Io credo. Dire la fede adulta
di Ortensio da Spinetoli | 28 dicembre 2012
La Meridiana 2012

Non è un libro da leggere in un momento di relax l'ultimo di fra Ortensio, cappuccino, ma forse i suoi libri non sono mai stati di questo tipo. Apparentemente dal titolo sembrerebbe un testo quasi scontato in questo Anno della Fede voluto dal papa. Parlare di fede significa riallacciarsi al Credo, il compendio delle verità su Dio, Gesù Cristo, la Chiesa, l'uomo, il mondo, il presente e il futuro: una serie di "verità" che il "fedele" è tenuto ad accettare, quasi una tessera di riconoscimento per ritenersi parte della Chiesa cattolica romana. Eppure dire "io credo" rappresenta ben più di un distintivo da appuntarsi sulla giacca perché abbraccia convinzioni che legano la mente e il cuore. "Nessuna meraviglia quindi se "la fede finisca per diventare un coefficiente di perturbazioni morali (scrupoli) e psichiche (manie, fissazioni, ossessioni)".

Ecco allora "un tentativo di aiutare il credente a liberarsi dalle oppressioni interiori che una fede male intesa può generare nel suo animo", alla ricerca di una "fede adulta", lontana dalle derive indicate, ma altresì capace di forgiare cristiani autentici alla luce della Parola di Dio più che delle incrostazioni della storia e della cultura (cosa è Parola di Dio e cosa è aggiunta umana? ecco il problema).

L'anniversario dei 50 anni dall'apertura del Vaticano II induce a riflettere su quel termine "rinnovamento" di cui parlava Giovanni XXII, anche se "purtroppo i successori invece di progredire sulle strade aperte, trovarono più convincente o conveniente provare a fare passi indietro, in concreto a ricollocarsi sulla linea tradizionale più vicina al Concilio di Trento che a quello da poco concluso". Un segnale in questa direzione è la pubblicazione del "Nuovo catechismo" (1993) che "precisasse (!) che cosa i vescovi dovessero insegnare, i parroci ripetere, i fedeli credere, i docenti degli atenei proporre", ma anche "la storia dei principi non negoziabili" e di recente "il richiamo al clero sull'assoggettamento obbedienziale, fatto che da oltre mezzo secolo non accadeva più nella Chiesa". "Forse, ipotizza, l'indizione della celebrazione dell'Anno della Fede non nasce tanto da preoccupazioni pastorali (invitare gli uomini ad esplicitare il loro segreto rapporto con Dio), quanto disciplinari, per richiamare i sudditi nell'unico insegnamento impartito dal papa e dai vescovi in comunione con lui".

Punto di partenza è allora proprio il Catechismo di cui l'Autore analizza intere parti indicando un'interpretazione comprensibile all'uomo contemporaneo, e mostrandone, talvolta, l'incongruenza con la sensibilità di oggi, le regole della comunicazione, le scienze umane (12 numeri che parlano di uomo in genere e nessuno specifico per la donna, ma si parla molto di angeli ..., per non parlare della coppia dove non c'è la sposa, ma solo la madre), l'aderenza al testo biblico, le acquisizioni del Vaticano II, cercando di "dimostrare" le affermazioni a partire dai termini originari (ebraici o greci) per segnalare le successive traduzioni o piuttosto le "interpretazioni" o i compromessi teologici.

E tutto allo scopo di "purificare la fede", al di là della tradizione o della devozione, perché diventi adulta. "Perché la fede è fare, non un semplice sentire, è anche parlare, ma soprattutto agire, costruire cioè il Regno di Dio sulla terra, il luogo dell'uguaglianza, della felicità di tutti e di ognuno", senza dimenticare quanti non credono, perché "la vita è un dono accordato a tutti e a tutti è data ugualmente la gioia di costruirla nel modo migliore. Certo anche ai "dannati" perché anch'essi sono uomini e sono ugualmente figli di Dio, nati per essere felici nel tempo e nell'eternità".

