Convivenze senza progetto?
di Alessandro Speciale | 28 dicembre 2012
«Difficilmente si va a convivere avendo un progetto» leggo in un documento Cei. Ma siamo sicuri che leggere il fenomeno così, oggi, sia il modo migliore per proporre il matrimonio?

L'albero l'abbiamo fatto, il presepe pure, abbiamo mangiato il panettone e scartato i regali ammonticchiati sotto l'abete (finto, naturalmente, siamo in un appartamento di Roma). Dopo un autunno frenetico, la pace e la gioia del Natale ci è tornata a visitare. Ammetto, però, che a guardar fuori dalla finestra con tv, internet o giornali vengono in mente pensieri non proprio natalizi.

Il primo me lo tengo dentro da varie settimane - per l'esattezza dal 9 novembre, data in cui sono usciti i nuovi "Orientamenti pastorali sulla preparazione al matrimonio e alla famiglia" preparati dalla Cei.

Li ho letti, come sempre, per lavoro. E c'è una frase che mi è saltata agli occhi, non tanto per il suo contenuto ma per quel che traspare dietro di essa. Va la trascrivo, nel suo contesto (il corsivo è mio):

"Assistiamo infatti a una specie di 'paralisi del desiderio': quasi che i grandi desideri restino come paralizzati senza riuscire a formulare un vero progetto di vita. Difficilmente si va a convivere avendo un progetto. Talvolta è una decisione determinata dalle circostanze, presa perché intimoriti dalle difficoltà. In altri casi non è una vera scelta, ma si è mossi da un'abitudine acquisita nel frequentarsi. Si cede talvolta alle distanze date dalla mobilità lavorativa o alla sensazione di inadeguatezza nel vivere ancora in casa con i propri genitori, nella fatica di trovarsi adulti, ma praticamente incapaci di compiere un passo decisivo. La paura prende quindi il sopravvento sul desiderio. Da una parte si vorrebbe condividere la vita con la persona che si ama, dall'altra si ha paura di legarsi in modo definitivo".

In realtà, il discorso sulla convivenza negli Orientamenti è ampio, articolato e per nulla banale. Ma proprio per questo risulta tanto più fuori luogo un errore di 'analisi' grossolano come quello di affermare: "Difficilmente si va a convivere avendo un progetto".

Chiunque abbia parlato con due persone che convivono, che si sono sposate dopo aver convissuto, con i loro genitori, con i loro amici o con il loro parroco, sa che non è praticamente mai così.

Si va a convivere perché si ha un progetto ma realizzarlo è difficile - per motivi che spesso vanno al di là della volontà dei singoli: precarietà nelle relazioni di lavoro che si traduce in precarietà di relazioni umane; l'incertezza sul futuro che fa sembrare folle e arrogante puntare in alto da soli, figuriamoci in due; il passaggio, spesso paralizzante, dalla vita spesso protetta della famiglia di origine e dell'università al mondo aperto e poco accogliente del lavoro e della vita autonoma; e si potrebbe andar avanti per pagine sociologizzando, psicologizzando, economicizzando a piacere.

Quel che è certo è che - almeno nella mia esperienza (ho poco più di trent'anni e vivo in mezzo a questo mondo) - la scelta di convivere è molto spesso una risposta progettuale a questo blocco, a questa paralisi, a questa impossibilità solo di pensare il futuro, e pensarlo magari bello e grande. Una fuga in avanti di fronte all'instabilità e al pessimismo che molto spesso viene se si guarda al futuro proprio e di chi ci è vicino..

Sia chiaro, non voglio qui difendere la convivenza in sé, né - soprattutto - convincere 'la Chiesa' che dovrebbe farlo. La Chiesa dice - come fa negli Orientamenti - che la convivenza è un passo sbagliato che rischia di uccidere l'amore e svuota il vero senso di voler costruire un futuro in due. Molti non saranno d'accordo, ma nessuno rimprovererà alla Chiesa di offrire una proposta alta ed esigente.

Qui il problema è di analisi: dire che "difficilmente si va a convivere avendo un progetto" significa non avere idea di quello - e di quelli - di cui e a cui si sta parlando. E se non si conosce bene chi sono e che da cosa sono mossi quelli a cui ci si vuole rivolgere, che possibilità si ha di convincerli della propria proposta?

