Quando non vogliono venire a Messa
di Federico e Mariapia Citron | 13 ottobre 2012
Dopo «Non ci capisco niente» ed «È una cosa per grandi» il colpo basso di un tipetto di nove anni: «Voi mi portate a Messa. E se Dio non esiste?»

Quando eravamo freschi genitori coltivavamo una certezza: i nostri figli, vedendo che noi partecipiamo alla Messa con entusiasmo, ci seguiranno senza far problemi. La fede si succhia con il latte materno, pensavamo. Avevamo in mente foto e immagini che ritraggono famiglie belle serene a Messa e ci vedevamo proiettati in esse. Ma ben presto abbiamo dovuto iniziare a fare i conti con una realtà molto diversa, meno poetica e ben più prosaica.

Fino ai quattro-cinque anni i bambini a Messa ci sono venuti senza porre grosse obiezioni. Tentativi di resistenza talora ci sono stati, ma non è stato difficile vincerli. Ma già in questa fase la concretezza della nostra esperienza ha iniziato a discostarsi dalle immagini ideali che sognavamo: piccoli e grandi litigi da gestire, il più piccolo che vuole stare in braccio, distrazioni, uscite a voce alta sempre nei momenti di silenzio, le invenzioni e gli stratagemmi per superare lo scoglio dell'omelia... Più di una volta siamo usciti dalla chiesa "provati"...

Il bello, però, è venuto con l'inizio della scuola elementare. Perché lì il nostro "sogno" si è incrinato del tutto dinnanzi ad "argomentazioni" difficili da controbattere con il ragionamento: "la Messa è tempo perso"; "non ci capisco niente"; "è una cosa per grandi"; "della mia classe ci sono solo io"; "solo voi ci obbligate, gli altri genitori sono più buoni e lasciano che siano i figli a scegliere", "perché devo ascoltare la predica in cui viene ridetto il vangelo?"; fino all'attacco più doloroso sferrato da un tipetto di nove anni: "voi mi portate a Messa, e se Dio non esiste?".

Evidentemente i piani del confronto sono molto distanti: da un lato noi genitori puntiamo sull'importanza di un tempo dedicato a chi ci ha creato e ogni giorno ci accompagna con il suo sguardo d'amore (troppo difficile, per maschi delle elementari, avventurarsi su "progetto di Dio", "ascolto della Parola", sul rendere grazie...); dall'altro i figli che valutano in base al criterio del mi piace/non mi piace e dell'utile/inutile. Nonostante tutto non abbiamo mollato e non molliamo. Ogni settimana riprendiamo il filo del discorso sperando che qualche nuova breccia si apra. I figli a Messa continuano a venire; il più grande, che fa le medie, è chierichetto, e questo lo stimola a partecipare più degli altri due che sono alle elementari. Ma quando non avremo più la forza di imporre l'"obbligo" cosa succederà?

Sappiamo bene che la questione è complessa. Non dipende solo dai genitori, come la nostra esperienza (che sappiamo comune a tanti amici) insegna, e non dipende solo dalle liturgie più o meno animate. Dipende da entrambe. E dipende forse anche dal fatto che nelle celebrazioni la comunità non si rivela come "famiglia di famiglie". Soprattutto per i ragazzi. Noi adulti, infatti, a Messa incontriamo sempre persone con cui coltiviamo relazioni e quindi in chiesa ci sentiamo conosciuti, da Dio certo, ma anche da qualcuno con cui ci scambiamo parole non formali. Ma i bambini? Tolti i cinque-dieci chierichetti, quelli presenti assiduamente con i genitori e i nonni si contano sulle dita di una mano. I banchi loro riservati sono deserti. Quindi quelli che a Messa ci vanno non possono gustare la bellezza dello "stare insieme". Forse c'è un "prima" e un "dopo" Messa su cui si potrebbe ragionare per far tornare ai bambini la "voglia di Messa".

Non abbiamo ricette. Abbiamo solo un "sogno" che da soli non riusciamo a realizzare.

17/10/2012 12:31 Ireneo
Sono convinto che Gilberto Borghi abbia centrato un punto davvero cruciale, e lo ringrazio.

In particolare credo che l'identico ragionamento valga anche per la pastorale, dove il parroco dovrebbe porsi al medesimo modo (cercavo di dire più o meno la stessa cosa a Don Nicola nel post "riflessioni sul concilio"); e per l'evangelizzazione, dove su larga scala il concetto non può essere ovviamente applicato, ma si può declinare nella forma della tolleranza e promozione dei carismi più differenti.