Mi sembra significativo questo passo:

Il Catechismo non lascia equivoci. L'intelligenza del fedele è invitata a far propria una sintesi di verità "superiori" che la pura ragione non è in grado di perseguire. Il "credente" e l'"ateo" pertanto si distinguono dal bagaglio di determinate dottrine, più o meno esoteriche, che uno ha difficoltà ad accettare e l'altro trova arduo o impossibile. In pratica è un semplice dato culturale che discrimina la turba dei credenti da quella dei "miscredenti". Chi non si sente di pronunciare il simbolo costantinopolitano, di emettere il giuramento antimodernistico o non è convinto dell'indissolubilità del matrimonio è automaticamente fuori dalla fede. Ma è una supposizione che lascia perplessi.

La fede è senza dubbio un rapporto con Dio, ma da "persona a persona". E' comunione con la Verità, più che con le verità, con il Mistero invece che con i misteri. E' presenza e accoglienza, proposta e risposta, autentica, ma informale e concettuale.

Dio non offre proposte, teorie, dottrine belle e scritte, accetta o meglio tollera tutto quello che di bene e il più delle volte di male dicono di lui o in suo nome i suoi "interlocutori".

La fede è apertura e accettazione, la miscredenza è chiusura e rifiuto, non già di sillogismi dottrinali, ma delle mozioni interiori dello Spirito, della bontà, dell'Amore di Dio. Colui che non crede è in ultima analisi colui che non ama, che si rifugia e si chiude nella sua identità e nel suo egoismo.

La fede è sempre un rischio perché cerca di stringere un rapporto con l'invisibile, di percepire un discorso inarticolato che può sempre confondersi con uno dei mille suoni che circolano nel creato.

La fede non si può dimostrare, si può avere e non avere, ma senza adeguate motivazioni, ragioni perché non esistono, né per asserirne l'assurdità, né per invocarne la necessità.

La fede è un atto di coraggio e insieme di umiltà, un riconoscimento del proprio limite di fronte al Tutto, un'accettazione dell'Altro anche se mai visto, mai incontrato, mai ascoltato, come si incontra, si vede, si ascolta un compagno di viaggio.

La fede è la capacità di risalire al di là delle stelle e di scendere al di sotto del sensibile, di aggrapparsi ad un punto sperduto nell'infinito che non si riuscirà mai a toccare, di cui si può solo sentire molto parlare (dagli altri, da alcuni), di cui si possono avvertire i segni, al di fuori e al di dentro di se stessi (la pace o il tormento), di cui ci manca sempre la conferma o l'evidenza. "Hanno avuto visioni di angeli", dicono i discepoli di Emmaus al misterioso viandante che si era unito a loro lungo il cammino, "ma lui non l'hanno visto" (Lc 24,23).

La fede vive lo stesso dramma: si può avere la "sensazione" di qualcosa, anche la presenza di "Qualcuno", ma il "Mistero" rimane. Accettarlo è la fede".

A cura di Maria Teresa Pontara Pederiva

 

05/01/2013 16:27 Maria Teresa Pontara Pederiva
Rispondo volentieri alla richiesta di conoscere qualche informazione di più sull’Autore.
Fra Ortensio, 80 anni, è francescano cappuccino (come il fratello Angelo del ’22 morto 2 anni fa) della provincia picena di cui è stato anche Provinciale.
Biblista ed esegeta, ha insegnato agli Studi teologici di Loreto e Macerata e al Pontificio Ateneo Antonianum di Roma. Ha pubblicato una trentina di libri per i tipi delle più note editrici cattoliche – dalle Paoline a EDB, Cittadella, Borla ecc. – e ha collaborato e collabora tutt’ora a diverse testate, tra cui Servizio della Parola dell’editrice Queriniana, una delle più diffuse pubblicazioni in ausilio alla predicazione.
Quanto scrive nel testo, ad esempio sulla figura della donna quale emerge dal Catechismo, è stato segnalato da più parti, e non solo da teologhe (e sarebbe tutto da leggere), ma ho scelto di proporre il passo sulla fede che mi sembrava più di attualità: e sulle sue parole credo siano in molti a concordare, come emerge anche da diverse recensioni pubblicate. Perché "se vogliamo, tener viva la nostra fede, non dimentichiamo che essa, prima ancora di essere verità, è gioia", scrive Benedetto XVI. Ed è quello che fra Ortensio, con letizia francescana e da vero "operatore di pace" come i suoi confratelli, ci propone da decenni.