Ripeto: chi va a convivere - per rovesciare la frase degli Orientamenti - "difficilmente non ha un progetto". Almeno nella mia esperienza, che non credo sia però così di nicchia. E se una Chiesa che dice di non volersi rassegnare a un "generale senso di impotenza di fronte al dilagare" del fenomeno delle convivenze non sa 'leggere' questo fatto, difficilmente andrà lontano.

Il mio sospetto - lo confesso, e sarò contento di aver torto - è che qui torni invece proprio quella rassegnazione, quella ipocrisia sottile di chi considera normale il predicar bene e razzolar male, come se, da Chiesa, non si possa naturalmente far altro che opporsi a parole al dilagare delle convivenze e promettere di fermare questa marea, però nei fatti non si crede sia possibile, e infatti non si va nemmeno a guardare perché la gente preferisce quasi sempre andare a convivere prima di sposarsi, in chiesa o in comune che sia. Non è così, vero?

05/01/2013 13:16 Fabio Bernardini
Volevo aggiungere qualcosa invece ho visto che prima Diletta, poi Maria Teresa e quindi Alberto, che ringrazio per aver postato il suo articolo, hanno pienamente espresso il mio pensiero con dovizia di particolari.

Mi fa enorme piacere sentire condivisione sul fatto che malgrado sia fenomeno estremamente diffuso, la convivenza non ha in realtà nessuna vera giustificazione per una coppia che si vuol definire Cristiana. La pensavo in questo modo anche io prima di incontrare mia moglie che mi ha convinto in maniera eccellente del contrario, auguro alle giovani coppie la stessa fortuna.



04/01/2013 12:55 Alberto Hermanin
Cara Diletta,

Forse non mi sono spiegato bene: concordo perfettamente con te, di quanto dici per le coppie cristiane, che se hanno i soldi per convivere li hanno pure per sposarsi (il matrimonio è un sacramento e una liturgia, non per forza un evento su cui buttare soldi inutilmente).
Ma è proprio per questo che si vorrebbe ancor meglio identificare “l’offerta cristiana” del matrimonio, non limitandosi a “squalificare” la convivenza sul piano sociologico. Volgere insomma tutto al positivo, essere profezia. E poi questo si, specificare il proprium dell’esperienza cristiana del matrimonio. Questa mi sembra la strada da seguire, e in questo senso non ho nulla da rimproverare agli orientamenti pastorali che nel frattempo ho letto: bonum, sed non sufficit.

Chiedo scusa a tutti se mi permetto di riportare qui un piccolo articoletto che scrissi qualche tempo fa (aprile 2011) su questo tema: vedano gli amministratori del Blog se è il caso di inserirlo, io non mi offendo in nessun caso.

Il 17% dei matrimoni in Italia ha un costo superiore ai 30mila euro; le spese più importanti sono il ricevimento, che in media può costare dai 5.000 ai 10.000 euro, e l’abito della sposa, per il quale bisogna preventivare una spesa tra i 1.500 e i 7mila euro. Per affrontare questo ingente onere, non si bada a spese. Una ricerca del portale Prestiti.it dimostra che le coppie in procinto di sposarsi richiedono prestiti - finalizzati alla copertura di queste spese - che oscillano in media attorno ai 16mila euro. La media nazionale di questo tipo di prestiti è del 2% sul totale complessivo di tutti i prestiti.
I dati di questa ricerca sono interessanti: perso il suo carattere di indispensabilità sociale per poter andare a convivere, il matrimonio conserva la sua valenza di rito di passaggio onerato da irrinunciabili cerimonie costose, per le quali si arriva persino ad indebitarsi: una nuova famiglia che già prima di nascere è in deficit.
È del resto esperienza comune l’esistenza di coppie conviventi, magari con figli, che giustificano apertamente le mancate nozze non con argomenti di rifiuto della istituzione matrimoniale, ma semplicemente adducendo il costo eccessivo della “operazione matrimonio”. Del tutto ignare anche della possibilità almeno teorica di convolare senza bisogno di spendere alcunché.

La fotografia di questa realtà mostra una singolare convivenza, nel tessuto sociale italiano, di elementi pesantemente arcaici - così può certamente definirsi la convinzione che non ci si possa sposare senza il pesante e costoso apparato rituale, al quale chi si sposa è disposto a sacrificare molto indebitandosi – con altri decisamente postmoderni. Coppie di persone anche di modesta formazione culturale a tutt’oggi considererebbero una “vergogna” inaccettabile sposarsi senza banchetti e abiti costosi, ma non sentono affatto come vergognosa la scelta di convivere, anche con prole. Non, si ripete, per motivi di ostilità all’istituzione – fenomeno questo certamente vasto, ma che in questa sede non interessa – ma solamente per motivi schiettamente economici.

