Riflessioni sul Concilio
di Gruppo del Vangelo (Trento) | 11 ottobre 2012
Un gruppo di famiglie, un lavoro di un anno sui testi del Concilio. E una lettera indirizzata al proprio vescovo per rilanciare su quella strada

L'abbiamo visto anche in questi giorni su Vino Nuovo: ci sono tanti modi di parlare dei 50 anni del Concilio Vaticano II. E oggi - proprio nell'anniversario dell'apertura - vogliamo presentarne un altro che ci piace soprattutto per il metodo. A Trento un gruppo di famiglie ha preso in mano per un anno i testi del Concilio riflettendo su che cosa possa volere dire oggi rilanciarli non in maniera generale, ma nella vita concreta di una Chiesa locale, mettendo in gioco prima di tutto se stessi. Il risultato è questa lettera aperta indirizzata al proprio vescovo che qui sotto pubblichiamo.

N.B. Piccola nota tecnica: da oggi i commenti dei lettori agli articoli di Vino Nuovo appaiono direttamente in fondo ai testi insieme allo spazio per aggiungere il proprio. Una novità che vuole valorizzare il pensiero di tutti e speriamo renda più semplice il dibattito.

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A monsignor Luigi Bressan, arcivescovo di Trento

Desideriamo condividere con Lei e con la Chiesa di Trento alcune riflessioni maturate nel corso di un anno di incontri che il nostro gruppo ha dedicato a una rilettura del Concilio Vaticano II, dei suoi documenti e della loro attuazione nella Chiesa di oggi e nella nostra vita quotidiana di credenti.

Il nostro intento non è commemorativo: abbiamo cercato di mettere a fuoco cosa il Concilio dice oggi a noi, che ci caratterizziamo per essere un gruppo di famiglie, di persone impegnate in politica, di lavoratori, di educatori, di persone che operano nella comunicazione.

Ci sentiamo figli del Concilio perché ci siamo formati cristianamente nel clima di rinnovamento conciliare e vorremmo rilanciare la visione di speranza e di apertura che ha caratterizzato quella stagione della Chiesa.

Ci sentiamo radicati nella visione di Dio, della Chiesa e del mondo che emerge dai documenti del Concilio e ci sentiamo in cammino verso una sua sempre più piena attuazione:

- Dio è Padre, che rivolge il suo sguardo amorevole su ogni creatura

- la Chiesa è comunità di credenti, segno di speranza, testimone dell'amore di Dio, sale e lievito per il mondo

- il mondo è famiglia umana chiamata dal Padre a un disegno universale di comunione che è meta e fine della storia, all'interno del quale trovano spazio e senso i percorsi, le scelte, i progetti attuati responsabilmente da ogni uomo e donna "di buona volontà".

Centralità della Parola

"La lettura della sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera, affinché si stabilisca il dialogo tra Dio e l'uomo" (Dei Verbum, n.25)

Come gruppo del Vangelo abbiamo messo al centro della nostra riflessione il documento conciliare Dei Verbum sulla Rivelazione.

La Rivelazione non è data una volta per tutte ma si attua continuamente attraverso la Parola di Dio (sempre nuova per la risposta che suscita in ogni generazione di credenti) e attraverso gli eventi della storia umana.

Una comunità che vuole essere attenta a ciò che Dio ha da dire al mondo deve imparare a discernere il disegno del Padre attraverso una lettura attenta della Parola e delle vicende umane; ciò significa leggere anche la storia contemporanea come Rivelazione

E' importante che la Parola di Dio venga maggiormente valorizzata nella liturgia, nella pastorale e nella catechesi: la Parola deve essere ascoltata nella comunità e con la comunità e non solo meditata individualmente.

I laici possono collaborare con il sacerdote nello spiegare la Parola, anche nell'omelia, perché tutti percepiscano che essa parla alla vita di ciascuno di noi. Per favorire l'ascolto profondo della Parola sentiamo l'esigenza che ci sia equilibrio nella Messa tra proclamazione della Parola, omelia e tempi di silenzio, in modo da aiutare i fedeli a ricordare, assimilare e vivere quanto ascoltato nelle letture liturgiche.

Anche al di fuori della celebrazione, crediamo necessario che le varie realtà ecclesiali e associative di ispirazione cristiana tornino a mettere al centro della loro attività l'approfondimento, lo studio e il confronto sulla Parola di Dio, perché ognuno possa trarne alimento per la sua vita. Constatiamo infatti con preoccupazione una diffusa ignoranza del testo biblico e una ricerca di spiritualità spesso non sufficientemente ancorata alla Parola. Proviamo disagio di fronte ad alcune forme di religiosità popolare che portano a fuggire dalla dimensione del quotidiano e a inseguire ciò che si presenta come straordinario, carismatico, emotivamente coinvolgente. E' necessario comprendere i bisogni che queste forme di religiosità esprimono e dare loro una risposta evangelica liberante; pensiamo che certe forme di devozione vadano educate, e che molti segni esteriori vadano purificati.