05/01/2013 15:47 Fabio Bernardini
Ti ringrazio molto Claudia, perchè sei riuscita ad esprimere meglio di me il mio stesso pensiero.


05/01/2013 12:41 Fabio Bernardini
Lycopodium ti ha già risposto: se uno prende un colore per un'altro vuol dire che ha qualche problema con la vista, e comunque se per lui quel colore è giallo per me continuerà ad essere verde, perchè la "storia", le pratiche quotidiane, hanno definito quella pigmentazione come verde e un'altra come gialla. Questione di merà praticità e identificazione.
Così come la Storia millenaria ha definito Matrimonio l'unione tra un uomo e una donna, e allo stato attuale non sono emersi fattori o scoperte scentifiche che metteno in dubbio la solidità di questa decisione, con buona pace dell'ideologia del "genere". I disideri sono diritti? Non credo.

Io nel merito ti ho risposto svariate volte, lo sai bene ma a te interessa convincermi che siccome altri la pensano in modo diverso io per vivere con loro in armonia deve tacere circa le mie convinzioni, mettiti l'anima in pace Massimo io non lo farò.

Ti ho dimostrato n volte che quando leggo il Papa o altri Pastori che io condidero degni di tale nome, non faccio esercizio di apprendimento mnemonico senza discernimento. Accetto quegli insegnamenti perchè mettendoli in pratica ho provato che mi fanno vivere meglio, li accetto perchè, ed in questo do ragione a Gilberto, è il mio cuore ed il mio corpo che mi dicono di farli miei.

Libri come quelli di Fra Ortensio non aggiungono niente a quanto già sentito e risentito in questa società secolarizzata, da uno che scrive che l'indissolubilità del Matrimonio è un'invenzione del Catechismo della CEI io dovrei prendere lezione? Da uno che sente prurito perchè il Papa ci richiama all'obbedienza io dovrei sentire riconoscimento?

I libri di Mancuso, così simili nella sostanza alle idee di Fra Ortensio, li ho letti e dicono le stesse cose, lungi dall'apportare un contributo fattivo alla maturazione di questo popolo di "praticanti non credenti", non fanno altro che aggiungere disorientamento e indulgono a prendere il Cristianesimo come una dottrina della meditazione, tutta incentrata su un intimismo che non ha riscontri nel Vangelo.
Per quello basta lo Yoga, o se preferisci il Buddismo.

Io caro Massimo mi aspetto e cerco altro, perchè quello che mi propone Fra Ortensio l'ho già sperimentato per trenta anni e non mi ha portato a niente.



05/01/2013 12:05 Hadassah
Se uno vede "giallo" ce ne prendiamo cura perché c'è qualcosa che non va.
Il problema è ciò che si vuole vedere. il problema è il dogma del "così è se vi pare", il rifiuto di qualsivoglia oggettività perfino corporea. Perché di fronte a tutto ciò che non è "io", che non abbiamo fatto noi, saremmo costretti ad obbedire: se è per questo, neppure "io" si è fatto da sé, ma ci stiamo provando. L'uomo è il suo esperimento, e basta. O la sua sensibilità, gusti, tendenze, propensioni... Ma come si fa a non capire che, se fosse così, tutto verrebbe consegnato al potere, alla sensibilità, alle propensioni, ai gusti di chi lo detiene in quel momento o della maggioranza provvisoria che lo gestisce.
"Chi dubita vuole sentirsi dire che la verità non esiste, (liberi tutti! per che cosa?), chi fa domande vuole conoscere la verità". (C.McCarthy- Sunset Limited)
Ma chi fa domande, prima o poi, la incontra una risposta. Sempre da approfondire certo, che non lascia mai quieti ma sulla quale si possa costruire.