Evidente appare, sulla base anche solo di queste considerazioni, la massiccia “assenza”, nel sentire collettivo, di qualsiasi valenza attribuita al matrimonio che non sia quella collegata ai riti di contorno. E certo non stupisce che l’aspetto “sostanziale” del matrimonio, l’unione carnale di uomo e donna, non venga neppure considerato, vista la conclamata e oramai pienamente raggiunta libertà di convivenza e di scambio sessuale in tutti i segmenti sociali.

Quanto questa realtà possa dirci come cristiani mi pare superfluo evidenziare: la ben poca “cristianizzazione interiore” della società popolare tante volte entusiasticamente ricordata da vari nostalgici, che si è sciolta come neve al sole al primo soffio della modernizzazione dei costumi, salvo appunto la poco consolante sopravvivenza tenace di riti collaterali assai poco cristiani. Il distacco assoluto - oramai apertamente consumato - fra l’essenza del matrimonio e le forme celebrative di esso. E si potrebbe continuare.

Non mancano poi le note comiche: come accade quando, finalmente decisi al grande passo, maturi “fidanzati” conviventi da anni si presentano – esperienze dirette di un catechista – ai corsi di catechesi prematrimoniale candidi come la neve, senza neppure il sospetto di non essere modelli di etica sessuale. Anzi, al contrario, arrivano e rivolgono critiche senza misericordia all’insegnamento ecclesiale, accusato di non modernizzarsi, questo sì un peccato imperdonabile.

Consideri il lettore quanto sia facile l’opera di chi, in questo contesto, opera nella catechesi prematrimoniale: chi se la sente, venga a presentarsi dal parroco, che li accoglierà festosamente.

Alberto Hermanin



04/01/2013 12:37 Francesca Vittoria
E’ interessante parlare del perché oggi dilaga la decisione della convivenza tanto che sembra diventata normalità quanto prima lo era il matrimonio in Chiesa il quale malgrado fosse benedetto non sempre ha significato quell’impegno che davanti a Dio la coppia intendeva prendere sul serio o, era ben conscia di quanto avrebbe comportato quel “nel bene e nel male finchè morte non vi separi? A questo vi è la risposta – i moltissimi divorzi!
I matrimoni che oggi si celebrano in Chiesa, saranno meno numerosi ma proprio per la cultura dominante può essere che vi sia maggior consapevolezza circa l’impegno reciproco e verso Dio che si va a promettere. Non è detto che poi tutto sia come in quel giorno si spera, si è sicuri sarà, la promessa di sicuro è sincera in quel giorno ma sono le prove che poi diranno con quanto impegno siamo capaci di affrontarle, di tenere fede a questa promessa, quanto la nostra fede sarà in grado di dare prova di fedeltà alla promessa. Perché quell’impegno significa anche che se uno dei due non tiene fede , o non ne ha abbastanza per provare che quell’amore che richiede anche magari sacrificio, si sente di mantenerlo,” nella buona e nella cattiva sorte “. È detto e scritto, ma alla cattiva sorte si sorvola, non è prevista se, come e quando anzi è un’idea vaga di possibilità. Invece è proprio questa la differenza tra matrimonio in Chiesa e convivenza, il progetto non si fa…….per tanti motivi, ma certamente non quelli campati come plausibili quali avere tutta la casa arredata o il lavoro entrambi, etc. in quanto se esiste un sentimento vero e un impegno serio tutto si può affrontare anzi è proprio questo affrontare insieme le avversità che fa pensare al “capolavoro dell’amore pensato da Dio e che Cristo ha benedetto e confermato”. E’ il tipo di amore che va soppesato , è quanta fede c’è nel presentarsi davanti a Dio con la promessa di aderire a questo sposalizio secondo quanto Lui vorrebbe fosse! Nel bene e nel male significa che qualunque situazione il futuro riservi, magari anche di non essere più coppia, la promessa e l’impegno non vengano meno perché se vi è amore sincero questo permane malgrado i cambiamenti , se vi è l’impegno nella fede in Dio Egli aiuta e magari fa scoprire proprio una bellezza nel tempo che se anche diversa è più profonda! Si Dio ha pensato una cosa bella, forse un po’ difficile, ma bella perché duratura e la Chiesa fa bene a dichiararlo proprio come continua a dire
Francesca Vittoria