17/10/2012 12:07 gilberto borghi
E' interessante notare come nei temi educativi ognuno riversi la prorpria esperienza vissuta e solo da li sembra trarre indicazioni sul come e cosa fare. Compreso quando, dentro a questa, ci mettiamo anche i principi generali che sembrano per noi verità assolute.
Ho imparato in classe, sulla mia pelle, che di solito queste strade non portano molto lontano. Chi obbliga, spesso produce l'effetto contrario, anche perchè obbligare in una società solida, che da riferimenti certi non è certo l'obbligre di oggi, in cui la confusione regna sovrana e la framentazione impedisce ogni ricerca di senso. L'obbligo resta fine a se stesso! E appena si può se ne esce. Tollerare ha lo stesso identico effetto, perchè non da nessun confine e nessuna indicazione a chi invece ne avrebbe bisogno, proprio perchè viviamo nella confuione e frammentazione. E allora? Io non trovo di meglio che smetterla con i ragionamenti generalizzanti e concentrarmi sulle singole persose e sulle singole realtà di gruppo. Ogni persona ha una sua strada e un suo modo per essere aiutato. E la sfida educativa di oggi è proprio questa: riuscire a trovare il modo giusto per quella perosna li, quel gruppo li, e non per tutti. Perciò chi da fuori contesto crede di poter giudicare, difficilmente ha i dati sufficienti per farlo. Assunta ha ragione. Non ci sono ricette. C'è una relazione da vivere, dal di dentro. Le regole servono le perosne, mai viceversa.



16/10/2012 15:39 maria
Mia nonna mi diceva che già ai suoi tempi i bambini non volevano andare a Messa, lei per esemèpio dall'età di dieci anni non ci voleva più andare . ma a quei tempi gli adulti non discutevano e non dialogavano: i bambini dovevano obbedire, li si "obbligava".
Questo obbligo, come del resto l'obbligo di studiare , di fare i compiti, di lavarsi le mani , di non dire parolacce, ecc, è stato dopo gli anni sessanta vissuto come una prevaricazione nei confronti dei bambini. Da allora in poi i bambini devono fare "quello che si sentono" non devono essere obbligati, secondo i moderni dettami psico-pedagogici.
Ma che succede se solo pochi bambini, la minoranza assoluta, si sentono spontaneamente di fare di compiti, di studiare ,di esser rispettosi e ubbidienti, e di andare la domenica alla Messa? Succede che gli adulti si trovano spiazzati . Non possono più obbligare ,possono solo chiedere , cercare di persuadere colle buone "caro, ti piacerebbe andare alla Messa? " e se si sentono rispondere un bel NO , cosa possono fare? Gli adulti odierni si sono creati essi stessi i problemi di cui oggi si lamentano: lasciando che i bambini facciano quello che vogliono, si sono accorti che quello che realmente vogliono i bambini non è QUASI mai quello che vogliono i loro genitori o educatori!!!



15/10/2012 02:35 Elena

Nella mia parrocchia c'è la consuetudine della Messa per tutti i bambini insieme, al sabato pomeriggio al termine del settimanale incontro di catechismo (età di scuola elementare, dalla seconda alla quinta). Non è, con questo, che ci vadano più volentieri o che vi prestino maggiore attenzione (quanti richiami per chiacchiere o distrazioni varie!), però in questo modo imparano a conoscere anche il momento essenziale della Messa, oltre agli elementi della fede che si cerca di comunicare loro con il catechismo nella speranza che almeno qualche piccolo seme porti frutto... L'omelia, ovviamente, è a misura di bambino e cerca di suscitarne l'attenzione.
Il problema sono piuttosto i genitori: accompagnano i bambini al catechismo e poi vengono a prenderli dopo la Messa, ma sono pochi quelli che alla Messa partecipano. E il parroco, negli incontri con loro, prova a richiamarli: che esempio date ai vostri bambini?
E' evidente che, se non ci fosse questa modalità, ben pochi bambini andrebbero a Messa e, una volta conclusi gli anni del catechismo, la Messa resterebbe una perfetta sconosciuta.
E' purtroppo assai probabile che, in seguito, se non partecipano ai gruppi associativi e se in famiglia non vi è pratica religiosa, molti di loro abbandonino comunque la Messa festiva, tuttavia qualche fondamento di partecipazione comunitaria all'Eucarestia si è cercato di darlo, almeno in parrocchia.
Dove non vi è questa consuetudine, io non trovo affatto scandaloso che, ove vi siano diversi bambini, si cerchi di rendere più comprensibile per loro la "Mensa della Parola" (durante le letture e l'omelia); l'ho visto fare una volta anche all'estero, e mi era sembrata una buona idea.
I genitori cristiani, oltre che trasmettere la fede, possono solo pregare e confidare nel Signore, perché ogni figlio è diverso e sovente non si vede il frutto di ciò che si è cercato di seminare... ma il seme rimane nel cuore dei figli, insieme all'amore dei genitori, e "ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio".




13/10/2012 18:37 Mariarosa Ridolfi

E io che mi crucciavo perché la mia fede ho cominciato a coltivarla quando il piccolo faceva la quinta elem. perché mancava la catechista e ci ho provato io. Pensavo che se fossero cresciuti in un ambiente più preticante.... ( anche se siamo sempre andati a messa) mio figlio ora 20 enne ci va tutte le domeniche, perché sa che ci tengo io, l'altra, 22enne è un sacco di tempo che ha mollato, vive a berlino in mezzo ai protestanti, che preferisce, ma sa che io prego ogni giorno per lei. ogni tanto le dico" io prego, tu almeno ringrazia Dio dei doni che ti fa ogni giorno" secondo me, nel bisogno, riscoprono la fede, se l'hanno respirata in casa.




