Il significato della povertà
di Dorothy Day | 14 novembre 2012
La Conferenza episcopale degli Stati Uniti ieri ha espresso parere favorevole alla causa di beatificazione di Dorothy Day. E allora oggi riascoltiamo le sue parole

Ieri - quando in Italia ormai era già sera - la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, riunita in questi giorni in assemblea a Baltimora, ha espresso parere favorevole alla causa di beatificazione di Dorothy Day (1897-1980), figura singolare del cattolicesimo americano: donna dalla vita travagliata, grande attivista per i diritti sociali e per la pace, voce scomoda per gli articoli che pubblicava sul Catholic Worker e insieme straordinario esempio di una mistica del quotidano (clicca qui per leggere un suo profilo più completo, al di là di questi pochi tratti).

Gioendo per questa scelta oggi vogliamo lasciare a Dorothy Day stessa la parola, proponendo un suo brano intitolato "The meaning of poverty", tratto dalle  "Reflections during Advent"  (3 dicembre 1966). Siamo debitori per la traduzione italiana al blog Giorno per giorno. Vangelo e vita tra i poveri di Goiás (Brasile) da cui l'abbiamo tratta.

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Charles Peguy in uno dei suoi poemi - «Dio parla» - racconta la storia del figliol prodigo e commenta: «Questo è il tipo di Padre che abbiamo, che ama alla follia, che perdona settanta volte sette, che si precipita fuori ad abbracciare e festeggiare il figlio prodigo». Questo è il tipo di amore che dobbiamo avere per i poveri. Il tipo di amore che è disposto a dar via il mantello, se ti è chiesto il mantello.

Nessuno è troppo povero per aiutare un altro. I racconti del Nuovo Testamento sono quelli dell’obolo della vedova, dei pani e dei pesci del ragazzino, del mantello, del tempo dato quando ci è richiesto di andare un altro miglio. Un racconto russo che mi commosse profondamente è stato «Il ladro onesto» di Dostoevskij. È la vicenda di un sarto laborioso ridotto a vivere nell’angolo di una stanza, che tuttavia non esitò a prendere con sé un poveraccio che aveva incontrato. L’ospite mendicava e beveva e il sarto lo sospettò di avergli rubato il suo unico tesoro, un vecchio cappotto dell’esercito. Gli parlò allora con asprezza, ma quando il ladrò scappò via, il sarto andò a cercarlo e se lo portò indietro nel suo angolo di casa per prendersi cura della sua malattia. «L’amore è la misura su cui saremo giudicati» . Ed è non giudicando che anche noi non saremo giudicati.

Penso spesso a quanti hanno lasciato la Chiesa a causa dello scandalo delle sue ricchezze, il lusso della Chiesa che cominciò fin dai primi giorni, forse addirittura quando gli apostoli discutevano su chi doveva essere il primo nel regno e quando i poveri hanno cominciato a lamentarsi di chi riceveva di più dalla mensa comune, gli ebrei ellenisti o quelli di Gerusalemme. San Paolo, dal canto suo, denunciò il disprezzo verso i poveri e il servilismo nei confronti dei ricchi, e san Giovanni nell’Apocalisse parlò dello scandalo delle chiese «in cui si è raffreddata la carità». È sempre stato così nella Chiesa. Da un lato la lotta per il distacco dalle cose, per crescere nella vita soprannaturale che sembra a volte così innaturale quando la vista è offuscata. 

Grazie a Dio per i sacramenti, l’alimento di vita che possiamo ricevere per rafforzarci. Grazie a Dio per la Parola fatta carne e per la sua Parola nelle Scritture. Grazie a Dio per il Vangelo che santa Teresa  appuntava vicino al cuore e che l’assassino Raskolnikov ascoltò dalle labbra di una prostituta e portò con sé in una prigione siberiana. La Parola è la nostra luce e la nostra comprensione, ed è anche il nostro cibo.

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