03/01/2013 19:43 Diletta
La mia esperienza è molto diversa, e non posso che condividere in toto l'analisi della CEI. Conosco moltissime coppie conviventi, e la cifra che le accomuna quasi tutte (quasi, non tutte) è proprio la mancanza di progettualità, e lo dico con sofferenza, perchè si tratta anche di amici molto cari. Si va a convivere perchè è una cosa che si può fare sul momento, senza troppo impegno: e non sto parlando tanto di impegno "materiale", quanto di impegno "psicologico". Non ho mai compreso, in effetti, chi afferma di andare a convivere perchè si trova in precarie condizioni economiche (si badi che sto parlando di coppie cristiane). La stessa disponibilità economica che permette di convivere permette di sposarsi, e questo mi pare una tale evidenza che sono sempre un po' insofferente di fronte a questo tipo di "giustificazioni". E' vero che spesso la precarietà economica porta ad una fragilità relazionale ed emotiva, ma accidenti, parliamo di cristiani e di sacramenti, non di atei e di riti civili! E' possibile che non ci si possa aspettare la capacità di un discernimento vero sul bene della coppia, sul senso dell'amore, da parte di due cristiani adulti e responsabili? E penso che un discernimento di questo genere porti al riconoscimento del bene e del bello del matrimonio. Certo, molte coppie questo riconoscimento lo fanno quando già convivono, e questo le porta lentamente al matrimonio, ma dobbiamo per questo dire che la convivenza sia un bene, o anche solo qualcosa di moralmente indifferente? Semmai dimostra proprio che, quando i due sono andati a convivere, un progetto per la coppia vero e proprio, nel senso di un progetto di vita e d'amore non angusto ma di ampio respiro, che includa Dio e la volontà di costruire qualcosa di grande e non di accontentarsi del "per ora", non lo avevano.
Certo, non è la fine del mondo. Ma perchè non dovremmo riconoscere questa realtà, e spronare le coppie a desiderare ben altro per sè, e ben altra progettualità che quella del "vabbè, intanto fino a fine anno abitiamo qui"?



03/01/2013 15:48 claudia
Concordo in pieno con Alberto. Il nostro impegno da Cristiani non deve essere quello di puntare il dito verso chi fa diversamente da noi, non funziona...Ma testimoniare, far vedere la Gioia di una scelta, i frutti di un cammino, in questo caso quello matrimoniale!
Immaginate se le statistiche dicessero che le coppie sposate in Chiesa sono quelle con la minor percentuale di separazioni, divorzi , liti e violenze domestiche.
Forse qualcuno inizierebbe ad interrogarsi sul matrimonio cristiano, a chiedersi se forse quella non è una strada di felicità! Qui sta a noi, coppie di sposi cristiani, darci da fare per portare una bella testimonianza del perchè, oggi, valga davvero la pena impegnarsi nel matrimonio.
E forse è anche necessario rivedere un pò meglio la preparazione al matrimonio...non dico che i sacerdoti debbano fare la selezione all'ingresso ma lascia perplessi vedere con quale facilità si acceda al sacramento del matrimonio anche per coppie che in realtà non credono,hanno solo un vago senso di appartenenza culturale al cristianesimo e si vogliono sposare in chiesa perchè "si fa così" o " è più bello" o "sennò mia nonna mi disereda" ( quest'ultimo è un esempio vero di una ragazza con cui parlavo giorni fa...).



03/01/2013 15:41 Massimo Menzaghi
"ma alla fine anche il matrimonio civile è una specie di convivenza “more uxorio”, se si vuole essere rigorosi..."

Deo gratias!

e anche senza l'attenuante di "una specie di"...!

