto” ma proprio perché è stato ed è ancora Chiesa che vive da 2000 anni, cosa che nessun altro può vantare, proprio per questo sembra che a decidere della Chiesa sia ancora il suo capo, Cristo. Il Santo Padre che oggi in piena libertà cede il timone ad un altro successore, auspica con il gesto di rinuncia a questo “potere” che serva la consegna a mani più salde di questa Chiesa dove la cupidigia e la fame di potere tenta di scardinarla dalla santità, Agli occhi di moltissimi, questo gesto del Santo Padre appare grandioso proprio perché rinunciare a un potere non è cosa da uomini i quali anzi sono voraci di salire in alto di sedersi sulla potrona di un qualsiasi POTERE in politica come anche in altre aree dove ipocritamente si cerca di ammantarsi di obiettivi alti ideali che fanno breccia sui sentimenti di tanti, con sacrosante parole ma che poi nel tempo è la verità che si fa strada. Oggi proprio al popolo, e alle genti la decisione di scendere da una cattedra che è anche segno di potere, è stato dimostrano un coraggio diverso, non visto mai , quel coraggio che deve essere per qualche cosa davvero di importante se un uomo intelligente, che può ancora fare strada , cui tante porte si aprono in riverente rispetto e considerazione, anche se non viaggiare continuamente – cosa di cui si può anche fare a meno visto le facilitazioni di comunicazione che sono diventate strumenti in uso comune e con i quali il comunicare la Parola e vedere la Persona brucia i tempi, non conosce confini – , entra nelle case in ogni dove, questo coraggio di rinuncia a un potere … ha aperto gli occhi dei “gentili” oltre che far e ha fatto piangere i fedeli. Si perché questo Pietro – amico del precedente Pietro non gli è stato da meno in fatto di coraggio, si è fatto amare proprio per il fatto di testimoniare Cristo , l’Uomo Dio, il Figlio di Dio, che si è sacrificato per amore del gregge che il Padre gli ha affidato, e questo Cristo è vivente e appare tale proprio attraverso la fede di un Papa che lo testimonia come Personaggio .non esistente 2000 anni fa ma vivente oggi, nella Parola fedelmente testimoniata, vera perché concretamente si vede, fedelmente professata, nella sua interezza. Sua Santità Benedetto XVI° è da domani Sua Santità Emerita e ancora può dare molto in aggiunta a quello già dato, e si conceda la similitudine, appare come uno di quei Magi che oggi ha deposto la sua offerta al Cristo un gesto di amore perché la sua Chiesa lo imiti dicendo al mondo che Dio esiste.
Francesca Vittoria



26/02/2013 12:23 Massimo Menzaghi
"... credo che la Chiesa non sia di noi uomini, ma di Cristo."

"sottolineare implicitamente l'errore di chi resta abbarbicato al potere, magari deturpando il volto della Chiesa."

Bella riflessione che condivido; l'unico appunto che mi sento di fare è che la conclusione, per quanto sacrosanta, non sta in piedi da sola senza l'altra frase che ho citato: troppi cattolici usano quella conclusione (forse non nelle intenzioni ma nei fatti certamente) come un immenso paravento a giustificazione di tutto, con derive omertose e un mix di supponenza e arroganza...

Certamente siamo sempre invitati a rivolgere lo sguardo in alto, ma nulla può arrivare a giustificare certe posizioni...

Ecco, io speravo in questi giorni che la sottolineatura potesse esplicitarsi in qualche gesto concreto relativamente al conclave (partecipazioni "inopportune", messa a conoscenza dei cardinali del quadro reale della situazione...), anche per rispetto di tutti noi che tendiamo alla meta ma camminiamo con i piedi per terra...



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Fabio Colagrande

Fabio Colagrande, nato a Roma a metà dei favolosi anni Sessanta, lavora da vent'anni alla Radio Vaticana come giornalista e conduttore di programmi in diretta. Collabora con L'Osservatore Romano e altre testate cattoliche. Per alcuni anni, ai microfoni di Radio Due, si è occupato di cultura e intrattenimento.

Autore, regista e attore di teatro, per diletto, nel 1995 ha fondato una compagnia tuttora sulla breccia. Felicemente sposato, ha due figli, che spera mettano su un gruppo rock e lo facciano cantare, ogni tanto. Cura un blog personale intitolato L'anticamera del cervello.

 

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