Coscienza morale e libertà

"L'uomo può volgersi al bene soltanto nella libertà" (Gaudium et Spes, nn. 16-17)

L'uomo che vive nel mondo "in situazione" dovrebbe agire ascoltando responsabilmente la voce della coscienza. Occorre riaffermare il primato della coscienza nella vita morale, ricordando però che la coscienza va formata ed evitando che tale primato diventi un alibi per una fede fai da te.

Per sfuggire a questo rischio crediamo che la fede non debba essere individualistica ma che debba crescere nel confronto con la comunità, che educa a comprendere e a fare discernimento, perché ogni cristiano possa aderire e non passivamente obbedire alla legge morale.

La parola obbedienza, come la parola precetto, può avere oggi risonanze negative perché suggerisce una condizione servile. Noi desideriamo invece essere "liberi e fedeli in Cristo", secondo un'espressione di B. Häring.

Chiesa, popolo di Dio

"I fedeli che, dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo di Dio." (Lumen Gentium, n.30)

Riteniamo che i laici debbano contribuire all'elaborazione del pensiero etico della Chiesa e al rinnovamento del suo linguaggio. I pastori devono saper raccogliere le indicazioni che vengono dalla comunità anche in questo campo. Auspichiamo che non si ostacoli il protagonismo dei laici nelle strutture rappresentative della Chiesa e la loro partecipazione alla elaborazione del Magistero, non come voci singole o come consulenti scelti dall'alto, ma come persone che esprimono il vissuto quotidiano del popolo di Dio, in uno spirito di corresponsabilità e non di mera collaborazione con i pastori della Chiesa.

A tal fine pensiamo che si debba porre il problema della rappresentatività dei laici che operano nella Chiesa e che debbano essere incentivate forme di collegialità a tutti i livelli della vita ecclesiale. Esiste già l'esperienza dei consigli pastorali, che però hanno ancora, molto spesso, un ruolo limitato e ancillare.

Crediamo anche che si debba rilanciare il tema tipicamente conciliare della "ministerialità" all'interno della comunità cristiana, perché vengano valorizzati gli specifici carismi di laici e presbiteri, uomini e donne. Vorremmo che i sacerdoti fossero meno presenti negli uffici, a svolgere mansioni organizzative, e più presenti tra la gente, ad annunciare la Parola.

La Chiesa non deve essere identificata solo con chi parla da un pulpito, per istruire i fedeli raccolti sotto il campanile, ma è comunità di credenti, ed è, all'interno della società, una voce capace di dialogare con altre voci, su un piano di parità. Un esempio significativo è, nella nostra Chiesa, l'esperienza della Cattedra del confronto.

Non si tratta di inventare da zero un modello di Chiesa, ma di individuare e rilanciare molte "buone pratiche" che già esistono e che si sono sviluppate proprio sulla scia del rinnovamento conciliare. Molto si è fatto e si sta facendo sul piano della missionarietà (intesa anche come reciprocità: molte parrocchie, ad esempio, hanno saputo dare piena accoglienza a persone provenienti da diverse parti del mondo) e della carità (non più vista come semplice elemosina ma come impegno per la promozione umana e la giustizia). Ci sono però anche esperienze positive che mostrano oggi segni di logoramento e stanchezza, dopo il fiorire di iniziative a cui si è assistito negli anni postconciliari.

La Chiesa si trova oggi in una condizione di minoranza. Tale condizione non va vista solo in negativo, come decadenza e perdita (che può provocare in alcuni atteggiamenti di angoscia, autodifesa e arroccamento), ma anche in positivo, come chiamata a rinunciare a una posizione di potere nella società, a riscoprire la vocazione a essere "piccolo gregge", "sale e lievito" nel mondo; un tempo di grazia in cui recuperare l'autenticità del messaggio cristiano, uno stimolo ad avere coraggio e rilanciare la speranza.

Missione e testimonianza

Perché i cristiani possano dare testimonianza agli uomini del loro tempo "debbono stringere rapporti di stima e amore con questi uomini, riconoscersi come membra di quel gruppo umano in mezzo a cui vivono, e prender parte, attraverso il complesso delle relazioni e degli affari dell'umana esistenza, alla vita culturale e sociale". (Ad gentes, nn. 11-12)

Come cristiani condividiamo fragilità, contraddizioni e limiti dei gruppi umani di cui facciamo parte, ma ci sentiamo anche portatori di una speranza. Desideriamo "essere nel mondo", nella società come seme di bene, con uno stile di fiducia e di non aggressività.