05/01/2013 11:47 claudia
Aggiungo solo una cosa che esprime molto meglio di quanto abbiano fatto le mie parole, ciò che penso.
Al di là di ciò che vedo, sento, percepisco, ogni uomo dopo la venuta di Gesù è chiamato a fare una scelta di fede:Gesù è davvero il figlio di Dio?
Per dirla con le parole di Tolkien "Noi quindi dobbiamo credere in Lui e in quello che ha detto e assumercene le conseguenze; oppure rifiutarlo e assumercene le conseguenze".
E ciò che credo va al di là di ciò che percepisco.



05/01/2013 11:25 claudia
La differenza tra "mappa e territorio" in gergo tecnico ( psicologico) è quella tra una realtà "vera" che esiste ( territorio) e ciò che invece io percepisco coni miei sensi e che mi fa costruire il mio personale punto di vista del mondo, la mia esperienza di esso.
Ad oggi è molto diffusa l'epistemologia costruttivista la quale afferma che una verità unica non c'è ma ce ne sono tante quante ogni persona esistente, ognuno ha la sua realtà e in essa di muove.
Più precisamente quello che si sostiene è che anche se esistesse una realtà "ontologica" vera per tutti essa non è comunque raggiungibile se non tramite i nostri sensi che la distorcono e fanno sì che ognuno di noi la percepisca in modo diverso. Da qui, come conseguenza, si comincia a ragionare non tanto su ciò che è vero e ciò che non lo è ma su ciò che è funzionale o disfunzionale.
Questo discorso lo prendo in prestito dalla psicologia ( che è il mio campo di studio e professione) e funziona fino a che rimaniamo su un piano puramente "umano" ovvero, io vedo verde, tu vedi giallo e se non ci creiamo problemi a vicenda tutto va bene così com'è(sto più che semplificando, ovviamente).
Entrare nel campo trascendente vuol dire fare un salto di livello, ovvero entrare nel piano di una credenza di fede,cioè una convinzione che non si forma in me perchè dimostrata dalla ragione o dai sensi, ma, appunto per scelta di fede. Scegliere di credere che Gesù è esistito, che è morto e risorto, che quello che dicono i Vangeli è vero, è un salto di fede perchè nessuno può dare una dimostrazione incontrovertibile di ciò con la razionalità. Si fanno ragionamenti, si danno prove, ma alla fine è una scelta personale , una scommessa in qualche modo perchè credo PRIMA di vedere.
Per tornare all'esempio, tu vedi verde, io vedo giallo ma scelgo di fidarmi che sia verde perchè per vari motivi trovo credibile quello che tu mi dici, mi fido di te.
Non è facile questo discorso e non so neanche se sono riuscita a farmi comprendere.Il punto, a mio avviso, è che la fede si gioca su un livello diverso da quello della mia percezione personale( che non è sbagliata ma parziale) per cui il mio modo di vedere il mondo può non essere esaustivo, completo. Ovviamente si può porre il problema seguente: tu dici che è verde, io dico che è giallo, un altro che è rosso...a chi credere? per quanto mi riguarda, partendo dalla mia percezione ( per me è giallo) mi faccio mettere in discussione da coloro che vedo avere frutti migliori dei miei nella vita ( serenità, pace, capacità di affrontare le difficoltà, amore perdono..) e quindi se chi mi dice che è verde ha tali frutti io mi inizio a fidare che forse sia più verde di come lo vedo io.
Ok...scusate la lungaggine e credo anche la non completa chiarezza!volevo solo portare qualche spunto di riflessione!



