Fare il prete al Sud come Puglisi
di Giuseppe Savagnone | 28 novembre 2012
In troppe parrocchie invece di rivoluzionare il mondo e la storia, il cristianesimo proposto è funzionale al mantenimento degli assetti disumani circostanti

Il prossimo 25 maggio sarà beatificato, a Palermo, don Giuseppe Puglisi. Sarà una festa per la fede, perché il sangue di un martire è prezioso agli occhi di Dio e contribuisce vigorosamente alla crescita della comunità ecclesiale. E sarà una festa anche per la coscienza civile di tanti, che vedranno solennemente riconosciuto dalla Chiesa il significato di una lunga battaglia, ancora non conclusa, che ha accomunato e accomuna credenti e non credenti nell'impegno di riscattare la Sicilia dal dominio della mafia.

Ma, oltre che una bella ricorrenza, la beatificazione del parroco di Brancaccio ucciso il 15 settembre 1993 dalla mafia è l'occasione per una riflessione che, a partire dalla sua persona e dal suo modo di interpretare il sacerdozio ministeriale, coinvolge inevitabilmente il problema della presenza dei cristiani nella società meridionale.

Padre Pino Puglisi - "3P", come lo chiamavano scherzosamente i suoi ragazzi - non era uno dei cosiddetti "preti anti-mafia", che pure a Palermo operavano ed erano ben noti. Il suo stile, estremamente discreto, non lo portava in primo piano sui mezzi di comunicazione. Non tuonava denunzie, non faceva conferenze stampa, non si può dire neppure che fosse in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata (e infatti, a differenza di alcuni suoi confratelli presbiteri, non aveva scorta).

Faceva il prete. Questo sì. E lo faceva con estrema coerenza. Credeva fermamente nel Vangelo. E la sua fede lo portava a vedere in modo nuovo tutta la realtà. Perciò, da prete, non si occupava solo dei riti che si svolgono fra le mura del tempio (forse anche perché le chiese che gli furono assegnate, prima a Godrano e poi a Brancaccio, erano quanto mai scalcinate e poco ospitali), ma si sforzava di interpretare anche la vita che si svolge per le strade, in mezzo alla gente, come una grande liturgia che deve celebrare il Signore. Una liturgia che ha al centro Cristo, ma che è degna di lui solo se coinvolge e valorizza anche l'uomo, perché l'uomo è la gloria di Dio.

Così don Pino Puglisi si trovò a mettere in primo piano - non a fianco, ma nel cuore stesso della sua opera pastorale - alcuni grandi temi che sono al centro del cristianesimo e che riguardano l'umanità dell'uomo: la speranza in un futuro diverso e la possibilità di impegnarsi perché le cose cambino davvero - contro il fatalismo che aleggia nella cultura siciliana; l'importanza della dimensione comunitaria, al di là degli angusti confini del clan, per costruire insieme una nuova società - contro l'individualismo e il familismo tradizionali; la responsabilità di ognuno verso tutti - contro la "saggezza" che invita a farsi i fatti propri.

Senza fare comizi contro la mafia, senza ricorrere ad altro vocabolario che a quello del Vangelo, le tagliava l'erba sotto i piedi, educando i giovani a liberarsi dai presupposti culturali su cui essa fonda il suo potere. Per questo la mafia individuò in lui, nel prete dimesso che parlava solo del Vangelo - ma ne traeva tutte le implicazioni - , il suo nemico più pericoloso, e l'uccise.

È una storia semplice, che suscita, irresistibilmente, una domanda: come mai, se don Pino Puglisi altro non faceva che il suo "lavoro" di prete, non vengono uccisi anche gli altri sacerdoti?

Una risposta univoca, evidentemente, non si può dare. Ma, tra quelle plausibili, ce n'è una che vale almeno per un buon numero di casi. Ed è che molto spesso la pastorale non incide in modo reale sul territorio circostante la parrocchia e non ne minaccia gli equilibri. Un certo numero di presbiteri, anche in perfetta buona fede, anche fedeli ai loro doveri "ufficiali", non sono pericolosi per la mafia (come in altre regioni, non lo sono per altri flagelli locali), perché interpretano il loro ruolo in modo quasi esclusivamente ritualistico. Invece di rivoluzionare il mondo e la storia, il cristianesimo che essi propongono è funzionale al mantenimento degli assetti disumani circostanti, rispetto ai quali costituiscono al massimo un'oasi consolatoria.

E ora, il 25 maggio, la beatificazione dell'umile "3P" rischia di essere anch'essa solo un momento ritualistico e retorico, se non avremo il coraggio di dire, ad alta voce, che i martiri non vanno celebrati, ma imitati.