Cerchiamo un equilibrio tra le due immagini evangeliche dell'essere "sale" (che comporta uno "stare dentro" e uno scomparire) e l'essere "luce" (che suppone un'alterità); vogliamo testimoniare che c'è Qualcuno dietro quanto di buono traspare nelle nostre vite, e che c'è Qualcuno anche dietro le nostre oscurità.

Ci sembra fondamentale dare una testimonianza positiva ai giovani, trovando il linguaggio e il canale più adatto per comunicare con loro. I giovani hanno assoluto bisogno di cogliere la "buona notizia" del Vangelo e di aprirsi a una dimensione di progettualità, di futuro; desideriamo sostenere esperienze forti che incentivino la loro autonomia e facciano emergere i loro talenti, il loro protagonismo e la loro domanda di senso. Insieme a loro siamo chiamati a essere collaboratori della creazione; la creazione è incompiuta e chiede il contributo di ciascuno per realizzarsi giorno per giorno.

Questi sono solo alcuni dei temi, che certo non esauriscono la ricchezza dei documenti conciliari, su cui abbiamo fermato la nostra riflessione e che ci sentiamo di condividere con Lei e con la Chiesa di Trento.

 

Gruppo del Vangelo - Trento

Trento, 11 ottobre 2012

50° anniversario dell'apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II

16/10/2012 20:33 lycopodium
@ N. Cateni
Mettiamola così. Leggere e/o sentire discorsi e vedere o sapere di praiche che, alla fin fine, promuovono la Parola come più e oltre il Sacramento non solo mi rende triste, ma anche mi fa girare...
Se questa tendenza dovesse continuare, magari ci troveremo una Chiesa dialogica e aperta, ma non certo migliore e più fedele al depositum fidei.
Una Chiesa con i polmoni così pieni di "aria nuova", da soffrire di enfisema.



16/10/2012 11:45 Ireneo
Caro don Nicola,
dalle sue parole credo proprio vi sia stato un malinteso di fondo!
Quando parlo di Tradizione, ne parlo nel senso cattolico - ben esplicitato proprio dalla Dei Verbum - e nella Tradizione includo ovviamente anche il Concilio Vaticano II e tutto il Magistero successivo (non si sa mai a quali malintesi si possa andare incontro :))
E non sono affatto un fautore della 'sola Tradizione' la quale soltanto se fondata nella Scrittura (nella Parola) è fonte della Rivelazione, sempre nello spirito della Dei Verbum che di nuovo è chiarissima su questo punto.

Poi ognuno ha il suo carisma - ed i suoi demoni - e, come io rimango spesso interdetto quando sento discorsi che sembrano parlare di Parola come unica fonte della vita di fede prescindendo dalla Tradizione e dall'Eucarestia, lei evidentemente rimane interdetto sentendo da chi sposta l'ago della bilancia su queste ultime due.

Ovviamente, la soluzione è l'"et-et", immagino sia d'accordo.

Le pongo ora una questione 'pastorale', precisamente le parlo come un fedele ad un pastore. Mi scuso se la prendo un po' alla larga.

La Celebrazione Eucaristica è opera di Dio prima che dell'uomo, a prescindere dalla forma del Rito (ve ne sono tanti nella Chiesa Cattolica!), ed è la risposta naturale - perché di Dio - ad almeno tre bisogni che sono iscritti, incisi nello spirito dell'uomo: il bisogno di lodare Dio Padre e Creatore (latreutico, diciamo); il bisogno di ascoltare la sua Parola ed esserne plasmato; il bisogno di accostarsi a Dio in modo sacramentale - in modo concreto - per Gesù Cristo, nel suo Sacrificio e nella sua sua Presenza Reale. Tutto questo mi sembra mirabilmente spiegato nella Sacrosanctum Concilium, meglio di quanto possa fare io in due righe.

Lei parla di 'credenti attaccati alla tradizione come a un totem idolatrico'. Escludiamo pure alcune frange - cui dubito appartengano coloro che scrivono su questo blog - che preferirebbero a Messa recitare devozioni (per quanto pie) mentre il celebrante dice le letture in latino.
D'altra parte vi sono credenti frustrati perché la Parola non risuona a sufficienza. Ed escludiamo quelle frange che davvero non vedono nell'Eucarestia altro che il ricordo di una cena: anche queste credo non siano rappresentate da chi scrive qui.