05/01/2013 09:39 Massimo Menzaghi
"capita anche di stancarsi di ripetere sempre le stesse cose..."

se è per questo il problema è tutto lì, che la si prende larghissima e non si risponde quasi mai nel merito se non con frasi stereotipate e grandi affermazioni di principio...: sono molto stanco anch'io e ho pensato più volte di mollare, ma continuo a pensare che sarebbe una sconfitta reciproca!

io ho le mie "fissazioni", lo ammetto, ma ogni tanto faccio lo sforzo di cercare di farmi capire sperando in un'interazione proficua: vorreste dirmi (Fabio e Lycopodium) che a questa serie di domande avete già risposto?

"...ma se qualcuno (a prescindere da tutti i passaggi successivi) vede quel colore effettivamente così border line da essere percepito giallo abbiamo il diritto di pretendere (razionalmente) che sia verde anche per lui? O ancora: è possibile che quel colore sia vero per lui come lo è il verde per noi?"

certo, si sta niente ad accusarmi di essere contro il papa, a ragionare un pelino occorre tempo e fatica...
so benissimo che voi siete convinti del contrario, di dare tutte le risposte giuste... ma sono mesi che cerco di farvi capire che ciò che conta è quello che arriva, non quello che parte, anche se con le migliori intenzioni...: leggetevi l'ultima risposta di Borghi, è illuminante (anche se nemmeno lui mi ha risposto se non indirettamente, peccato perchè mi interessava molto il suo parere...)

"ortodossia del corpo"... spero fosse ancora nella metafora delle articolazioni, o devo dedurne che se uno "vede giallo" lo eliminiamo? soluzione del problema???



05/01/2013 08:31 Lycopodium
Massimo,
la risposta mi pare averla già data.
E' quella che chiamo "l'ortodossia del corpo".
Quindi: niente stecche e niente lussazioni programmate, il prato è verde ed il cielo sempre più blu.
E c'è differenza tra adulto e adulterato.



05/01/2013 00:00 Fabio Bernardini
Ci sono i Don Gallo, e ci sono i Fra Ortensio, come del resto ci sono i Prof. Mancuso. Dai frutti si potranno giudicare i loro insegnamenti, se di questi si può parlare.

Io non mi sogno certo di cercare di tappare loro la bocca, come spero non lo faccia nessun'altro, spero però mi sia consentito di dissentire, senza per questo essere tacciato di manicheismo o di allineato e coperto alla famigerata "gerarchia".

Il Catechismo della Chiesa Cattolica è un valido strumento orientativo, che va utilizzato come tale ma che rende ciechi se non lo si accompagna ad una continua lettura dei Vangeli. Di quì a considerarlo il codice dei vescovi per l'indotrinamento bovino dei fedeli ce ne passa.

Di paure Massimo ne vedo tante nei tuoi commenti, e non prendertela se dopo un po uno smette di rispondere alle tue brillanti osservazioni, capita anche di stancarsi di ripetere sempre le stesse cose...



04/01/2013 17:39 Massimo Menzaghi
"Certo, un’articolazione rigida è patologica, ma lo è pure un’articolazione lussata."

in generale, forse chi dovrebbe avere a cuore il pieno ed efficiente funzionamento delle nostre articolazioni ha talmente tanta paura che si possano lussare (eventualità possibile ma non certo particolarmente frequente...) e così poca fiducia delle nostre capacità di compiere movimenti corretti, che preferisce steccarle preventivamente... ;-)

PS con le metafore ultimamente andiamo particolarmente forte ;-) per cui solleciterei una risposta alla questione vuole/vede...