... ma in nome della famiglia "tradizionale" questa rigorosità elementare sembra passata definitivamente (e strumentalmente) nel dimenticatoio anche dei più rigorosi, anzi addirittura diventa un passaggio potenzialmente propedeutico e comunque più "serio" della convivenza tout court: quando si dice che la forma conta molto più della sostanza! ;-)



03/01/2013 14:33 Alberto Hermanin
Anche io, operatore della pastorale prematrimoniale da più di venti anni, ahimè, trovo molto interessante lo spunto offertoci da Alessandro Speciale.
Preciso che non ho ancora letto gli orientamenti pastorali citati: in ogni modo la frase che ha colpito negativamente Speciale colpisce negativamente anche me: piuttosto che su una presunta mancanza di serietà nell’impegno reciproco dei conviventi – smentita peraltro da diversi casi concreti a tutti noi ben noti nel nostro stesso ambiente – io avrei approfondito il significato da attribuire alla parola impegno in una dimensione cristiana e, in questo caso si, specificamente cattolica.

E’ naturalmente vero sul piano sociologico che la crescita delle convivenze coincide con la paura dell’impegno reciproco e verso la società: ma il problema dal punto di vista pastorale è che in questa “scelta a metà” non si intravvede alcun problema morale. Le stesse coppie che poi si presentano al matrimonio canonico sembrano non avere alcuna idea del fatto che la loro situazione è disordinata e inaccettabile dal punto di vista morale. Della morale cattolica, si capisce: ma ci si domanda, se si viene a celebrare un Sacramento vuole dire che ci si ritiene persone di fede: e allora come mai non ci si è interrogati anche prima?

Ancora una volta emerge che il problema centrale è la fede, e la nostra scarsa capacità di testimoniarla: per esempio sorvolando e scansando quanto da essa discende in campo morale, e nel caso in esame, nel campo della morale sessuale.

Ma, se si deve giudicare da frasi come quella riportata da Speciale, quale è la riposta della Chiesa a questa carenza? Ancora una volta, una analisi di tipo sociologico - eh, la sociologia, che bella scienza! – secondo la quale in sostanza la convivenza non sarebbe “seria”. Ma chi l’ha detto che non è seria? Il problema è che la convivenza non è compatibile con la fede, questo andrebbe detto con chiarezza: certo, non limitandosi ad una sorta di Niet di tipo sovietico ma proponendo in positivo la ricchezza e il compiuto umanesimo di una scelta di fede anche nel campo della morale sessuale. Lo si fa questo? Lo si fa, certamente: ma forse lo si dovrebbe fare di più, e meglio.

Vale per la convivenza quel che vale per tanti aspetti della vita nella società occidentale avanzata: la scristianizzazione cammina a grandi passi e i nostri Paesi sono sempre più territorio di missione almeno quanto quelli tradizionali. Il matrimonio civile, istituto giuridico sostanzialmente “copiato” dall’ordinamento canonico all’alba dell’età liberale, inesorabilmente declina: io però non voglio difendere il matrimonio civile, ma il sacramento del matrimonio, che è altra cosa. Dunque, pronunciare tanti niet sulla evoluzione della disciplina giuridica statuale che regola i rapporti familiari o parafamiliari, io non dico che non si debba fare, ma non può essere la principale preoccupazione della Chiesa e dei fedeli: nostra insomma. Qui occorre ricominciare da un “noi lo famo così”, da una specie di “noi lo famo strano” come nel film di Verdone; arriverei a dire con provocazione a metà fra la battutaccia e l’annuncio profetico: noi “lo famo” in tre, io, te, e Lui. Noi facciamo il Sacramento, noi celebriamo il Sacramento.

Mi dolgo anch’io, certo, del disordine civile delle convivenze che un tempo si chiamavano “more uxorio”: ma alla fine anche il matrimonio civile è una specie di convivenza “more uxorio”, se si vuole essere rigorosi. Quel che conta è che la Chiesa – noi – salvaguardi il deposito della fede anche in questo campo, quel che conta è l’annuncio profetico dell’irruzione di Dio nella storia che costituisce il sacramento matrimoniale cristiano, consustanziale direi al matrimonio di Dio con l’uomo che fonda, appunto, la Chiesa.