Ora, provi a ribaltare i termini del problema: questi credenti probabilmente commettono qualche errore (chi non lo fa?), tuttavia il dato fondamentale è che la Liturgia che è loro offerta non fornisce a costoro tutte le risposte ai bisogni per la quale esiste. Nessuna sorpresa, la Liturgia è sì opera di Dio, ma è celebrata da uomini abilissimi nell'offuscarla...

Mi chiedo allora: prima di criticare o tentare di correggere questi fedeli in base a schemi letteralmente "preconcetti" ("la Chiesa ha bisogno di ..."), il pastore non dovrebbe porsi più a fondo la domanda sul perché questo accade, e provare per quanto può ad andare alla radice del problema, cercare egli stesso di levare quelle patine che in diverso modo offuscano il gioco della Liturgia impedendo agli uni e agli altri di esserne investiti e nutriti appieno?

Io, da fedele, ho in mente due esempi che definirei preclari: Bendetto XVI, davvero maestro di sintesi, capace di far pregare un milione di persone riunite davanti a lui, capace di raggiungerne i cuori di tutti in un contesto difficilissimo, di far risuonare la Parola e di mostrare Gesù Cristo; ed il nostro arcivescovo Angelo, differente a suo modo, ma egualmente capace di incontrare le sensiblità di tanti, se non di tutti.

Il ministero del sacerdote, del pastore, è davvero difficile e sarebbe arrogante voler dare consigli; tuttavia credo che una delle prime responsabilità sia quella di considerare ciascun fedele del proprio gregge, e trovare la strada per mostrare Gesù Cristo ad ognuno. Ragionare su cosa sia necessario alla Chiesa (e magari costringere i fedeli ad accettare quella soluzione), invece, è forse una delle ultime.



16/10/2012 11:24 Federico Benedetti
Quando si parla dei "fratelli evangelici" bisogna anche aver ben presente cosa ci divide oltre a quello che, grazie a Dio, ancora ci unisce.
Segnalo una notizia che ho appena letto:

lo scorso 29 settembre 1.500 massoni tedeschi, si sono riuniti nel tempio evangelico di San Michele ad Amburgo, per festeggiare il 275° anniversario della loro prima presenza in Germania.
Che tra massoneria e protestantesimo, nonostante qualche sporadica condanna, vi sia una certa intesa, è noto.

I nostri "fratelli evangelici" vanno d'amore e d'accordo e concedono volentieri i loro luoghi di culto a coloro che, secondo il canone 1364 del Codice di Diritto Canonico, "si trovano in stato di peccato grave contro l’integrità della fede, in quanto tale eretico e quindi colpito da scomunica".



16/10/2012 09:30 Fabio Bernardini
Bene Don Nicola, accetto volentieri e con sollievo la tua mano tesa.
Nella sua ultima risposta a Ireneo, che aveva esplicitamente parlato del sacramento dell'Eucaristia, avevo notato un suo liquidare la cosa come un attaccamento fine a se stesso di certe pratiche liturgiche, sono contento di essermbi sbagliato.

Non so se frequenta da tempo questo Blog, sebbene i fruitori abbiano opinioni e posizioni diverse, non ho notato derive verso il tradizionalismo di cui tu ci metti giustamente in guardia.



16/10/2012 09:14 Federico Benedetti
Ma di cosa vi stupite?
Anni fa durante un pellegrinaggio conobbi un sacerdote ambrosiano e fortissimo ammiratore del suo arcivescovo, il Card. Martini: questo sacerdote era parroco in un paese dell'hinterland di Milano, come forse anche don Nicola. E' arrivato a dire che in chiesa ci si deve inginocchiare davanti all'ambone, che è il luogo in cui viene proclamata la Parola di Dio e che nei luoghi di culto è opportuno un comportamento sobrio (nell'abbigliamento e nel tono di voce) per rispetto alla Parola di Dio che "riecheggia" nelle chiese. Naturalmente gli feci presente che i cattolici si inginocchiano davanti al tabernacolo per devozione alla presenza reale del Signore nell'Eucarestia e che quando si entra in una chiesa cattolica si dovrebbe per prima cosa genuflettersi e raccogliersi in adorazione del SS. Sacramento. Questo "parroco" mi diede malvolentieri ragione, tirò fuori qualche parola in ebraico (era preparatissimo, un vero "martiniano") e mi spiegò che nella sua parrocchia faceva una gran fatica a convincere gente come me (immagino che intendesse i cattolici praticanti) a riscoprire il valore della "PAROLA" a discapito di un certo vecchiume (rosari, processioni, le sante quarant'ore)... Mi venne voglia di scrivere al suo vescovo per segnalargli un parroco così poco cattolico e forse addirittura protestante, ma dato che il suo arcivescovo era il Card. Martini, abbandonai il proposito. Penso ancora con compassione ai suoi parrocchiani...