03/01/2013 21:14 Diletta
Può essere "ricco e stimolante" dal punto di vista accademico, accettare serenamente che si dica qualsiasi cosa su qualsiasi argomento dottrinale, ma appiccicare indiscriminatamente l'etichetta di cattolico su tutto per essere accoglienti e "non puntare il dito" rischia, secondo me, di farci venir meno alla responsabilità che abbiamo nei confronti del mondo: quella della testimonianza. Posizioni come quelle di Ortensio da Spinetoli creano confusione e poca chiarezza, questo mi pare evidente. E personalmente mi è difficile passarci sopra con leggerezza.


03/01/2013 20:59 Lycopodium
Qui vedo scritto di ricchezza di posizioni e sensibilità diverse (Lorenzo).
Il che è ritenuto estremamente ricco e stimolante (Massimo).
Rispondo, appellandomi al corpo, perché il corpo (salutis cardo) ha una sua ortodossia, non irrilevante per i nostri temi.
L’essere, diceva grosso modo Umberto Eco, è tale perché possiede delle “linee di resistenza”.
Così, il nostro apparato osteo-articolare consente, ad esempio, un’infinità di posizioni.
Ma fino ad un certo punto. Ogni articolazione ha la sua propria articolarità, che deriva dalla sua struttura/funzione; non è detto che l’articolarità di una coincida con quella di un’altra. E, oltre certi limiti, si è nella patologia.
Certo, un’articolazione rigida è patologica, ma lo è pure un’articolazione lussata.
Oggi rischiamo di una deriva gnostica, che rimuove l’ortodossia del corpo e le linee di resistenza dell’essere.
E, fuor di metafora, rischiamo di non riconoscere più che sia la rigidità tradizionalistica, che la disarticolazione progressistica sono stati patologici e pure gravi.



03/01/2013 20:07 giuseppe
Comunque è molto onesto nella sua poetica, e sicuramente in buona fede.

Poi considera le verità della Rivelazione, come esposte nel Catechismo, un cumulo di credenze esoteriche e vabbé... (caso mai è il contrario mi pare: la dottrina di Gesù, Dio che pienamente si rivela facendosi uomo, è quanto di più manifesto e noto - essoterico - ci possa essere), diciamo che ha una visione tutta sua, intuitivamente percepibile. Non c'é bisogno neanche che scriva libri per divulgarla, già la conosciamo bene e possiamo arricchirla a nostra volta. Ha ragione Fiorin, non è il caso di sprecare altra carta.



03/01/2013 19:59 Lorenzo Cuffini
Caro Federico, la " gerarchia cattolica" , e tu lo sai benissimo, è assai meno monolitica e allineata su una unica posizione di quanto tu non faccia credere, e basta leggere dichiarazioni di cardinali e vescovi su molti temi per trovare differenze assai più' marcate di quanto lo siano le opinioni espresse in questo e in altri blog.
Il fatto è che questo non è né disobbedienza né relativismo (quando finiremo di aver paura dell'orco cattivo?!):è ricchezza di posizioni e sensibilità diverse. E per fortuna.



03/01/2013 19:08 Massimo Menzaghi
"non è richiamo elitario"

nelle intenzioni di Paolo VI sicuramente no, per come veniva citata lo sembrava molto, ma sono ben felice di essermi sbagliato: una paura in meno! ;-)

PS nell'altro post auspicavo e aspettavo risposte nel merito, sinceramente lì più che di paura parlerei di delusione... ;-)



03/01/2013 17:33 Lycopodium
Massimo, la citazione è di Paolo VI per il tramite di Guitton. Il piccolo gregge, nel contesto della frase, non è richiamo elitario, ma la presa d'atto della probabile apostasia dei più. Il papa ha fatto quella diagnosi perché scorgeva segni e sintomi.
C'è d'averne paura? Non credo proprio.