29/12/2012 19:20 Mauro Antonio Calò
La società civile occidentale da decenni ha deciso di non puntare più sulla famiglia come cellula della società stessa. Vengono riconosciuti i diritti individuali della persona, non più è difesa la famiglia. Se questo sia funzionale ad un controllo sociologico e ed economico delle stesse persone lo lascio decidere agli esperti. Sicuramente la persona da sola per scelta o necessità è più debole.
Inoltre la nostra società è ormai caratterizzata dalla mancanza di fiducia reciproca, e quindi come fanno i giovani a fidarsi gli uni degli altri se dopo 2 o 10 anni si cambia idea, compagna, marito anche in presenza di figli? Perchè una giovane donna o un giovane uomo devono correre il rischio di perdere tutto quello che hanno costruito affettivamente e economicamente? Chi glielo fa fare?
Solo la fede in Cristo può fondare un tale progetto, che è a mio parere sopra le forze umane: infatti solo con il Suo aiuto e la sua Grazia lo si può attuare.
Persino gli Apostoli di fronte alla prospettiva di rinunciare alla possibilità di ripudiare il coniuge enunciata da Gesù si ritraggono spaventati( Matteo 19, 1-12 "...Gli dissero i suoi discepoli: se questa è la situazione dell'uomo rispetto alla donna , non conviene sposarsi ) . Ragionavano allora come ragionano adesso i giovani, da esseri umani, senza aver compreso il progetto di Dio (.. Così non sono più due, ma una sola carne..).
Questo vale per l'epoca di Gesù, per la nostra e per tutte quelle a venire e in tutto il mondo. In epoche passate è stata solo la legge ( di Mosè o dello Stato) a mantenere unite nel bene e nel male le famiglie.
Senza un progetto divino, superiore, che senso ha un contratto civile che può essere stracciato in un qualsiasi momento?
Le convivenze sono quindi il logico risultato delle logiche umane, incapaci di superare sè stesse per raggiungere un traguardo bellissimo ed eterno. Se non insegnamo ai nostri figli questo le convivenze saranno sempre più la regola, crisi o non crisi economica



29/12/2012 15:02 Marcello Torriani
Trovo lo spunto molto interessante. Ho avuto occasione di testimoniare in corsi per fidanzati. La quasi totalità delle coppie che ho conosciuto conviveva e dava per scontato un passaggio per questa esperienza. In molte di queste, confermo anche io, ho riscontrato molta progettualità. MA erano coppie che avevano alla fine deciso di sposarsi in chiesa. Quello che è vero è che bisogna quindi distinguere tra le coppie che in un progetto di vita trovano la convivenza come un passaggio "necessario", chi lo trova un passaggio "comodo" e chi invece non ci pensa proprio: per ciascuna è opportuno trovare il giusto messaggio di evangelizzazione.


29/12/2012 10:11 vincenzo da torino
Benissimo Luca! Servono analisi comportamentali, ma queste saranno sempre solo parziali e non totalizzanti. Si dovrà sempre rivolgersi a delle percentuali per comprendere le motivazioni di una convivenza. Mentre è solo la fede che indica la strada unica e maestra e la "vocazione" al matrimonio. Questa "vocazione" che va analizzata, capita , proposta.Diversamente credo si rishhi di ...arrampicarci sugli specchi. Non se ne esce tanto facilmente e si richia di impantanarsi con spreco enorme di forze.


29/12/2012 09:12 Gabriella
IL problema di fondo a mio avviso sono i legami spezzati sia nel matrimonio (evidenti per tutto l'iter legale...) che per la convivenza(non evidenti, un comodo trucchetto per aggirare l'ostacolo perchè in fondo una convivenza si può sciogliere in qualunque momento senza ricorrere al giudice..).In mezzo ci stanno i figli che respirano le scelte, i desideri dei genitori...Alla fine/inizio ci sta la fatica della scelta e della fedeltà che non sempre coincide con ciò che fa comodo adesso. Conclusione :lo sapevate che le visite pediatriche da parte di donne conviventi o divorziate sono statisticamente maggiori di coloro che vivono un normale matrimonio (probabilmente non perfetto)? Il pediatra viene consultato molto spesso anche per futili motivi....il bisogno di un punto di riferimento ,di conferme, aumenta proporzionalmente in base alla mancanza di un riferimento definitivo ...Questo se non altro è un dato oggettivo , la punta di un iceberg che può far riflettere ....e può diventare (a mio avviso ) il punto di partenza per un lavoro , che non metta al centro il proprio io e forse nemmeno Dio, ma almeno la persona.


29/12/2012 00:35 Luca crippa
Scusate, nel mio intervento c'è un errore. volevo dire: "E non di un "avere fede" inteso come un dovere..."
Il volontarismo della fede... uccide la fede.

Scusate l'errore e la ripresa.