16/10/2012 09:10 lucio croce
Caro Don Nicola, a me il Suo argomentare sembra inappuntabile, davvero non vedo motivo per stracciarsi le vesti; saremo, per caso, ambedue mezzo-eretici? Non si amareggi, e che il Signore L'accompagni!


16/10/2012 07:58 Nicola Cateni
Io ho usato parole quali "affetto", "comunione", rcc. credo che le mie intenzioni siano sincere. Chiedo con carità cristiana a chi mi ha risposto dove avrei detto che "l'unico totem idolatrico è la concezione della Parola come più e oltre il Sacramento" (lycopodium) o dove avrei detto che "totem idolatrico" la celebrazione partecipata dell'Eucaristia" (Fabio Bernardini). Perché se davvero l'ho detto ho sbagliato e chiedo scusa, ma se non l'ho detto pregherei i miei interlocutori di non cadere in un vezzo tipico dei tradizionalisti (ahimé, sempre loro) di attribuire frasi mai dette a chi vuole semplicemente discutere nella Chiesa. Pace a voi e, coraggio, lo Spirito soffia su tutti, su me e anche su voi


16/10/2012 00:05 Fabio Bernardini
Mi scusi Don Nicola ma sa che faccio anche io parecchia fatica a seguirla, e le assicuro che non sono certo un seguace dei tradizionalisti, comunque esigua minoranza che non può aver futuro, ma verso la quale lei si che mi sembra nutra un evidente timore.
Come fa a chiamare "totem idolatrico" la celebrazione partecipata dell'Eucaristia? Ireneo le ha legittimamente fatto notare uno squilibrio e lei cerca di dipingerlo come uno aggrappato alla Tradizione e timoroso della Scrittura.
Eppoi a me sembra che sia stato il Santo Padre stesso a sottilineare l'attenzione da porre per evitare di svuotare la liturgia del suo aspetto sacramentale.

Mettendo in conto anche il commento che ha rilasciato nei confronti del Card. Biffi, quello che ai miei occhi risulta palese è una sua parzialità verso certe scuole di pensiero che strizzano l'occhio alle confessioni protestanti, come se queste non navigassero in acque peggiori della Cattolica, in quanto a evangelizzazione e a perdita di fedeli.



15/10/2012 22:38 lycopodium
L'unico totem idolatrico è la concezione della Parola come più e oltre il Sacramento.


15/10/2012 22:17 Nicola Cateni
Glielo dico col cuore, con la coscienza che siamo sinceramente nella stessa comunione e nella stessa Chiesa, ma proprio perché siamo entrambi discepoli glielo dico con lo stesso affetto e la stessa parresia che Paolo usò verso Pietro, cioè un vescovo di allora in confronto critico col Papa per usare categorie che immagino le siano care: sentire parlare così mi fa una gran tristezza, il guaio della Chiesa di oggi più che gli scandali sono i tanti credenti paurosi e attaccati alla tradizione come a un totem idolatrico. Finché il respiro della Chiesa sarà quello dei devozionisti e fautori della sola Tradizione (al di là delle parole che usano) sarà sempre una Chiesa tisica: santa, appartenente a Cristo, eroica pure, ma tanto tanto tanto tisica. E il grande respiro dello Spirito, desideroso di esplodere e di avvincere tutti a Cristo, pazientemente deve aspettare... Beh, ormai ci è abituato da 2000 anni, ne ha viste di tutti i colori, ha la mia comprensione e stima. Lo Spirito, si intende, eh eh.


15/10/2012 21:58 Ireneo
Benissimo, siamo allora d'accordo che non è vero che "la maggior parte degli esegeti della Bibbia sono stati da fine 1700 a oggi soprattutto delle chiese evangeliche", come leggevo.

Mi permetto di dissentire poi sul fatto che il pericolo della 'sola Scriptura' non sia più attuale: basta andare a Messa ed osservare come tante volte la Liturgia della Parola sia ipertrofizzata, a discapito di una Liturgia Eucaristica relegata in pochi minuti, con gesti sciatti, quasi a voler sottolineare la noia per un formulario noto e, sostanzialmente, vuoto; o anche solo a come la Messa, celebrazione Eucaristica, venga spesso chiamata "mensa della Parola", che tanto evoca l'idea della "santa Cena"…
Non sarà certo il suo caso, confido che la Liturgia Eucaristica abbia nelle Messe che lei celebra la dignità che merita. Tuttavia il rischio di parlare solo di Parola e mai di Sacrificio di Gesù Cristo è quello, ed è ben reale.