03/01/2013 16:58 Federico Benedetti
Vino Nuovo ancora una volta propone una visione del cattolicesimo incline al dissenso nei confronti della gerarchia cattolica e, in sostanza, al relativismo.
Che senso ha incoraggiare una fede "adulta", intendendo con questo termine una sostanziale "lontananza" dagli insegnamenti dei pastori, in una società che già è lontana e impermeabile agli appelli della gerarchia?
Da un religioso mi sembrerebbe più giusto aspettarmi un richiamo all'obbedienza e l'esempio dell'umiltà.
In un blog dichiaratamente cattolico mi piacerebbe trovare qualche volta anche un incoraggiamento ad ascoltare i vescovi e ad accogliere una visione del cattolicesimo meno "insofferente".
Buon anno a tutti.



03/01/2013 16:47 Hadassah
La fede adulta.
"Il commissario: Compagno cristiano, mi puoi dire una buona volta chiaramente che cosa siete voi cristiani? Che cosa propriamente volete ancora nel nostro mondo? In che cosa vedete il vostro diritto all’esistenza? Qual è il vostro mandato?
Il cristiano: Anzitutto noi siamo uomini come tutti gli altri, che collaborano all’opera di edificazione del futuro.
Il commissario: La prima cosa la credo, la seconda la voglio sperare.
Il cristiano: Da qualche tempo noi siamo infatti aperti al mondo e alcuni di noi sono persino seriamente convertiti al mondo.
Il commissario: Questo mi pare un sospetto linguaggio da prete. Sarebbe infatti, ancor più bello se voi, uomini come gli altri, vi foste convertiti già prima ad un’esistenza degna di uomini. Ma veniamo al fatto. Perché siete ancora cristiani?
Il cristiano: Oggi noi siamo cristiani maturi, pensiamo ed agiamo con responsabilità morale.
Il commissario: Lo voglio sperare, dal momento che vi presentate come uomini. Ma credete qualcosa di particolare?
Il cristiano: questo non è tanto importante; ciò che importa è la parola epocale; l’accento oggi cade sull’amore del prossimo. Chi ama il prossimo, ama Dio.
Il commissario: Nell’ipotesi che esista. Ma poiché non esiste, non l’amate.
Il cristiano: Lo amiamo implicitamente, in modo non oggettivo.
Il commissario: Ah, la vostra fede quindi non ha un oggetto. Andiamo avanti. La cosa diventa chiara.
Il cristiano: Non è del tutto così semplice. Noi crediamo in Cristo.
Il commissario: Ne ho già sentito parlare. Ma sembra che storicamente se ne sappia maledettamente poco.
Il cristiano: Concesso. Praticamente nulla. Perciò noi crediamo non tanto al Gesù storico quanto al messaggio di Cristo, ci sentiamo toccati dall’evento linguistico del messaggio della fede.
Il commissario: E che mai c’è in questo messaggio?
Il cristiano: L’importante è il modo in cui se n’è toccati. Ad uno può promettere il perdono dei peccati. Questa, in ogni caso, era l’esperienza della comunità primitiva… ha rivisto gli eventi relativi del Gesù storico, del quale veramente non sappiamo abbastanza per essere certi che lui…
Il commissario: E questo chiamate la vostra conversione al mondo? Siete gli oscurantisti di sempre. E’ con simili chiacchiere prolisse che volete collaborare all’edificazione del mondo! Se voi stessi ne sapete così poco non siete più pericolosi. Con ciò ci risparmiate una pallottola. Abbiamo in Siberia dei campi molto utili, dove potete dimostrare il vostro amore per gli uomini e collaborare validamente all’evoluzione.
Il cristiano: Voi sottovalutate la dinamica escatologica del cristianesimo. Noi prepariamo il futuro regno di Dio. Noi siamo la vera rivoluzione mondiale. Egalitè, libertè, fraternitè: questo è il nostro compito originario.
Il commissario: Peccato che altri abbiano dovuto lottare per voi. Dopo, non è difficile essere presenti. Il vostro cristianesimo non vale un fico secco.". da Cordula ovverossia il caso serio di H U. von Balthasar.
Scusate la lunga citazione ma ogni volta che leggo cose di questo genere non riesco proprio a non pensare a questo passo di Balthasar.