13/10/2012 16:54 Massimo Menzaghi

da genitore penso che quello proposto non sia il problema principale, ma IL sintomo principale della difficoltà di trasmettere la fere ai propri figli...
non ne faccio una colpa alle singole parrocchie/parroci/laici perchè anch'io come genitore dovrei certamente fare di più, certo che nascere e crescere in certe parrocchie è un bell'aiuto e una bella fortuna, che certo non guasta...




13/10/2012 16:12 Federico Benedetti

Le liturgie "alternative" vanno bene per i bambini piccoli, ma quando iniziano la catechesi è giusto che si abituino al linguaggio e ai gesti della messa. Non è facile, ci vuole tempo e pazienza ma è l'unico modo per trasmettere che la messa non è solo un momento qualsiasi della vita di una comunità cattolica, ma il momento culminante, dove si crea e si alimenta la comunione tra i fratelli e l'incontro con il Signore. Gli "esperimenti" come quello descritto da Andreatta vanno bene per i ritiri spirituali o per qualche occasione particolare, ma la messa domenicale deve essere proposta ai bambini senza riduzioni e scorciatoie, nonostante le difficoltà che inevitabilmente si trovano ad affrontare genitori e bambini, come hanno testimoniato nel post Federico e Mariapia.




13/10/2012 15:59 lycopodium
Innanzitutto, a parziale consolazione dei sigg.ri Citron, giova ricordare che "I nostri figli non sono figli nostri" (mio adattamento da Gibran). I genitori fanno solo quello che possono e una cosa che non possono proprio fare è sostituirsi ai figli nel massimo loro piacere, vale a dire "sbagliare"...
Detto questo, e totalmente approvato quanto dice il "cuor gentile" di Nico, resto invece terrorizzato dalla riforma liturgica alla Andreatta.
Se è questo che attende le future generazioni, non mi stupisco perché vogliano girare al largo preventivamente.



13/10/2012 15:28 Diego Andreatta
Curare la liturgia della Parola "riservata" ai bambini o ai ragazzi è una "risposta" attuata - con varianti - in alcune parrocchie: dopo l'accoglienza comune fin dopo il Gloria (per sentirsi dentro la famiglia dei grandi) ci si sposta in una sala attigua (o nella cripta) dove alcune coppie di genitori a turno introducono e leggono la Parola, anche solo il Vangelo, per "spiegarlo" poi ai figli e concludere con un segno-preghiera da riportare all'assemblea all'offertorio. I vantaggi possibili: i bambini sentono che è un momento per loro e lo vivono in compagnia; comprendono le letture e il loro significato; ritrovano il clima del cammino di catechesi; evitano che il celebrante debba fare un'omelia infantilita che non soddisfa nè i piccoli nè i grandi; vedono i loro genitori a turno impegnati per la comunità nell'animazione; ritornano nell'assemblea per la liturgia eucaristica dove alcuni segni favoriscono la loro partecipazione (dall'avvicinarsi all'altare per la consacrazione, al Padre Nostro tenendosi la mano, al canto finale eseguito insieme).Tutto così facile? No, certo, ma lo sforzo graduale dei "criptici" (come nella nostra parrocchia abbiamo chiamato i genitori che curano la Parola per i bimbi in cripta) spesso val bene una...Messa. Se poi si riesce a propore questa modalità, almeno per i tempi forti, anche ai ragazzi delle medie, ancora meglio.


13/10/2012 09:14 assuntas
Sono molto grata a Federico e Mariapia per questo intervento, che mostra come ci troviamo di fronte ad un problema per il quale non abbiamo soluzioni pret-à-porter.
Il lavoro necessario per far ri-scoprire la bellezza e il valore della partecipazione all'Eucaristia si presenta lungo e difficile, soprattutto perchè occorre agire su più fronti.
Uno di questi consiste nel fornire motivazioni, che vadano oltre il concetto di 'dovere': è quello che chiedono i bambini, e nella loro splendida capacità di andare al cuore delle cose, danno voce ad una domanda di fondo, che abita a mio parere la mente e il cuore di tanti credenti, e che pervade la nostra cultura-ambiente.



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Federico e Mariapia Citron

Federico Citron, classe 1969, redattore del settimanale diocesano L'Azione di Vittorio Veneto, e Mariapia Carnelos, classe 1968, collaboratore amministrativo in un'azienda sanitaria locale. Le nostre strade si sono incrociate una ventina di anni fa nella Caritas diocesana grazie alle esperienze del servizio civile e dell'anno di volontariato sociale. Sposati nel 1998, siamo genitori di Samuele, nato nel 2000, di Leonardo (2003) e di Matteo (2006). L'impegnativa famiglia ha rivoluzionato la nostra vita obbligandoci ad "allentare" (quando a non mollare definitivamente) gli impegni parrocchiali e le esperienze giovanili. Da qualche tempo ci siamo "riaffacciati" in parrocchia collaborando con il parroco nei percorsi di preparazione al battesimo.

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