15/10/2012 21:34 Nicola Cateni
Ripeto che avere paura oggi della Sola Scriptura è anacronistico, è un rischio che semplicemente non corriamo, perché invece è stato un rischio tipico del Rinascimento quando gli strumenti esegetici non erano così maturi come oggi e dove ovviamente la contrapposizione tra cattolici e luterani era alimentata anche strumentalmente su questo aspetto. Di interpretazioni letterali piuttosto curiose e oggi non più sostenibili sono testimonianza alcune pagine dei Padri della Chiesa che lei cita. Ma è comprensibile, storicamente parlando.
Quanto alle mie presunte falsità, occorrerebbe aggiornarsi un attimo: non so se lei sia fedele laico o consacrato, ma oggi – se pur dopo secoli di grave responsabilità della Chiesa nel lasciare i laici nell’ignoranza gestendo una cultura clericale – anche un laico non è più scusato su certe confusioni: un conto è la filologia e la critica testuale, un conto è l’esegesi, un altro conto è la teologia biblica, c’è una bella differenza tra le tre. L’esegesi non nasce con Origene, ma prima ancora, addirittura con Gesù. Non solo perché nel prologo c’è quella famosa espressione di Gesù come esegeta (Gv 1,18: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” dove quest’ultimo verbo in greco è exegeto, il verbo all’origine del termine italiano “esegesi”, tanto che molte traduzioni di vari studiosi anche cattolici suona così: “Gesù ne ha fatto l’esegesi”), ma soprattutto perché Gesù fa spesso l’esegesi corretta del Pentateuco o dei Profeti, sia polemizzando coi farisei, sia in contesti di insegnamento, fino alla conclusione del Vangelo di Luca quando “spiega” le Scritture ai due di Emmaus. E così pure gli evangelisti hanno già ciascuno una esegesi del primo messaggio di Gesù, in ragione dei fini educativi verso le loro rispettive comunità: ecco il perché primo delle differenze fra i Vangeli.
La critica testuale, la ricostruzione scientifica del testo, la filologia nascono invece a fine 1700. E le dirò di più: tengono a battesimo la filologia classica e quelle successive. La grande questione omerica, primo vero banco di prova della critica testuale classica, viene dopo le grandi discussioni sulla ricostruzione dei Vangeli.
Come vede, ai nostri fratelli evangelici non solo noi cattolici siamo debitori, ma anche la grande e universale cultura classica. Che poi questo a qualche ultras cattolico dia fastidio, beh, lo capisco benissimo, ma non posso proprio farci nulla: la storia è quella con buona pace di ogni ideologismo, che solitamente non genera buoni frutti.
Cordialmente
don Nicola



15/10/2012 20:00 lycopodium
Il punto sospetto non è certo la lettura, la teologia e la preghiera biblica.
Il punto sospetto è la tendenza, in alcuni più che una tendenza, a invertire le priorità, facendo del Sacramento quasi un'appendice della Parola.



15/10/2012 11:44 Ireneo
@Nicola Cateni:

forse il mio commento non è stato chiaro: certamente la "Sacra Pagina" è centro della teologia come, in ultima analisi di qualsiasi riflessione di fede, e questo è perfettamente cattolico.
Tuttavia questa è solo una metà del discorso della Dei Verbum, ed a questo mi riferivo (se non è ancora chiaro, ci si rilegga la Dei Verbum). Dalla lettera oggetto dell'articolo emerge invece una visione che è assai più simile al "sola Scriptura" che a ciò che insegna proprio la Dei Verbum, tutto qui.

E' poi, ovviamente, del tutto falso quello che lei asserisce riguardo al fatto che l'esegesi sia nata nel '700: Origene non è stato forse il primo grande esegeta? non è stato lui a compilare l'Esapla nel II secolo? E san Gerolamo, IV secolo? e tutta l'esegesi benedettina attorno al mille? e san Tommaso? A 1700 anni di cristianesimo dobbiamo meno che ai nostri fratelli evangelici? Certamente il mondo protestante ha fornito, specie in tempi moderni alcuni strumenti nuovi (penso a Barth) e nessuno gliene nega il merito; ma da lì ad asserire che dobbiamo al mondo protestante l'esegesi biblica è un vero insulto ai Dottori della Chiesa di ogni secolo ed alla storia della Chiesa Cattolica.

