I giornali e le dimissioni del Papa: un bilancio
di Guido Mocellin | 17 febbraio 2013
I modelli che non c'erano, la legna bruciata in fretta e il premio «Il titolo con Dio lo faccio io»

La settimana irripetibile dell'informazione religiosa porta il numero 653: tanti infatti sono i titoli e i pezzi che, attraverso la Rassegna stampa della CEI, ho contato sui quotidiani italiani a proposito della rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino, comunicata lunedì 11 febbraio.

La metà circa, li abbiamo letti il martedì stesso: 305, più i 32 di Avvenire. Altri 350 nei giorni tra mercoledì e venerdì, più 44 di Avvenire. Il quale Avvenire si è così guadagnato la palma di quotidiano con il maggior numero di pezzi sulla vicenda, 76, seguito da La Stampa, con 72 titoli, e da La Repubblica con 60. Se restiamo invece alla giornata di martedì, è stata proprio la Stampa il quotidiano più forte, con 34 titoli: frutto, indubbiamente, dell'avere in Vatican Insider una robusta redazione di giornalisti religionisti.

Va ricordato anche che, sempre nella giornata di martedì, il terzo quotidiano che ha dato più spazio alla vicenda è stato Il Fatto, con 29 titoli (solo 3 in meno di Avvenire), mentre per il resto della settimana i 23 titoli del Foglio pesano certamente più dei trenta e passa di Stampa e Repubblica, considerando la differenza di foliazione.

Tutti questi interventi mi sono sembrati composti su uno schema abbastanza obbligato e perciò uniforme, sia nelle parole dei titoli sia nell'articolazione dei contenuti: sorpresa e sconcerto (più qualche legittimo «io l'avevo detto»), ricerca dei precedenti, analisi delle cause, previsioni a breve (cosa accadrà nei prossimi giorni), a medio (chi diventerà papa) e a lungo (che ne sarà della Chiesa) termine.

A parte la cronica mancanza di originalità dei quotidiani italiani, questa scelta ha risentito anche della doppia mancanza di modello: non solo nella Chiesa di Roma non esiste(va) un modello istituzionale entro il quale collocare e «celebrare» questo tipo di decisione pontificia (pur essendo canonicamente prevista), ma a maggior ragione i media non disponevano di un modello di racconto al quale ispirarsi: nemmeno nell'area delle istituzioni non religiose, essendo lontani di molti decenni sia l'ultimo re sia l'ultima abdicazione.

Così, sulle prime, specie nell'infotainment televisiva, le «dimissioni» di Benedetto XVI sono state raccontate come se il papa fosse morto. Solo nei giorni successivi ha preso corpo un racconto più pertinente, guidato prevalentemente dalle infinite domande che la mancanza dell'altro modello, quello istituzionale, ha suscitato nell'opinione pubblica.

E dietro queste domande, è andato prendendo corpo un «conflitto dell'interpretazione» che ritengo paragonabile, per molti aspetti, a quello notoriamente descritto dallo stesso Benedetto XVI a proposito del Concilio Vaticano II. Alcuni osservatori tendono infatti a collocare il gesto di Benedetto XVI nel segno «della discontinuità e della rottura» (che ha causato «confusione», aggiungeva nel 2005 il papa); altri nel segno «della riforma», del rinnovamento nella continuità «dell'unico soggetto Chiesa» (che «silenziosamente, ma sempre più visibilmente, ha portato frutti», aggiungeva sempre il papa a quell'epoca). E non escluderei che, da come si assesterà (almeno provvisoriamente) questo dibattito, dipenderanno gli equilibri su cui si giocherà il prossimo conclave.

Sta di fatto che in soli quattro giorni (mi pare infatti che già dal quinto giorno l'attenzione abbia cominciato a rallentare, e la notizia a «scalare» nell'impaginazione, certo anche per la preoccupazione di ridare spazio alle imminenti elezioni politiche e visibilità ai candidati delle coalizioni in lizza) ci siamo «bruciati», dal punto di vista del «vaticanismo», tutto quello che avevamo messo da parte: dalla poca legna buona, quella che garantisce un fuoco lungo e caldo, ai tanti bacchetti e fogli di cartone che fanno una gran fiamma subito e poi basta. Per non dire di quanta diavolina (che anche nel nome rivela la sua inimicizia con i nostri contenuti) ho visto utilizzare, per qualche inutile vampata in più.

Persino il metagiornalismo religioso, la disciplina cioè cui insieme a voi mi applico ogni domenica, è stato abbondantemente praticato nei giorni scorsi. Così, dopo aver sfogliato e in parte letto 785 titoli e articoli di argomento religioso (questo il totale della settimana sui quotidiani «laici» italiani), non ho, paradossalmente, nulla da proporre alla rilettura di Vino Nuovo.

Vorrei però assegnare, simbolicamente il premio «Il titolo con Dio lo faccio io». Se lo sono strameritato due persone, ex-aequo.

La prima è Giovanna Chirri, la religionista dell'ANSA che ha dato per prima la notizia. La segnalo anche come rivincita sul modello di informazione religiosa veicolato dalla vicenda vatileaks: di là la ricerca spasmodica e spregiudicata dello scoop anche dove, palesemente, non c'era; di qui la capacità di «andarsi a cercare la notizia» quando, come spesso capita nell'era di Internet, essa è lì, davanti agli occhi di tutti (il concistoro era trasmesso in diretta nel circuito interno del Vaticano, e dunque anche in Sala stampa, ma a seguirlo c'erano in cinque...), eppure pochi sono pronti a udirla, a verificarla e a raccontarla.

La seconda è padre Federico Lombardi. Per gran parte della sua carriera di direttore della Sala Stampa della Santa Sede si è trovato nello stesso, ingrato compito in cui si è trovato in questi giorni: gestire una notizia (e che notizia, stavolta!) senza aver avuto la possibilità di organizzarne preventivamente la comunicazione. E lo ha sempre fatto a un livello straordinario, mettendoci l'intelligenza e la faccia, e unendo in se stesso il giornalista e l'uomo a servizio del papa e della Chiesa, in una sintesi davvero esemplare.

 

 

18/02/2013 07:36 Guido Mocellin
Errata corrige: i pezzi che ho contato martedì sono stati 303, che sommati ai 350 di mercoledì+giovedì+venerdì fa appunto 653. Ci sono già tanti che "danno i numeri" in questi giorni, vorrei rimanere nel novero dei sobri, per quanto posso.


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Guido Mocellin

Guido Mocellin (Bologna 1957), giornalista, sposato, due figli, si occupa di informazione religiosa e dei rapporti tra le religioni e la società. È direttore della rivista  I Martedì ed è stato per più di vent'anni caporedattore del periodico di attualità e documenti Il Regno, con il quale continua a collaborare. Dal 2015 è tornato a occuparsi dei volumi delle Edizioni Dehoniane Bologna (EDB), mentre tiene sul quotidiano Avvenire la rubrica trisettimanale WikiChies. Insegna Giornalismo religioso al Master "Giornalismo, a stampa radiotelevisivo e multimediale" dell'Università Cattolica di Milano e altrove, quando glielo chiedono; partecipa (come può) alla vita della comunità ecclesiale, in particolare all'interno dell'Unione cattolica stampa italiana (UCSI). Nel 2010 ha pubblicato, ovviamente presso le EDB, la raccolta di storie di fede Un cristiano piccolo piccolo

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