29/12/2012 00:00 luca crippa
Penso anch'io che non ci sia un difetto di analisi in quel segnalare la mancanza di progetto in chi non si sposa. Qui la Chiesa ha ragione.
Vedo piuttosto un altro problema: che la Chiesa non sa parlare, testimoniare, comunicare il senso della vita intera come affidamento a un progetto pensato per me da Dio. Insomma: una Chiesa che non sa parlare di fede, punto. E di un "avere fede" inteso come dovere (e meno ancora come rispetto delle tradizioni, di questo abbiamo ancor meno bisogno). Ma un vivere la fede come uno sguardo che illumina le ricche, profonde, entusiasmanti prospettive della vita, a cominciare dall'amore.
Se non si annuncia la fede, perché dovrebberonesserci delle vocazioni? Perché quella al matrimonio, se ci pensiamo, è una vera e propria vocazione.

E poi, giusto per stimolare la discussione: amo la Chiesa, mia madre. La amo anche quando ne vedo le rughe e la stanchezza e la lentezza nel comprendere i suoi errori e ritardi. E uno di questi è la lentezza con cui si è arrivati a comprendere il valore di consacrazione e di comunione con Dio del matrimonio, a lungo invece trattato come "vocazione di serie B".
Son cose che si pagano.
Ma il problema principale, comunque, che riguarda oggi tutte le vocazioni nella Chiesa, è la sua fatica a parlare della fede e della vita nella fede e della vita dalla fede.



28/12/2012 21:46 Federico Benedetti
Concordo con quanto scritto da Claudia. Anche io posso riferire di amici e parenti che hanno scelto la convivenza per motivi analoghi o comunque, come afferma il documento della CEI, senza una vera progettualità. Non si può negare che, strada facendo, nella convivenza affiorino man mano dei progetti di coppia (la scelta di avere dei figli, la decisione di comprare una casa insieme, magari una proposta di matrimonio), ma ciò non toglie che all'inizio, e magari per molto tempo, la convivenza sia semplicemente una scelta poco impegnativa e di comodo. Come dovrebbe esprimersi allora la Chiesa?


28/12/2012 10:40 claudia
Ciao, sinceramente la mia esperienza è molto diversa da quanto tu racconti. Nel mio gruppo di amici di infanzia, su circa 10 coppie solo due sono sposate ( di cui una io e mio marito).
Gli altri convivono tutti e non certo per problemi di lavoro precario o d soldi.
Precari siamo tutti ( per primi io e mio marito che abbiamo rinnovi di contratto di anno in anno)e anche chi ha scelto di convivere ha cmq dovuto mettere in conto un mutuo o un affitto, per cui non è stata una scelta dovuta alle precarietà attuali o alla crisi ma una vera e propria scelta ideologica basata sul fatto che essi non credono che il matrimonio porti qualcosa in più rispetto alla convivenza. Neanche il matrimonio civile. Dicono che non è un contratto a dover definire il loro amore e che stanno bene così ( alcuni anche con i figli). Stessa cosa tra i miei colleghi di lavoro, molti convivono da anni, hanno mutuo e figli e non si sposano per scelta e non per mancanza di opportunità. Anche perchè..se il vero problema fosse la precarietà lavorativa non si dovrebbe neanche andare a convivere perchè il vero costo non è il matrimonio in sè ( che si può fare anche con una spesa contenuta) ma la casa (affitto o mutuo che sia) e il mantenimento di essa. Se questo può essere previsto in una convivenza....allora perchè non sposarsi? Questa è almeno la mia esperienza fra le persone che ho accanto e che conosco, e ti dico anche che tutti gli amici della parrocchia, invece, che si sono voluti sposare, hanno trovato il modo di farlo perchè non si sono dati l'alternativa della convivenza. Io penso che sia importante , come dici, tu, non ergersi a giudici, ma cercare di comprendere le motivazioni che stanno dietro a un cambiamento sociologico così forte. Sembra che per molti la parola matrimonio non abbia più significato.E' secondo me su questo ce va fatta una seria riflessione e ca data una forte testimonianza da parte di chi, invece, ha fatto questa scelta quasi controcorrente ormai!



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Alessandro Speciale

Romano ma di formazione pisana, 30 anni, sposato, è giornalista vaticanista per l'agenzia Asca, scrive per Jesus e GlobalPost.com, collabora con la Radio Svizzera Italiana e Al Jazeera English, e viaggia ogni volta che può.

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