Cordialmente,
T.Menga, Milano



15/10/2012 06:50 lycopodium

Rilievo perfetto, Nico.
Nel recente ponderoso volume sul postconcilio, di Finotti : "Vaticano II 50 anni dopo",, uno dei capitoli è significativamente intitolato "La liturgia: tra il suo apogeo nel Concilio e la sua crisi nel postconcilio" (altrove l'autore era stato meno diplomatico, parlando di "crollo").
Nonostante il Vaticano II avesse voluto la liturgia come "fonte e culmine", il post-concilio è stato il periodo in cui la liturgia è stata pensata e praticata in modo anti-liturgico.




14/10/2012 23:10 Nicola Cateni

Da parroco e pastore di una parrocchia del milanese mi sconcertano un po' interventi come quelli di Ireneo: anche nella mia comunità c'è gente (qui a Milano dopo 22 anni di Martini!) che è sospettosa se qualcuno predilige la Bibbia come testo di riferimento. Evocare Lutero mi suona doppiamente offensivo e lo ha fatto più di uno in questo dibattito: 1) anzitutto mi sembra offensivo verso i fratelli evangelici, che a noi cattolici hanno insegnato a leggere la Bibbia. La maggior parte degli esegeti della Bibbia sono stati da fine 1700 (inizi della filologia neotestamentaria) a oggi soprattutto delle chiese evangeliche, l'edizione critica attuale di riferimento per il Nuovo Testamento, la 27ª del Nestle Aland, vede una commissione di soli protestanti più un unico cattolico, guarda caso il Card. Martini. Quando sento la paura della Bibbia in questi interventi, caro Ireneo, mi sembra di essere spinto indietro di 500 anni, altro che i 200 evocati dal compianto Padre Martini. 2) offensivo nei confronti di noi credenti cattolici quasi che a noi la storia non insegni nulla e che oggi possiamo correre gli stessi pericoli di 500 anni fa. Eppure tanti pastori e il Concilio stesso ci hanno finalmente dopo secoli di autentica paura ingiustificata (o forse giustificata a fini di potere della gerarchia cattolica, ahimé) ridato in mano la Bibbia: ben venga finalmente l'alba nuova (sì, siamo ancora solo all'alba dopo 50 anni!) della conoscenza, direi dell'abc della Bibbia.
Il commento è già lungo, volevo intervenire su altri punti oscuri, ma mi preme davvero questo: per favore, basta sospetti ingiustificati o peggio strumentali sull'accostamento delle Scritture
don Nicola




14/10/2012 11:52 assuntas
Ho aspettato e riflettuto un po' su questa lettera, che mi interessa molto e che trovo, contemporaneamente, consolante e preoccupante.
Consolante perchè è molto bello scoprire che ci sono laici che camminano insieme, per un significativo tratto, cercando di comprendere un evento ecclesiale importante come il concilio, e che poi sentono il bisogno di confrontarsi con il proprio Pastore, mostrando quindi un atteggiamento non autoreferenziale ma comunionale.
Preoccupante perchè, come ha rilevato Ireneo, è assordante l'assenza (almeno per quel che leggiamo) di riflessione su quella che è stata la prima costituzione a venire alla luce, addirittura nel 1963: non a caso si trattava della costituzione sulla liturgia, Sacrosantum concilium. Il concilio sapeva benissimo quale centralità abbia l'Eucaristia nella vita della Chiesa.E noi? lo abbiamo dimenticato?
Mi pare di poter dire che emerge qui un altro dei punti (molteplici) che stiamo toccando su VN, a proposito di partecipazione alla Messa domenicale.
Assunta Steccanella



13/10/2012 16:41 Federico Benedetti

@Alfa,
anche la lettura della Bibbia senza un'adeguata preparazione (almeno la lettura di una delle tante pubblicazioni che aiutano l'esegesi) può essere rischiosa. Lo dimostra l'esperienza di Lutero e di tanti altri che "sola scriptura" si sono allontanati dalla Chiesa.
Allora forse varrebbe la pena di apprezzare le forme di preghiera e di formazione che vengono proposte nei movimenti ecclesiali, anche se usano testi e strumenti diversi. Si invoca il pluralismo e poi si critica chi compie percorsi differenti dai propri?




12/10/2012 18:36 Alfa
Molto meglio la lettura della Parola di Dio rispetto all'esegesi dei testi del fondatore del movimento di cui si fa parte... di cui spesso si ripetono in modo pedissequo alcune formulette senza sapere esattamente che cosa vogliono dire (es. "il fatto cristiano", "la compagnia", "la caritativa"...)


12/10/2012 07:14 lycopodium
Condivido i rilievi di Ireneo e Federico.
Mi stupisco che la redazione possa proporre come metodo valido un modo di leggere questo e gli altri documenti conciliari che fa' dir loro l'esatto contrario.