03/01/2013 16:00 claudia
Personalmente non conoscevo l'autore in questione, documentandomi ( velocemente devo dire) mi è sembrato di capire che è un biblista un pò controverso, più volte richiamato dalla Santa Sede per le sue posizioni.
Ora..anche io credo che il fatto di essere tutti cattolici è molto arricchente e stimolante dell'additarci l'uno con l'altro su chi sia più ortodosso.
Allo steso modo ammetto che leggere che l'autore ( non in questo libro) affermi che l'eucarestia è solo un simbolo e non vi sia un'effettiva mutazione sostanziale (transustanziazione) mi ha colpito, così come il ritenere Gesù interamente uomo, come noi, mettendo un dubbio sul concetto di filiazione divina.
Insomma..queste non sono differenze da poco per un cristiano, non si tratta di essere più o meno tradizionalisti o conservatori su certi temi ma di ribaltare una serie di presupposti della nostra fede.
Non mi sembra così assurdo che possa creare confusione o far, quantomeno, rimanere un pò perplessi nei confronti di questo autore.
Ovviamente, come premesso, la mia è un'opinione formatasi a breve leggendo qua e là su internet per cui senza dubbio molto parziale, anzi mi piacerebbe saperne di più in merito all'autore se qualcuno di voi ne ha maggiore e approfondita conoscenza



03/01/2013 13:09 Massimo Menzaghi
"... si pubblica e recensisce ancora di questa roba?"
"... che non si trovino strani questi libri"
"... Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia"

ringrazio della segnalazione e degli stralci proposti: ovviamente se ne può discutere, interagire, lasciarsi interrogare, riflettere serenamente su come ciascuno vive il cristianesimo..., ma frasi come quelle che ho citato mi fanno molta, ma molta più paura di tutto quanto possa essere contenuto nel libro!

PS nell'altro post c'era chi trovava "tragico (non drammatico) ... che siamo tutti cattolici": e se fosse invece estrememente ricco e stimolante?



03/01/2013 09:39 Massimiliano Fiorin
Santo cielo, nel mondo cattolico italiano si pubblica e recensisce ancora di questa roba? E sarebbe questo il vino nuovo?


03/01/2013 07:50 Lycopodium
Così Paolo VI si confidava con l'amico Jean Guitton nel 1977:
«C'è un grande turbamento in questo momento nel mondo della Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: "Quando il Figlio dell'Uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla Terra?". Capita che escano dei libri in cui la fede è in ritirata su punti importanti, che gli episcopati tacciano, che non si trovino strani questi libri. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Vangelo della fine dei tempi e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero il mondo cattolico, è che all'interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all'interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa. Bisogna che sussista un piccolo gregge, per quanto piccolo esso sia».



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Maria Teresa Pontara Pederiva

Maria Teresa Pontara Pederiva, trentina (1956), sposata con Francesco, ha tre figli. Laureata in scienze naturali a indirizzo ambientale a Padova (1978) e diplomata in scienze religiose all’FBK di Trento (1990), ha insegnato scienze naturali per 39 anni nella scuola provinciale trentina. Nella Chiesa di Trento lavora, insieme a Francesco, nella pastorale famiglia e cultura-università, oltre che nella propria parrocchia.

Giornalista freelance dal 1984, si è occupata di famiglia, giovani, scuola, attualità ecclesiale e pastorale, ecumenismo, bioetica, salvaguardia ambientale e custodia del creato.

E’ stata tra i fondatori e redattori delle riviste Il Margine e Didascalie (La rivista della scuola trentina). Attualmente collabora perlopiù con il portale Vatican Insider-La Stampa, le Riviste delle Edizioni Dehoniane e i settimanali diocesani Vita Trentina e Il Segno.

Tra i libri pubblicati assegna un posto speciale a La Terra giustizia di Dio. Educare alla responsabilità per il creato (prefazione di Giancarlo Bregantini) EDB 2013.

 

 

 

 

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