02/12/2012 21:25 Giuseppe Savagnone
Chi mette per iscritto il suo pensiero non può che essere grato a chi si prende la briga di leggerlo. Perciò a don Cristiano Mauri sono debitore del tempo e dell'attenzione che ha dedicato al mio articolo, anche se non gli è piaciuto. Nel ringraziarlo, vorrei però aiutarlo a mettere meglio a fuoco la differenza tra ciò che io dico e ciò che lui ha creduto di leggere, accusandomi addirittura di essere uno di coloro che uccidono, anche se non con la pistola, i presbiteri che lavorano e si sacrificano. Se don Mauri avrà la pazienza di rileggere il mio testo, potrà constatare che in esso si parla di "un certo numero di presbiteri" che non svolgono una pastorale adeguata al territorio, per di più riconoscendone la buona fede. E' evidente, dunque, che anch'io conosco l'esistenza di altri preti, che invece fanno tutte le cose che don Mauri dice, anche se non vengono uccisi fisicamente. Segnalo soltanto il fatto che non sono sufficienti, a quanto dicono i fatt di cui siamo ogni giorno testimoni (almeno al Sud...), a rendere la vita della maggioranza delle persone più conforme allo stile evangelico.Quanto alla conclusione del mio pezzo, che don Mauri giudica "qualunquista e superficiale", penso che sia abbastanza corretto augurarsi che, alle parole celebrative, che in questi casi non mancano mai, seguano innovazioni concrete della nosra pastorale, capaci di renderla più incisiva. E credo proprio che don Pino, nella cui diocesi vivo e di cui ero amico personalmente,sarebbe stato d'accordo con me.


28/11/2012 11:11 Francesca Vittoria
come non convenire che "i martiri non vanno celebrati, ma imitati" è qui e tutto qui il dramma della solitudine, perchè è questa che emerge, se i combattenti per una unica causa si in contrassero - come ormai in tutti i livelli di istituzioni si è compreso che è nell'unità di intenti che radica la forza, ecco che sarebbe stato più difficile per gli avversari, pensare di eliminare quell'uno meno importante, senza potere se non quello di Gesù Cristo che a sua volta è stato tolto di mezzo. Una nuova evangelizzazione sembra essere partita proprio anche da questo modesto prete siciliano che non aspirava agli onori degli altari ma a fare del bene intorno alla sua gente,


28/11/2012 10:42 don Cristiano Mauri
Non si uccide solo con la pistola.
Di preti che lavorano come don Pino col Vangelo in mano senza fare comizi e contrastando i "poteri antievangelici" dei flagelli locali ce ne sono. Eccome.
E vengono uccisi. Altrochè.
Anche da chi come Giuseppe non si rende conto della loro esistenza.
Li conosco i miei confratelli che non scendono a compromessi, che non si chiudono in ritualismi, che si immergono nelle situazioni in cui sono posti cercando di evangelizzarle dall'interno, che lottano contro le parrocchie stile "oasi consolatoria".
E per questo vengono uccisi.
Con l'isolamento. Le insinuazioni. Le ripicche. Le piccole ritorsioni. Le minacce. Lo stalking. La calunnia. I piccoli furti. I danneggiamenti. I ricatti. L'abbandono.
E magari, proprio per lo stile evangelico che hanno abbracciato, scelgono di tacere le loro sofferenze e persecuzioni.
Ma le pistole fan rumore. Altro magari no, ma non significa che sia meno letale.
Il fatto che non corrano pistolettate non significa che non esistano situazioni violente, che non accadano violenze e che non ci siano morti.
Di sacerdoti - e di laici!!! - ne vengono uccisi, invece, senza il fragore delle armi da fuoco. Pensare che ciò non avvenga solo perchè non si arriva alla eliminazione fisica è quantomeno miopia.
Il silenzio di certi martiri di cui non si avrà mai notizia non deve permetterci di essere superficiali, nè qualunquisti; domanda invece rispetto ancora più grande.
E il fatto che esistano preti conniventi non può essere affatto lo spunto per alcun tipo di inferenza sugli altri.

Conosco bene la figura di don Pino. Ci abbiamo lavorato coi giovani qualche anno fa appassionandoci e andando anche a Brancaccio per conoscere dal vivo la realtà.
Consentitemi di dire il mio fastidio nel vedere associata una figura tanto grande ad una riflessione conclusiva tanto qualunquista e superficiale.
Ne immagino dispiaciuto pure 3P.



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Giuseppe Savagnone

Giuseppe Savagnone, docente nei licei statali per 41 anni, è dal 1990 direttore dell'Ufficio per la pastorale della cultura nella diocesi di Palermo. Membro del Forum per il Progetto culturale, divide il suo tempo fra un assiduo impegno di formazione umane cristiana dei giovani universitari, nella sua parrocchia, e l'attività di pubblicista e di scrittore, che lo porta in giro per l'Italia a tenere conferenze e relazioni, soprattutto in convegni ecclesiali.

 

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