11/10/2012 16:15 Federico Benedetti
Sarebbe interessante conoscere anche la risposta di Mons. Bressan a questo gruppo del Vangelo.


11/10/2012 14:29 lucio croce
Una lettura rinfrancante! Temo, però, che approcci del genere rappresentino ancora una netta minoranza. Speriamo che il Signore, nel corso dei mesi a venire, aiuti a moltiplicarli


11/10/2012 12:10 Ireneo
Bella l'immagine dell'equilibrio tra essere sale ed essere luce. E condivido appieno che l'attuale condizione di minoranza non debba essere considerata soltanto un vulnus, ma possa emergere come occasione di purificazione. Certo l'essere nel mondo non va mai letto da solo, ma bisogna perennemente tenerlo assieme al non essere del mondo, altrimenti il rischio è quello dell'omologazione (e di perdere l'equilibrio di cui sopra, perdere l'alterità dell'essere luce).

Assai meno mi piace la prima parte, e mi sorprende molto che un simile linguaggio emerga dopo un asserito studio di un anno sulla Dei Verbum>/i>...
La DV è assai chiara, esaustiva e quasi pedante nel ribadire che fonti della Rivelazione sono la Scrittura e la Tradizione: assieme costituiscono un solo sacro deposito della parola di Dio affidato alla Chiesa, ed ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine.
L'insistenza sulla sola Parola, esplicitamente identificata con le letture della Liturgia, in sostanza con la Bibbia, pare invece fare tabula rasa di questa verità, quasi proponendo una visione della Rivelazione prettamente luterana (sorprendente che questo avvenga proprio a Trento!).

Si afferma peraltro la necessità che la Parola di Dio venga maggiormente valorizzata nella Liturgia, e questo non è di per sé un male, se accompagnata da una simmetrica ed indispensabile valorizzazione dell'Eucarestia (che invece spesso è considerata momento pretesco e assai trascurata nei gesti abbozzati e nella fretta di arrivare alla conclusione); ma, nel contesto della lettera, si dimentica che la Liturgia stessa è fonte di Rivelazione, perché parte della Tradizione: lex orandi, lex credendi.

Anche quell'accenno ai laici che dovrebbero partecipare alla elaborazione del Magistero ... in uno spirito di corresponsabilità ... è quantomeno goffo, laddove sempre la DV afferma che l'ufficio poi d'interpretare autenticamente la parola di Dio, scritta o trasmessa, è affidato al solo magistero vivo della Chiesa, la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo. Di Magistero dei laici io non ho mai sentito parlare se non, appunto, oltralpe in terre protestanti. Il che non significa affatto, come si paventa, che la Chiesa debba essere identificata solo con chi parla da un pulpito; ma è bene chiarire bene le modalità in cui ciascuno esercita il proprio ruolo (o ministero, se vogliamo), per non ritrovarci poi ad avere dei teologi convinti che ciò che dicono sia Magistero, e questo documento è assai vago in merito.

Andrebbe poi chiarito quell'accenno alle indigeste forme di religiosità popolare: di cosa si tratta esattamente? Di forme superstiziose di culto dei Santi, oppure del Rosario o delle processioni del Corpus Domini, che taluni preferirebbero abolire o minimizzare come si è fatto da molte parti nell'immediato postconcilio? Urgerebbe un chiarimento.

In tutta questa lettera, infine, trovo assordante il silenzio su qualsiasi aspetto sacramentale, e questo mi lascia assai perplesso.



11/10/2012 11:15 Francesca Lozito
Sono le parole più "vive" che abbia letto da un po' di tempo a questa parte.


11/10/2012 10:39 Federico Benedetti
Già nelle premesse si definisce la Chiesa solo come comunità di credenti, dimenticando che è anche Sposa di Cristo, "una, santa, cattolica e apostolica", e che il Signore opera in essa. Ai bambini del catechismo si insegna che la Chiesa è un sacramento: segno della presenza di Dio nel mondo. I desideri e le riflessioni espresse, alcune delle quali assolutamente condivisibili, sono molto concentrati sulla dimensione "umana" e portano conseguentemente a rivendicazioni e pretese. Dovremmo recuperare anche la consapevolezza della presenza del Signore con noi nella Chiesa.


11/10/2012 00:20 Massimo Menzaghi
Dio, la Chiesa, e il mondo "famiglia umana chiamata dal Padre a un disegno universale di comunione che è meta e fine della storia"

è questione di sensibilità e vanno rispettate tutte, ma certo questo approccio mi convince e coinvolge molto più di altri...



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